martedì 8 agosto 2017

Ania, dall’inferno alla castità


A Medjugorje fonda “Cuori Puri” per promuovere il rispetto del corpo tra i giovani

Una vita di errori e difficoltà, poi il cambiamento radicale a Medjugorje e la fondazione di un'iniziativa per promuovere la castità prematrimoniale tra i giovani. Questo il percorso di Ania Golędzinowska, nata a Varsavia (Polonia). “La mia non è stata una giovinezza normale. Ho scoperto troppo presto il sesso, la droga e il lato oscuro delle cose. Ho scoperto troppo presto quanto sia dura la vita”, racconta nel suo libro "Salvata dall'inferno" (Sugarco).

Una famiglia instabile, furti, droga… Quando si presenta l'opportunità di andare in Italia, Ania la coglie al volo. Poi torna a casa, ma dopo un po' riparte di nuovo. Le hanno prospettato un lavoro nel campo della moda, ma finisce in un giro di night club a Torino. Ha 17 anni, e viene violentata da un cliente che le era sembrato ineccepibile.

Nel 2011, dopo anni di sofferenze, il primo viaggio a Medjugorje è uno splendido shock.Ormai per me una sola cosa contava veramente: nei miei occhi era rinato uno sguardo che credevo perduto per sempre. Uno sguardo che aveva voglia di continuare a specchiarsi nella realtà, alla ricerca della semplicità, dell’amore, della solidarietà con chi divide con noi il cammino della vita. Uno sguardo sul mondo, con occhi di bambina”.

Torna in Italia, ma poi sente che il suo posto è Medjugorje. Vive lì due anni in una comunità mariana retta dalle suore. In seguito, insieme a padre Renzo Gobbi, dà vita all’iniziativa Cuori Puri (www.cuoripuri.it), che promuove la castità prematrimoniale tra i giovani, che lei stessa ha iniziato a vivere dal 2010 in attesa di incontrare il vero amore per tutta la vita. “Perché la trasgressione più grande oggi è quella di andare controcorrente”, afferma.

A marzo di quest'anno, Ania ha sposato Michele, un ragazzo conosciuto a Medjugorje e aderente all’iniziativa “Cuori Puri”.

Nel libro Dalle tenebre alla luce (Sugarco), Ania racconta la storia e il significato dell'iniziativa che ha fondato, “un’esperienza in cui sperimento quotidianamente l’abbraccio di Gesù. Un’esperienza di amore autentico. Un’esperienza radicale, tanto quanto 'naturale' e ricca di gioia”.

Castità, riconosce Ania, “è una parola poco di moda, mai alla ribalta delle cronache, anzi viene spesso derisa. Sembra cosa antica, quasi dimenticata. Di certo non accattivante”. La castità, osserva, “certo è una sfida. Si tratta di un cammino che richiede sacrifici, ma è anche un’avventura straordinaria, ricca di frutti di cui tutti possiamo godere”.

Oggi "Cuori Puri" conta più di 9.000 ragazzi che hanno deciso di abbracciare la castità prematrimoniale o sono sulla strada per farlo. “Cuori Puri”, spiega Ania, “non è una comunità né un movimento, è un’iniziativa per i giovani e le coppie che decidono di rispettare Dio, scegliendo la castità, fino al matrimonio, per chi aspira a questo sacramento”.

L'obiettivo dell'iniziativa è dare voce al valore della castità e alla virtù della purezza. Ania è convinta che “la trasgressione più grande oggi sia quella di non concedersi”, perché “ormai il sesso è diventato un atto scontato”, mentre si tratta di “un atto bello e puro, quando è un atto d’amore”.

Promettere la castità, prosegue Ania, “non significa propriamente fare un voto, dato che fa parte già dei precetti della Chiesa. Insomma è 'compreso nel pacchetto' il fatto di non commettere atti impuri”. Allora perché promettere in modo pubblico? “Perché oggi – risponde – viviamo in un mondo che ogni giorno mina le nostre certezze e attacca la nostra fede. In un mondo in cui continuamente ci viene proposto uno stile di vita lontano dalla Chiesa. Una società in cui la maggior parte dei giovani cresce senza alcuna educazione cattolica e quando invece c’è, spesso non viene spiegata come una Grazia, come una cosa bella, come un dono, bensì è un’imposizione moralistica”.

In questo senso, essere un Cuore Puro “non significa soltanto astenersi dagli atti sessuali, bensì si tratta di un insieme di virtù, di doni e di impegni che ogni giorno mettiamo in atto per essere vicini a Dio”.

Nella presentazione di "Dalle Tenebre alla Luce", monsignor Giovanni d'Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, ricorda che “se pur fra molto fango, la perla della purezza non è scomparsa in questa nostra epoca, ed anzi, in varie parti del mondo, sembra cominciare ad acquistare un non sperato successo per l’umile freschezza che l’accompagna. È come la riscoperta d’un prezioso tesoro”.

La purezza è l’indispensabile purificazione del cuore e della mente per vedere, conoscere e incontrare il volto di Dio.

di Roberta Sciamplicotti

30 settembre 2014

FONTE: Aleteia


Bellissima storia di Fede, di Conversione e di Amore, dopo il dramma della violenza, del sesso e della droga, circolo infernale nella quale Ania era finita ancora giovanissima. E dalle "ceneri" di questo passato turbolento, Ania ha saputo "rinascere" e valorizzare tutto il suo vissuto fondando questa bellissima iniziativa denominata "Cuori puri", nella quale Ania valorizza al massimo la meravigliosa Virtù della "castità", così bella eppure così poco considerata, per non dire bistrattata, nella società d'oggi.
Grazie Ania per ricordarci la bellezza di questa Virtù, così cara agli occhi di Dio, e grazie per il tuo esempio, per la tua testimonianza, per tutto quello che hai fatto di Bello finora e che certamente farai ancora in futuro. Grazie di tutto!

Marco 

lunedì 17 luglio 2017

Bosnia, il piccolo Zejd è sordo: la sua classe impara il linguaggio dei segni


Zejd, sei anni, aveva un po' paura della scuola: adesso non vede l'ora di andarci.
Lo scorso settembre sua madre Mirzana lo ha accompagnato in una classe della prima elementare di Sarajevo, consapevole che per lui non sarebbe stato semplice integrarsi, dal momento che è sordo dalla nascita. Questo anche perché la sua maestra, Sanela Ljumanovic, non conosceva la lingua dei segni. L'insegnante però è andata a sua volta a scuola e ha imparato la lingua per poter comunicare con il piccolo Zejd, ma questo non le bastava. Il passo successivo è stato insegnare a tutta la classe il linguaggio utilizzato dal bimbo bosniaco in modo tale che Zejd potesse "parlare" con tutti. E così è stato. 
Ora è davvero felice e motivato, racconta sua madre Mirzana.
Una favola così positiva da dare vita a un circolo virtuoso: contento per lo sforzo dei suoi compagni, Zejd sta pian piano imparando a leggere le labbra mentre i suoi amici, divertiti da quei gesti con le mani, nel dopo scuola stanno insegnando ai propri genitori tutti i segreti del linguaggio dei segni.

di Giacomo Talignani

8 febbraio 2016

FONTE: Repubblica.it

sabato 10 giugno 2017

Dippold l'ottico

Che cosa vedete adesso?
Nubi di rosso, giallo, porpora.
Un momento! E adesso?
Mio padre e mia madre e le mie sorelle.
Bene! E adesso?
Cavalieri in armi, donne bellissime, visi delicati.
Provate questa lente.
Un campo di grano, una città.
Molto bene! E adesso?
Una giovane donna ed angeli chini su di lei.
Una lente più forte! E ora?
Molte donne dagli occhi vivi e le labbra socchiuse.
Provate questa.
Oh! Soltanto un bicchiere sul un tavolo.
Capisco. Provate questa lente.
Soltanto uno spazio vuoto. Non vedo nulla di particolare.
Bene. E adesso?
Pini, un lago, un cielo d’estate.
Va meglio. E adesso?
Un libro.
Leggetemi qualche pagina.
No, non posso. Gli occhi mi sfuggono aldilà della pagina
Provate questa lente.
Abissi d’aria.
Ottimo. E adesso?
Luce, soltanto luce, che trasforma tutto il mondo sottostante in giocattolo.
Benissimo! Faremo gli occhiali così.


Edgar Lee Masters - Antologia di Spoon River




Ho trovato per caso questo semplice racconto su un libricino che mi è capitato tra le mani, e ho pensato subito di postarlo sulle pagine di questo blog.
Mi piace questo racconto (o, se vogliamo, possiamo anche chiamarla poesia) perchè tocca una dimensione fantastica, da sogno.
Noi uomini dovremmo sempre essere capaci di sognare, non dobbiamo mai perdere di vista la dimensione del "sogno". Come soleva dire don Tonino Bello, sacerdote fervorosissimo e zelante: "C'è tantissima gente che mangia il pane bagnato col sudore della fronte dei sognatori". Ed è bello saper sognare, avere grandi ideali, anche utopici se vogliamo, da inseguire, da combattere, da raggiungere. Facciamolo sempre quindi, sogniamo cose belle, alte, virtuose.... ma sopratutto adoperiamoci con tutto noi stessi perchè i nostri sogni divengano realtà!

Marco

domenica 4 giugno 2017

Semi-nati in terra di Sicilia

In una fattoria sociale nell’entroterra isolano, migranti e palermitani costruiscono assieme una nuova prospettiva lavorativa. Daniela è una delle protagoniste del progetto

Sono ormai come figli adottivi. Per loro nutre un affetto materno, compensando quello che non possono più offrire le madri, distanti migliaia di chilometri. Un legame affettivo che è cresciuto nel tempo e che le ha consentito di apprezzare giorno dopo giorno le qualità di questo gruppo di migranti africani, giunti in Italia a bordo delle carrette del mare e approdati nel giugno 2013 tra le braccia della Caritas di Palermo. Daniela Adelfio, dopo averli accolti, accuditi, seguiti, è diventata con loro protagonista del progetto Semi-nati, fattoria sociale realizzata dalla Caritas a Ciminna, paesino dell’entroterra, a 40 chilometri da Palermo. I sei ragazzi provenienti da Senegal, Costa d’Avorio, Mali, Gambia ne sono diventati un po’ i simboli, oltre che la "forza-motrice".

La “vocazione” per l’accoglienza

Arriva dalla Sicilia questa bella storia di integrazione e di fede, che allontana lo spettro dell’immigrazione "cattiva" e mostra il lato buono di questi giovani che raggiungono le coste italiane nella disperazione più assoluta e con la speranza di poter avere un futuro migliore. Un lato buono che emerge anche grazie all’impegno di volontari come Daniela, 42 anni, insegnante di religione e una vita spesa tra Chiesa e sociale, in particolare nell’accoglienza ai migranti. Una "vocazione", come la definisce lei stessa, che "esplode" a giugno 2014, quando sposa il progetto Semi-nati della Caritas palermitana guidata da don Sergio Mattaliano. “Ero già impegnata nella prima accoglienza dei nostri fratelli provenienti dalle coste africane. Mi occupavo di assistenza, consegna di cibo e vestiti. Poi con il progetto Semi-nati – spiega Daniela – le cose sono cambiate. Perché da quella sorta di assistenzialismo che facevo nei loro confronti, mi sono dedicata a una vera e propria accoglienza anche sotto l’aspetto umano e spirituale. Lavorando con loro nella fattoria sociale ho imparato a conoscerli da vicino, entrando man mano nei meandri delle loro storie personali. Sono ragazzi che quando prendono fiducia si aprono. E sopratutto ti fanno avvertire un senso di gratitudine per quello che stai facendo per loro”.

Sofferenza e speranza

Nelle storie dei migranti, Daniela riesce a trovare un denominatore comune: sofferenza e speranza.

Ho sofferto molto ascoltando il loro passato – ammette la volontaria della Caritas – a volte mi è capitato anche di rivolgermi a Dio per chiedergli il perché avesse riservato loro una vita così complicata, difficile. E la risposta paradossalmente me l’hanno data gli stessi ragazzi. Loro si nutrono di speranza, vivono per la fede. Sanno che Dio è al loro fianco, che siano cristiani o islamici. Così mi sono sempre più convinta che alla radice della loro sofferenza c’è l’agire dell’uomo, che non fa nulla affinché la situazione in quei Paesi africani cambi. E che allo stesso tempo c’è un disegno di Dio che li ha portati fin qui in Italia”. Ed è quella speranza a farle credere fermamente nel progetto Semi-nati, in quella fattoria sociale, nata nel gennaio 2015, dove vivono e rifioriscono “i suoi ragazzi”.
La vita in fattoria inizia alle 7 del mattino – spiega Daniela –. C’è chi si dedica alla raccolta degli ortaggi, chi alla cura del terreno, chi all’allevamento. Il contatto con gli animali per loro è quasi "sacro" perché li proietta mentalmente alla loro terra. Io e gli altri volontari li affianchiamo in queste attività. La convivenza è davvero ideale”.


Rispetto per l’Islam

Molte volte è capitato che il confronto cadesse sulla fede. “È tutt’altro che un argomento tabù – evidenzia la volontaria – c’è Yannick, ivoriano, che presto si battezzerà e diventerà "ufficialmente" cattolico con il nome di Tommaso. Ama Gesù e lo sente vicino in ogni istante della sua vita. Altri sono islamici ma molto rispettosi della fede cattolica. Anzi, forse ero più io a essere diffidente verso quella religione, ma scoprendo loro mi sono ricreduta. Il vero arricchimento è proprio questo: accettare e lasciare le porte aperte all’altro, anche se islamico o di altro credo. La contaminazione, come ci ricorda Papa Francesco, è una strada che ci riserva gradite sorprese”.
Ci sono state occasioni in cui si è addirittura pregato insieme: “A Pasqua o Natale eravamo tutti uniti e loro anteponevano la condivisione alla differenza del credo religioso. Non si appartavano, anzi, faceva loro piacere restare tra noi e pregare con noi. Una vera e propria festa nel segno del Signore!”.
Dunque Semi-nati per Daniela è stata l’esperienza con la quale è riuscita a varcare muri, barriere ideologiche, "bagnandosi" a pieno con le fedi e le culture di questi giovani immigrati. “È per questo che ho tutta l’intenzione di continuare in questo progetto – dice –
voglio accompagnare ancora questi ragazzi per rigenerarmi e rigenerarli. Spesso torno a casa col cuore gonfio di gioia. Ne parlo con la famiglia, in particolare con mia figlia, anche lei impegnata nel volontariato e nell’assistenza ai migranti. Con la preghiera e pensando alla loro tenacia, devo ammettere che affronto con uno spirito diverso anche i miei problemi personali. È una vera vittoria della solidarietà. Basta con i luoghi comuni, apriamo i nostri cuori ai migranti”. 


Obiettivo Integrazione

Immigrati e italiani si attivano per avviare una fattoria solidale, una cooperativa che sorge a Ciminna, a 40 chilometri da Palermo. Sei migranti operano insieme a quattro famiglie italiane, due di Ciminna e due di Palermo con una storia di disoccupazione alle spalle. È il progetto Semi-nati che la Caritas ha portato avanti con i fondi dell’8xmille, rivolto all’inclusione di italiani e stranieri, e che è gestito dalla cooperativa La Carità.

Il giusto supporto per una vita dignitosa

Nella fattoria c’è tanto da fare e la gran parte degli immigrati è molto contenta di potersi dedicare alle attività agricole e di allevamento. Ci sono molti animali, tre cani, pappagalli, galline, conigli, tacchini, lepri, capre e perfino un cavallo. “L’obiettivo – spiega don Sergio Mattaliano, direttore della Caritas – è soprattutto quello di dare risposta alle stesse esigenze che accomunano tanto i migranti arrivati in città quanto i palermitani disoccupati: trovare un lavoro che permetta loro e ai propri cari di avere una vita dignitosa”.

La conversione di Yannick

Yannick è un cristiano evangelico che ha deciso di diventare cattolico. È originario della Costa d’Avorio ed è arrivato a Palermo il 15 giugno 2014. Qui ha sposato il progetto di don Sergio Mattaliano e ora lavora all’interno della fattoria sociale. “Devo ancora battezzarmi – dice – ma mi sento cattolico a tutti gli effetti. Padre Sergio è mio papà e lo chiamo così! Amo pregare per il Signore e desidero incontrarlo. Ho letto la Bibbia, ne sono affascinato e sto seguendo un percorso di fede. Sono arrivato in Sicilia senza niente. È stata la volontà di Dio a condurmi qui e a farmi conoscere la mia nuova "famiglia"”.

di Gelsomino del Guercio

FONTE: A Sua Immagine N. 128
28 giugno 2015

venerdì 19 maggio 2017

Pettino le top model poi corro dai migranti


Esclusivo. un giorno con la parrucchiera che salta dal lusso alla povertà

Sabrina Lefebvre, hair stylist alle sfilate più celebri, lavora gratis nei campi profughi. Per restituire dignità ai disperati

Dalle passerelle al fango dei campi profughi il passo è breve. Ma non fatevi trarre in inganno. Quella che stiamo per raccontarvi non è la triste vicenda di qualcuno che ha perso tutto, ma una bella storia di solidarietà. Una di quelle storie che, ad ascoltarle, fanno bene al cuore.
La protagonista si chiama Sabrina Lefebvre. Francese di stanza a Londra, 29 anni, di professione fa l’hair-stylist: tecnicamente la parrucchiera, ma più trendy. Perché Sabrina lavora nel mondo della moda, pettina le modelle prima delle sfilate. Milano, Parigi, New York: alle fashion week di mezzo mondo la trovate sempre lì, dietro le quinte, armata di spazzola e phon.
Quando si spengono le luci, però, lo scenario cambia. La giovane continua a tagliare capelli e studiare acconciature, ma lo fa all’aperto o sotto una tenda improvvisata, nei campi profughi di Calais e Dunkerque, nel nord della Francia, dove da mesi si riversano i migranti provenienti da Siria, Iraq, Eritrea, Somalia e altri paesi devastati dalla guerra. Disperati in fuga, che hanno lasciato tutto e ora sperano di varcare il confine, di arrivare in Inghilterra per cominciare una nuova vita. Ma intanto restano lì, bloccati, accampati nel fango, al freddo, in balia di un inverno che sembra non voler finire mai. Dimenticati non da tutti, certo, ma da tanti. Non dai volontari. Non da Sabrina, che per dare loro una mano si è inventata quello che ha ribattezzato HairCult Project (lo trovate così su Facebook e Instagram): «Offrire un taglio di capelli è un modo per restituire a queste persone la loro dignità di esseri umani», spiega. Altro che frivolezza.


Appena sentono del suo arrivo, i migranti si mettono in fila, pazienti. Chi in patria faceva il parrucchiere o il barbiere corre ad aiutarla: a loro la Lefebvre affida una forbice e un pettine, assegna una sedia come postazione. I ragazzi la chiamano “boss”, con lei si sentono di nuovo utili, parte di un team. I clienti si siedono e raccontano le loro storie di speranza e disperazione, le donne arrivano con qualcosa di caldo da mangiare, contente – loro che non hanno quasi più niente – di condividere con lei quel poco che possiedono. Preparano il tè, le fanno assaggiare ricette tipiche del loro Paese. Qualcuno suona uno strumento, altri cantano. Sembrano felici. Per un attimo lo sono davvero. Per un attimo tutti si dimenticano di essere così lontani da casa, da una casa che non rivedranno mai più.
Così lei continua, imperterrita, instancabile. Taglia, spazzola, intreccia, sperimenta acconciature esotiche. «Fare il mio lavoro nel mondo della moda o in un campo profughi, in fondo, è la stessa cosa», ci stupisce. «In entrambi i casi ho a che fare con esseri umani di cui prendermi cura». Certo, l’esperienza di Calais e Dunkerque è decisamente più forte: «E’ nei luoghi più poveri che si vivono i momenti più ricchi», afferma. E ai social network affida ricordi, commenti, piccoli reportage quotidiani: “Immaginate una sciarpa rossa trasportata dal vento, dall’Etiopia all’Eritrea, attraverso Sudan, Egitto, Grecia, Serbia, Ungheria, Austria, Germania e Belgio, fino a Calais. E ora immaginate di dover fare questo stesso viaggio a piedi, camminando per chilometri, a bordo di navi e autobus sovraffollati, per ore interminabili, nella direzione opposta a tutto ciò che conoscete. Questo è il viaggio che il mio nuovo gruppo di amici eritrei ha fatto per arrivare qui”, scrive in uno degli ultimi commenti dal campo. Altri ne arriveranno a breve: calato il sipario sulle sfilate di Parigi, Sabrina è già pronta a ripartire, a tornare dai suoi “assistenti”. Sarà bello rivedere Jegr, il barbiere curdo, e gli operosi Shazad, Hawad e Bagzad. Ma sarà ancora più bello non vederli, non trovarli più lì. E saperli al sicuro, lontani. Oltremanica. A vivere, finalmente, la loro nuova vita.

di Federica Capozzi

FONTE: Gente N. 11
22 marzo 2016

venerdì 12 maggio 2017

Preghiera alla Madonna di Fatima

Preghiera alla Madonna di Fatima

 Maria Madre, Maria bella,
Dolce aiuto, cara stella,
Puro giglio, vaga rosa
Senza spina obrobiosa,
Noi con fede e con amore
T'invochiamo in tutto l're.
Il tuo aiuto sol vogliamo,
O Maria, tuoi figli siamo,
Dolce Madre di pietà,
Dacci aiuto e carità.
De! riscalda il nostro cuore
Col tuo aiuto e santo amore.
Dolce Madre di clemenza
Dacci aiuto e provvidenza,
Dona aiuto agli ammalati,
Dona aiuto ai tribolati,
Dona aiuto ai poverelli,
Dona aiuto agli orfanelli.
Il tuo aiuto speciale
Ci sia scudo in ogni male.
O dolcissima Maria,
Dacci aiuto all'agonia
Per godere il tuo bel viso
Col tuo aiuto in Paradiso.



venerdì 5 maggio 2017

Paolo de Rocco, l'architetto dell'accessibilità


Il 5 maggio 2012, esattamente 5 anni fa, è morto l’architetto Paolo de Rocco. Quante persone conoscono quest’uomo, nonché figura professionale di altissimo livello? Forse non sono tantissimi a conoscerlo, se non forse, immagino io, coloro che sono nel ramo dell’architettura o della disabilità, o che comunque si intendono di esse.
Ma proprio a lui ho deciso di dedicare un articolo sulle pagine di questo blog, a 5 anni esatti dalla sua scomparsa, perché Paolo de Rocco non è stato un architetto qualsiasi, ma un vero e proprio pioniere della progettazione accessibile, che lavorò instancabilmente nello studio di soluzioni per l’eliminazione delle barriere architettoniche. E’ stato un uomo che ha fatto emergere una nuova sensibilità nei confronti delle persone con disabilità, e soprattutto su questo punto va ricordato il suo enorme operato, culminato col premio regionale Solidarietà ricevuto nel 2006, a merito della sua costante, fervorosa, intraprendente opera.

Nato nel 1950, è quasi impossibile riassumere in poche righe la mole delle ricerche e dei progetti nel campo dell’architettura dell’accessibile, del paesaggio e non soltanto, da lui operati, alcuni dei quali veramente pioneristici.

Giovane architetto, De Rocco, negli anni immediatamente successivi al sisma che colpì il Friuli nel 1976, assieme alla collega e futura moglie Maria Costanza Del Fabro, elaborò uno studio pubblicato dalla Segreteria Generale Straordinaria per la Ricostruzione delle zone terremotate nel 1979, che rappresentò il primo autorevole e organico manuale italiano in materia di accessibilità. Si trattò di una pubblicazione di respiro europeo, frutto non solo di una solida professionalità, ma anche di numerosi viaggi di studio all’estero e di contatti con i più autorevoli esperti dell’epoca in questa materia. La pionieristica ricerca, che comprendeva ben 259 schede tecniche e che ancor oggi è più valida di molte recenti realizzazioni, rappresentò un contributo fondamentale agli studi sulla fruibilità dell’ambiente costruito.
Paolo de Rocco del resto era così: un uomo di profonda cultura, mai superficiale, attentissimo alle novità e sensibilissimo ai bisogni dei disabili. Aveva un carattere non facile che non di rado lo portava in contrasto con altre persone, ma questo perché non amava mai scendere a compromessi e ciò gli procurò talvolta fraintendimenti e ostacoli. Era anche un grande innovatore, come ricorda sua moglie Maria Costanza: «Era una di quelle persone che precorrono i tempi su tante cose, per le quali non veniva capito subito e per questo ci rimaneva male».
Tra le tante cose fatte si ricorda per esempio come, nel 1981, affiancò l’Associazione assistenza spastici nella prima campagna di sensibilizzazione sui problemi della disabilità e dell’accessibilità. Un progetto che, 5 anni più tardi, segnò il via all’abbattimento, a Udine, davanti alla biblioteca Joppi, di un gradino che diventò il “simbolo” di un nuovo modo di progettare.
Per tutta la sua carriera De Rocco mantenne rapporti stretti con questa, ma anche con molte associazioni di persone con disabilità, come la UILDM di Udine (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), per la quale fu promotore di una delle prime rilevazioni a tappeto della città di Udine, di un laboratorio-percorso accessibile e di una mostra fotografica sulle problematiche in tema di barriere architettoniche del capoluogo friulano, realizzata con la collaborazione di Bruno Cignacco. Suo, tra l’altro, è il progetto della comunità residenziale Piergiorgio di Udine.

De Rocco lavorò instancabilmente anche in materia di architettura del paesaggio, e tra i suoi lavori più rilevanti si ricorda il Sanvitese (lavorò per un periodo anche su palazzo Altan). Un posto particolare nel suo cuore l’ha riservato alla riqualificazione paesaggistica e ambientale del Cimitero degli Ebrei e del Bosco della Mandiferro, a San Vito, ambito che gestiva con l’associazione di cui era ai vertici. Si occupò anche della ricostruzione paesaggistica di luoghi nieviani (Fontana di Venchiaredo) e pasoliniani (Versutta e tomba di Pasolini).

Parte rilevante del suo operato Paolo de Rocco lo ebbe anche con le università, come quella di Udine nella quale insegnò a più riprese e fu invitato a conferenze, corsi e seminari in varie parti d’Italia, in qualità di esperto ai massimi livelli. Si ricorda come, nel 1983, lui assieme a sua moglie organizzarono a Udine, per conto della Facoltà di Ingegneria dell’Ateneo friulano e in collaborazione con il Comitato di Coordinamento delle Associazioni delle Persone Disabili, il primo corso universitario in Italia sulla progettazione accessibile, esperienza che fu replicata anche a Venezia e che ebbe ampio seguito in molte altre università italiane.

Dopo tanti anni di attività nel capoluogo friulano, Paolo aveva aperto assieme alla moglie uno studio a San Vito al Tagliamento, cittadina del Pordenonese dov’era nato e dove viveva.

Tante e significative sono le testimonianze che parlano dell’umanità e della professionalità di Paolo de Rocco, e tra queste menziono quella di Innocentino Chiandetti, consigliere della sezione udinese dell’Unione italiana lotta alla distofia muscolare (Uildm), che di lui ricorda: «Mi legava a lui una grande amicizia e una profonda stima. Era un architetto a tutto tondo, uomo molto colto e figura eclettica. Era una persona generosa e severa, a partire da se stesso, sia sul piano professionale sia su quello umano. Sensibilissimo agli aspetti sociali legati alla sua professione, diventò un pioniere della lotta alle barriere architettoniche e il mondo della disabilità gli deve moltissimo. Basti pensare che girava l’Europa per apprendere nuovi approcci e portarli in Italia e più precisamente in città, facendo diventare Udine la capitale dell’accessibilità di cui oggi possiamo andare fieri. Non possiamo che ringraziarlo ancora una volta per tutto ciò che ha voluto donarci con il suo impegno e il suo insegnamento».

Il mondo della disabilità, e non solo, deve molto a questo innovatore, intraprendente architetto…. e se molti passi in avanti sono stati compiuti in questi ultimi decenni nell’abbattimento delle barriere architettoniche, nonché nella progettazione di strutture a misura di persone diversamente abili, lo si deve anche a lui.
Con molta gioia quindi, ricordo quest’oggi, a 5 anni dalla sua scomparsa, quest’uomo sensibile e colto, serio e professionale, che ha lasciato una grande impronta dietro di sé, e il cui testimone sarà sicuramente preso da altri giovani architetti desiderosi di seguire i suoi passi per creare un mondo e una società migliore, a misura di qualsiasi persona, abile o diversamente abile che sia, ciascuna con le proprie caratteristiche e peculiarità. E quando una persona “lavora” per il bene della società, con serietà, sensibilità, estro e professionalità…. beh, lasciatemelo dire, anche questo per me è “Amore”, Amore nei confronti del prossimo, della società, del mondo intero!
Grazie Paolo!

Marco

FONTI: Il Messaggero Veneto, Superando

lunedì 17 aprile 2017

I bimbi scrivono al Papa: Sei il nonno N. 1


Per i fanciulli di tutto il mondo Francesco è come un familiare. A lui confidano problemi e desideri. Un esempio? “Vorrei fare merenda con te”. Ora questi messaggi sono diventati un libro

Penso che i tuoi abbracci fanno miracoli”, scrive Federico, un bimbo pugliese di 8 anni la cui mamma sta affrontando una “malattia importante”. Massimo della Valtellina invece chiede intercessione: «Tu che sei il Papa, parla con Gesù e digli che gli voglio bene». E Benedetta chiede: «Caro Papa, prega per la mia mamma che ha perso il lavoro».
Sono tanti i bambini di tutto il mondo che scrivono a Papa Francesco. Ogni settimana all’Ufficio corrispondenza del Vaticano arrivano oltre 900 lettere in tutte le lingue e gli idiomi: non si contano quelle scritte dai ragazzini ma sono tante, tantissime. Un centinaio di queste sono state riunite nella raccolta Letterine a Papa Francesco (Gallucci editore), in questi giorni nelle librerie. «E’ stato lungo selezionarle», spiega la vaticanista Alessandra Buzzetti, curatrice del libro. «Alcune sono divertenti come quella di un bambino che si è presentato al Papa raccontando che il suo mito è un altro Francesco, ossia Totti, il campione della Roma. Oppure Anna che confida che non le dispiacerebbe poter prendere il posto del Pontefice, o quella di un bimbo argentino che sostiene che la squadra più forte di Buenos Aires sia il Boca, mentre Papa Francesco tifa per il San Lorenzo».
Altre lettere, invece, sono toccanti. «Mi ha molto colpito quella di Aiden», continua Buzzetti, «che, dal campo profughi di Erbil (nel Kurdistan iracheno, ndr) spiega al Papa di essere dispiaciuto per aver dovuta lasciare la sua bicicletta a Qaraqosh, città cristiana nella valle di Ninive, conquistata dal Califfato islamico». Ci sono anche lettere di bambini non cristiani. «Come quella di Aziz, musulmano di Lahore», continua Buzzetti, «che chiede scusa al Papa per l’ennesimo attentato contro i cristiani in Pakistan. Altri assicurano al Pontefice la loro preghiera per proteggerlo da “quelli dell’Isis” che lo vogliono uccidere».
Nella loro innocenza disarmante i bimbi scrivono di tutto e le lettere sono state pubblicate con gli errori di ortografia (riportate in corsivo) per non intaccarne l’autenticità. Chiedono al Papa di spiegare come Dio “ha fatto il Big Bang”, oppure domandano: “Ti confessi anche tu?”, e anche: “Farai come Benedetto XVI?”. Molti vogliono sapere perché al mondo c’è chi non vuole la pace. “Caro Papa, io non vorrei che ci fossero questi pazzi scatenati che fanno ammazzare le persone come se fossero bruscolini”, scrive Alfredo dalla Toscana.

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Ogni mattina alle otto un sacerdote, una suora e due mamme arrivano all’ufficio corrispondenza del Vaticano, aprono sacchi, dividono le lettere trattenendo quelle in italiano e spedendo le altre alle differenti sezioni della Segreteria di Stato perché siano tradotte. «Ultimamente hanno assunto più personale», spiega l’autrice, «perché il lavoro è davvero tanto». Viene archiviato tutto, anche i biglietti lanciati al passaggio della Papamobile. «Entro tre mesi», spiega la curatrice del libro, «ogni lettera riceve una risposta dallo staff papale e alcune dallo stesso Papa Francesco. Lui le legge, le sigla con una effe, le sottolinea con un tratto a onda. Nessuno, se non i diretti interessati, sa a quanti poi telefoni o risponda via lettera di persona; in altri casi “suggerisce” ai suoi collaboratori cosa scrivere. Nello scegliere a chi rispondere per primo, i bambini hanno la precedenza, specie quando confidano i loro problemi o chiedono preghiere per la loro salute». Quando i casi esposti dai bambini sono gravi, il Papa offre anche un aiuto concreto. «A volte, se il bambino è di Roma, viene attivata la elemosineria apostolica», spiega Alessandra Buzzetti. Ma ci sono stati anche casi, sempre controllati attraverso la diocesi cui appartiene chi scrive, in cui il Papa ha regalato oggetti concreti come macchinari sanitari.
«Può succedere che il Papa arrivi all’improvviso nell’ufficio corrispondenza, così come gira per altri uffici del Vaticano, è il suo stile», racconta la vaticanista. «E’ successo a Pasqua: è andato a fare gli auguri ai dipendenti».

Attraverso queste lettere si capisce quanto questo Pontefice abbia fatto breccia nel cuore dei bambini. «In passato, era già successo con Giovanni Paolo II», dice ancora Buzzetti. «La novità è che i piccoli sembrano molto attenti a quello che dice il Papa. Se sanno che è stato poco bene, gli scrivono per dirgli che pregano per lui, raccomandandogli di curarsi». Inoltre, anche quelli molto piccoli, pare abbiano recepito i messaggi lanciati da Bergoglio in questi primi due anni di Pontificato. «Una bambina di soli otto anni», spiega la Buzzetti, «ha espresso la sua ammirazione per la scelta del Papa di vivere lontano dalle ricchezze scegliendo un piccolo appartamento». Alcuni confidano al Papa i segreti più intimi. Matteo, 11 anni, dalla periferia di Napoli chiede addirittura a Francesco di aiutare il papà a trovare un lavoro quando sarà uscito dal carcere. Oppure Liliana, 10 anni, che dice: “Ho una sorella maggiore di me. Da quando si è ammalata di anoressia dice che ha perso la fede e vorrei che pregassi per lei”.
«In genere», continua la curatrice, «Bergoglio è percepito come un nonno, al quale possono raccontare i loro problemi in maniera diretta, senza filtri».

Il Papa è stato coinvolto direttamente nel progetto di questo libro. «Per consultare le letterine dei bambini», conclude la Buzzetti, «ho avuto l’approvazione della Segreteria di Stato. Ho poi chiesto a qualche ente benefico di devolvere il ricavato di questo libro e il Pontefice ci ha suggerito il Dispensario di Santa Marta: si trova in Vaticano, a pochi passi dalla sua residenza, e ogni giorno offre un aiuto concreto a circa cinquecento bambini in difficoltà e alle loro famiglie attraverso visite mediche gratuite e l’acquisto di farmaci».

di Roberta Spadotto

FONTE: Gente N. 50
22 dicembre 2015

mercoledì 5 aprile 2017

Miriam e Alessandro, due cuori e una missione: “Dare un futuro ai bimbi della Tanzania”


Procidana lei, napoletano lui. Con un sogno: realizzare un centro per bambini disabili nel cuore dell’Africa: “Siamo circondati da occhi che sorridono. Malgrado tutto”

Micolina è una vera e propria peste. Va all’asilo e ha una voce acutissima, ma sa ammaliare con un semplice sorriso. E’ la quartogenita di una donna malata di Aids: l’Hiv da queste parti è un vero e proprio flagello.L’abbiamo conosciuta mentre piantava alberi per un progetto di forestazione: una donna fortissima, accudisce con cura – nonostante la malattia – anche Ana, Novetha e Betty”.

Questa è solo una delle mille storie che s’intrecciano nel cuore dell’Africa, in Tanzania.

Impossibile non lasciarsi coinvolgere, spiegano Alessandro Grimaldi e Miriam Esposito. A fare da collante è la loro, di storia: innamorati l’uno dell’altra, hanno deciso soprattutto di rimboccarsi le maniche. Pomerini è un villaggio sull'altopiano della regione di Iringa, che in lingua hehe – sarà una casualità? - vuol dire "forte".

Alessandro ha 37 anni, napoletano, una laurea in economia aziendale, ha anche curato la rendicontazione di una serie di progetti della Regione Sicilia. Miriam ha 24 anni, è dell’isola di Procida: casette colorate e profumo di pesce, studia terapia della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva alla Sun. Due cuori e una missione: aiutare i più piccoli del villaggio, grazie all’opera della NGO Mawaki, che da 2004 provvede a soddisfare i bisogni nel campo della salute, dell’educazione, dell’economia di una buona fetta di popolazione di questo angolo d’Africa, dove la gente “vive con profonda dignità la propria condizione, una condizione che – malgrado tutto - non gli impedisce di guardare al futuro con la speranza e con il desiderio di migliorarsi”.

Il nostro incontro con l' Africa è avvenuto in tempi diversi, ma ha prodotto lo stesso risultato: un amore incondizionato per quella terra rossa e per coloro che la abitano”, sorride Miriam. Nel 2002 il colpo di fulmine di lui, nel primo viaggio in Tanzania. Dieci anni dopo, l’illuminazione di lei, che ha scoperto che quella di aiutare i più piccoli, in particolare i disabili, è la sua missione.


Qualche mese fa, ad agosto, l’idea di rimboccarsi le maniche per gli ospiti di un centro per bambini diversamente abili costruito nel 2015 dal governo nazionale e che oggi rischia di chiudere. “Ma nulla è perduto: stiamo provvedendo alla ricerca dei fondi necessari, siamo certi che il sostegno alla causa non mancherà”, spiega Alessandro. Per sostenere il progetto basta collegarsi al sito https://www.splitit.it/centro-bambini-disabili-africa: l’obiettivo, veicolato anche da una campagna social con lo slogan "Io ci sono" e l'hashtag #mawaki, è la gestione e l’ampliamento del centro.

Così, sulla scia di un progetto nato da fra Paolo, ordine dei frati minori rinnovati, una coppia napoletana prova a regalare sorrisi ai bimbi africani. “Occhi che sorridono – sottolinea Miriam – occhi in cui specchiarsi, sembrano quasi biglie. E dentro ti ci rivedi, felice”. Sorride anche la piccola Micolina. “Ad agosto – racconta Alessandro - le abbiamo dato una bambola, i suoi occhi luccicavano impreziosendo quel volto infreddolito. Ha iniziato a correre a più non posso, mostrando con orgoglio a tutto il villaggio la sua nuova compagna di giochi”. Poi, si è girata verso Alessandro e Miriam e ha detto asante. E’ una delle parole più frequenti, da queste parti: quasi un mantra. La pronunciano con semplicità, grandi e piccini. Alessandro e Miriam, di solito, rispondono con un sorriso, facendo spallucce. Vuol dire grazie, naturalmente.

di Pasquale Raicaldo

15 narzo 2017

FONTE: Repubblica.it 

sabato 25 marzo 2017

Il nostro motto: Ora, Labora, Stampa


«Seguiamo ogni volume dalla A alla Z, dall’impaginazione alla rilegatura», spiega la direttrice, arrivata qui dalla Polonia con una missione: diffondere la Parola di Dio

da Pessano con Bornago (Milano)

Da fuori sembra una villetta come le altre. Dentro, anche. Un lungo corridoio, tante porte. Ma basta aprirne una per trovarsi davanti una suora assorta nel suo lavoro, nascosta da un computer di ultimissima generazione. «Facciamo tutto noi, dalla A alla Z. Dall’impaginazione alla stampa, fino alla legatoria», spiega suor Teresilla, 63 anni che sembrano dieci di meno. E’ lei il boss della Mimep-Docete, piccola casa editrice di Pessano con Bornago, due passi da Milano, specializzata in testi religiosi e didattici, fondata nel 1965 da don Massimo Astrua e don Angelo Albani, e in mano alle sorelle della Beata Vergine Maria di Loreto dal 1980.
«Don Massimo era il padre spirituale della locale casa di accoglienza Don Gnocchi», racconta la religiosa. «L’idea di aprire un’attività editoriale gli venne non solo dal desiderio di diffondere la parola di Dio, ma anche dall’esigenza di trovare lavoro alle ragazze del centro. Don Angelo, il parroco di Pessano, si appassionò al progetto e gli diede una mano. Insieme erano una forza: pieno di creatività il primo, grande amministratore il secondo». Poi, come detto, arrivarono le suore. Un’intera delegazione, direttamente dalla Polonia. Sì, perché suor Teresilla e le sue collaboratrici sono tutte “d’importazione”. «A Cantello, in provincia di Varese, c’era una congregazione di loretane nostre connazionali. A loro si rivolsero i fondatori, in cerca di qualcuno che li aiutasse per la gestione dell’asilo del paese. La superiora rifiutò. Accettò, invece, quando seppe che avrebbero potuto lavorare alla tipografia. E da Varsavia arrivarono le prime sorelle».

Lei, suor Teresilla, è qui dal 1986. «All’inizio non è stato facile, perché ho dovuto imparare la lingua da zero. Ma era la mia missione, non importava dove l’avrei svolta. Mi sono ambientata in fretta: voi italiani siete gente aperta, cordiale». Già in Polonia, prima di trasferirsi, lavorava nell’editoria religiosa. La sua passione è la grafica, ma oggi ha poco tempo per applicarsi, perché ha mille altre cose da fare. «Sono la tappabuchi!», ride. Salvo poi ammettere che è lei a incontrare gli autori, ordinare la carta, tenere i conti, coordinare le operazioni, decidere tutto quello che c’è da decidere. Altro che tappabuchi.
Ad affiancarla, un team di suore affiatatissime, ognuna con la sua mansione: suor Marianna impagina i libri e realizza le copertine; suor Francesca sviluppa le lastre e confeziona gadget come le “medicine”, kit con rosario e preghiere in una scatoletta che pare quella dei farmaci, sulla falsariga della famosa Misericordina tanto cara a Papa Francesco; suor Nicodema gira i video e li monta nella sala di registrazione al piano di sopra; suor Dolores si occupa del sito internet, delle pagine di Facebook e Twitter e della newsletter per le parrocchie; e ancora suor Aurelia in stamperia, suor Anita in legatoria, suor Filippa, suor Teresia, suor Samuela.

Tutte timide, all’inizio, ma presto incontenibili: divertite dall’incursione di Gente nella loro routine quotidiana, si mettono in posa per le foto di gruppo sghignazzando e scambiandosi battute in polacco, strappando un sorriso anche a noi che non capiamo una sola parola di quello che dicono. Poi, alle 17.30, si dileguano. «E’ l’ora della Lectio Divina [la lettura delle Scritture, ndr]», spiega suor Teresilla. «La nostra giornata inizia presto, prima delle 6, ed è scandita da diversi momenti di preghiera: le lodi mattutine, la meditazione, la messa, i vespri, il rosario. Seguiamo la regola benedettina, ora et labora, prega e lavora».
E infatti lavorano sodo le loretane della Mimep. Ad aiutarle ci sono alcuni amici (così amano definirli), professionisti del settore che, nel tempo libero, le affiancano nella loro attività editoriale. Ma, più che collaboratori, sembrano membri della famiglia. «A Natale festeggiamo tutti insieme con una cena luculliana di nove portate, a base di specialità tradizionali polacche», racconta una di loro. «Cuciniamo quasi sempre ricette del nostro Paese», interviene suor Teresilla. «Ma una delle prime cose che Don Angelo e Don Massimo ci hanno insegnato quando siamo arrivate sono state le basi della cucina italiana!».
Di imparare, in fondo, non si finisce mai. Le suore di Passano lo sanno bene e fanno di tutto per restare al passo con i tempi, con corsi di aggiornamento e attrezzature all’avanguardia, che fanno della Mimep una piccola ma efficientissima realtà. Un paradiso in terra dell’editoria, dove si sfornano libri a pieno ritmo. Senza mai perdere la calma serafica e il buon umore.

di Federica Capozzi

FONTE: Gente N. 31
11 agosto 2015


Divulgare Testi Sacri e la Parola di Dio attraverso la stampa è certamente una cosa meritevolissima e le suore Loretane della Mimep-Docete lo fanno alla loro maniera, ovvero alla maniera di chi ha Dio nel cuore: col sorriso sulle labbra e tanta letizia e serenità.
E anche questo è Amore!

Marco

sabato 18 marzo 2017

Piacenza, l'asilo dai 3 ai 90 anni dove anziani e bimbi si prendono per mano


Si chiama educazione intergenerazionale: nella stessa struttura si incontrano e giocano insieme piccoli e vecchi, tra favole e lezioni di cucina. "Esperimento riuscito"

PIACENZA. Alcuni hanno quasi un secolo, altri soltanto tre anni. Sono l'inizio e l'autunno della vita. A Piacenza c'è un asilo dove gli estremi si incontrano e vecchi e bambini "crescono" insieme. Dove la lentezza è un dono. C'è Fiorella che ha 87 anni e Stefano e Carlo che vanno al nido. Lei spinge il deambulatore e loro la precedono. 
Guardate - ride Fiorella - ho tanti cavalieri, non sembro una regina?. Poi tutti a sporcarsi di farina e a impastare torte. Divertendosi non poco. Mano nella mano. Perché i più anziani e i più piccoli hanno lo stesso passo, si sa, e basta uno sguardo per essere complici e diventare amici. 

Aurora, 36 mesi, taglia pezzetti di mela e Maria, 90 anni, che è mamma, nonna e bisnonna e da giovane faceva la "bottonaia", mescola farina e zucchero, mentre Franco, classe 1933, legge le fiabe a Noemi, e Olga, nata nel 1927, attenta e lucida, racconta di sé: 
Io li ascolto i bambini sapete, ci gioco, gli narro le storie della mia infanzia, e loro sono attenti, mi guardano diritti diritti negli occhi. E se mi fermo, mi tirano per il braccio: "Nonna Olga, poi che cosa fa il lupo?"


Si chiama "educazione intergenerazionale", consiste nel far coabitare nella stessa struttura un asilo nido e un centro anziani, i piccolissimi e i grandi vecchi. 
E poi creare delle occasioni di incontro, come la cucina, la pittura, la lettura, in cui le età si mescolino, le generazioni si fondano, partendo dalla constatazione che gli anziani e i bambini insieme stanno bene, e imparano gli uni dagli altri spiega Elena Giagosti, coordinatrice del progetto che l'Unicoop di Piacenza sta sperimentando da alcuni anni. Una grande struttura moderna di vetro e acciaio, finestre luminose sul verde, spazi ampi e colorati che ospitano circa 80 anziani e un nido per 40 bambini dai tre mesi ai tre anni. Luoghi divisi naturalmente, ma con tante aree comuni. 


A metà mattina c'è il laboratorio di cucina. Mele golden, lievito e granella di zucchero. Grandi e piccoli tagliano e impastano, sotto lo sguardo vigile delle educatrici. Carlo, tre anni, immerge il dito nel dolce: 
Fiorella non ha fatto niente, ho fatto tutto io, sono un cuoco, e i nonni del nido sono buffi, e ride contentissimo della sua battuta. Giacomo Scaramuzza ha 94 anni, è stato giornalista alla "Libertà" ed è tuttora attivissimo. Quando sono venuto a vivere qui, non sapevo che ci fossero anche i bambini, per me che non ho avuto figli sono stati una scoperta incredibile, io partecipo a tutte le attività, con loro non c'è bisogno di parole, ci si capisce con gli sguardi, c'è uno scambio assolutamente naturale. Troppo spesso oggi le età non si incontrano, come se la vecchiaia fosse qualcosa da nascondere. Così, invece, è un po' come passare il testimone.... Un progetto per adesso unico in Italia ma già attivo in Francia e soprattutto a Seattle, alla "Providence Mount St Vincent", la prima scuola materna inserita in un centro anziani, diventata famosa in tutto il mondo con il documentario "Present Perfect". 


Racconta una mamma: 
Mia figlia è entusiasta degli anziani del nido. Se li incontriamo fuori li saluta, li riconosce, come fossero amici della sua età. Perché a contatto con i "grandi vecchi" i piccoli imparano a non avere paura di rughe e disabilità, spiega Valentina Suzzani, responsabile pedagogica dell'asilo. Così il deambulatore diventa un triciclo da spingere, la carrozzina del nonno una macchina sportiva, e se per gli anziani i piccoli sono una ventata di gioia, i bambini attingono alla saggezza e all'ironia di chi ormai non ha più frettaOggi siamo oggetto di tesi di laurea, ma quando abbiamo iniziato non sapevamo nulla né della Francia né di Seattle - dice Elena Giagosti - avevamo però alle spalle decenni di esperienza della Unicoop nella gestione sia di nidi che di anziani. E ogni volta che avveniva "l'incontro" ci rendevamo di quanto fosse prezioso per entrambi. Così abbiamo pensato di far "convivere" sotto uno stesso tetto le varie età della vita. Ed oggi è un successo


Franco Campolonghi è nato nel 1933, di anni ne ha 84, è il responsabile della biblioteca del nido e qui, al centro anziani, ha anche incontrato una nuova compagna. 
I libri e i giornali sono stati sempre la mia più grande passione, da giovane divoravo Hemingway, e poi Piero Chiara, Fruttero e Lucentini. Così sapendo del mio amore per la lettura mi hanno chiesto se volevo occuparmi dei libri per il nido. E per me è stata una festa. Mi sono informato, ho cercato i testi giusti. Ogni giovedì i piccoli salgono qui con le educatrici e noi vecchi leggiamo loro le favole. Ci divertiamo un mondo, e vedessi quanto sono attenti. Se smetti ti tirano per la giacca. E alla fine vogliono sempre ricominciare da capo


di Maria Novella De Luca

19 febbraio 2017

FONTE: Repubblica.it


Gran bella iniziativa che riporto con molto piacere sulle pagine di questo blog.
Gli anziani sono spesso ritenuti come un "peso" per la nostra società moderna, dove tutto deve essere all'insegna dell'efficenza e della produttività, spesso passando sopra ad altri valori che non sono di sicuro meno importanti. Ed invece gli anziani sono una grande risorsa per tutti quanti noi, una risorsa di esperienza, di saggezza e di Amore. Vivere con una persona anziana ti insegna tante cose ed è quindi bello che ci possa essere la possibilità di vedere anziani e bambini (che sono il futuro del mondo) passare del tempo insieme, condividendo le stesse cose e attingendo il "meglio" che possono offrire queste età così differenti, gli uni dagli altri. Per gli anziani passare del tempo con i bambini è sempre un motivo di grande gioia, mentre per i bambini passare del tempo con gli anziani significa "fare il pieno" di affetto e calore, nonché di valori ed esperienze preziose che certamente costituiranno per loro un "bagaglio" importante nel prosieguo della loro vita. Ben vengano quindi iniziative come queste, con l'augurio che si diffondano sempre di più!

Marco

giovedì 2 marzo 2017

A Bari la Solidarietà è virale

Spesa già pagata e dentista a costo zero, abiti da sposa in prestito e pasti gratis. «Vale tutto», spiega l’assessore Bottalico. «Basta che la Carità diventi contagiosa»

Alla Salumeria Fello, due vetrine su Bari Vecchia, mezzo chilo d’orecchiette fanno 3 euro: con 6 ne lascia un altro mezzo chilo per chi è meno fortunato. Ma è ben accetta qualunque cifra, per la quale il titolare Andrea batte uno scontrino che imbuca nel colorato salvadanaio di Social Network, progetto solidale promosso dall’assessorato al Welfare del Comune, in attesa di far su un gruzzolo da “convertire” in beni di prima necessità. Pasta, taralli e olio che sono destinati a famiglie bisognose.
«L’iniziativa è partita solo da un paio di settimane, ma piace già a cittadini ed esercenti», ci spiega l’assessore Francesca Bottalico mentre ci guida per i negozi che hanno aderito alla rete. C’è Peter Pan, il punto vendita di detersivi della “pioniera” Antonella Capriati che ha già fatto la sua prima consegna di bagnoschiuma e detersivi. Poi i panifici, i negozi di giocattoli, quelli di sanitari. Pure La ciclatera sotto il mare, locale della movida arroccata sulla Muraglia con vista mare. E se chi sorseggia uno spritz non fa caso al salvadanaio, ci pensa il titolare Roberto de Benedictis a spiegare che il loro contributo servirà ad aiutare chi un aperitivo non può permetterselo.
«La spesa viene fatta partendo dai bisogni delle persone», precisa la Bottalico, 41 anni, di cui 25 passati a lavorare nel sociale, «perché il metodo è importante e serve a ridare dignità alle persone. Chi è in difficoltà spesso non accede ai servizi sociali perché si vergogna, così invece si fa inclusione sociale». Per questo nella rete è appena entrato anche il parrucchiere Nico Foggetti che nel suo salone donerà due ore alla settimana di tagli e pieghe solidali a chi non può pagarli.

«Aumentano le povertà economiche», prosegue l’assessore, «ma ancora di più quelle in termini di legami sociali, anche perché le separazioni crescono e le reti familiari cominciano a vacillare. Quel che si denuncia sono solitudine e isolamento». Un circolo vizioso di cui spesso sono vittime anche gli utenti dei circuiti solidali più tradizionali. «Non si tratta di riempire la pancia e basta, perché se avessero bisogno solo di mangiare troverebbero un piatto di pasta nel retro di qualunque ristorante della città: noi cerchiamo di dare una famiglia a chi non l’ha», ci dice Decio Minunno, coordinatore delle mense della Caritas diocesana mentre si aprono le porte di quella di Santa Chiara, a pochi passi dalla cattedrale. Entrano giovani extracomunitari, anziani spaesati, gente che ha perso casa e lavoro. Un padre separato appena uscito dall’ufficio che tra alimenti e mutuo non ce la fa, una signora con scarpe e borsa firmate che da dietro gli occhiali da sole avverte: «Niente foto, nessuno sa che vengo qui, è solo un brutto momento, ora passa».

Non c’è solo la rete, precisa don Vito Piccinonna, responsabile della Caritas Diocesana di Bari Bitonto, 126 parrocchie e 700 mila abitanti: «C’è una dimensione educativa della carità, perché aiutare i poveri significa anche cambiare la propria vita, e il contributo delle parrocchie in termini di ascolto e accoglienza è fondamentale». Alle mense diffuse su tutto il territorio vanno aggiunti il dormitorio Don Vito Diana, dietro la stazione, 48 letti occupati ogni notte, l’Opera Padri separati a Modugno, per sei papà in difficoltà. «In questo periodo cerchiamo di dar loro anche un supporto psicologico e favorire il ricongiungimento», precisa don Vito Piccinonna, cui fa capo anche il nuovo centro di orientamento sanitario attiguo alla parrocchia Sacro Cuore. Nato per gli extracomunitari che non hanno ancora documenti regolari, e dunque neppure accesso alla sanità pubblica, è aperto il sabato mattina e il mercoledì pomeriggio. «Qui trovano sempre un medico», ci spiega la dottoressa Stefania Sabatini, «per una prima visita, un farmaco urgente, o per fissare una visita successiva con uno dei 50 specialisti della rete». O per un rinvio a una struttura di pronto soccorso. «Gli italiani? Non avrebbero ragione di venire qui, ma capita: per procurarsi farmaci per i quali comunque dovrebbero pagare un ticket o per quelli da banco, che dovrebbero pagare interamente». La salute è il tallone d’Achille dei più vulnerabili, e anche le istituzioni tengono la guardia alta. «Da alcuni mesi abbiamo fatto partire l’odontoiatria sociale», spiega l’assessore Bottalico. «Controlli gratuiti per tutti i bambini, e un protocollo per cure successive con dieci studi odontoiatrici. Ora stiamo lavorando a un accordo per le cure alle donne in gravidanza e ai bimbi fino a tre anni e abbiamo fatto un bando per un centro polifunzionale per la prima infanzia di contrasto alla povertà di cui ci sarà l’aggiudicazione a breve».

Semi che cominciano a dare i frutti, se è vero che un poliambulatorio low cost, che fa visite specialistiche a prezzo calmierato di 30 euro a visita, ha chiesto di poter entrare nella rete di solidarietà del Comune lanciando le “visite sospese”: una pagata per sé e una per chi ne avrà necessità.
«E’ questo il nostro obiettivo», dice l’assessore, «attivare la società civile in una cultura di solidarietà, che si tratti dell’adottare una famiglia del vicinato cui donare un pacco di viveri regolarmente o di far funzionare “Le spose di pace”, emporio di abiti da cerimonia prestati gratuitamente».

Tutto serve, perfino un gelato “sospeso”, come quello che si può lasciare già pagato da “Che gusto c’è?”, la gelateria in via De Rossi. Alla parete il titolare Francesco Gennaccaro ha attaccato la lista dei coni donati, lunghissima, e un biglietto scritto con la matita rosa: “Grazie, Chiara”.



di Rossana Linguini

14 giugno 2016

Fonte: Gente N. 23


Articolo molto, molto bello che riporto con grande piacere tra le pagine di questo blog.
Penso che quello che sta facendo la città di Bari per venire incontro alle fasce di popolazioni più povere (purtroppo in crescita), con questo magnifico proliferare di attività socialmente utili, dovrebbe essere preso d'esempio da ogni città d'Italia. Alle volte basta molto poco per fare tanto di buono: un cono gelato regalato, un pacco spesa donato, cure e visite mediche gratuite, qualche ora della propria attività messa a disposizione dei meno abbienti.... tutto questo contribuisce a rendere visibilmente migliore la nostra società e a creare un clima di Solidarietà, Inclusione e Amore di cui c'è tanto, ma proprio tanto bisogno!

Marco

domenica 19 febbraio 2017

Da tossicodipendente a frate francescano


Prima di sentire la chiamata di Dio e di entrare nell'Ordine dei Frati Minori, la sua vita è stata caratterizzata dal dolore

Daniele Maria Piras è un giovane francescano in formazione. Ha 32 anni ed è originario di Carbonia, in Sardegna. Prima di sentire la chiamata di Dio e di entrare nell’Ordine dei Frati Minori, la sua vita è stata caratterizzata dal dolore, da una profonda sofferenza e dalla mancanza di senso.

Fin da quando ero piccolo la mia famiglia, soprattutto per problemi economici, viveva grosse difficoltà relazionali, anzi tutto tra mamma e papà. Conclusa la scuola media, incominciai a lavorare con mio padre nella sua impresa edile; in quegli anni, per fuggire dalle fatiche familiari, iniziai a frequentare "cattive compagnie": per stare al passo con loro, iniziai a bere, a fare uso di droghe leggere e poi pesanti, anche per anestetizzare il dolore che portavo nel mio cuore”, ha raccontato Daniele in un’intervista alla rivista dei francescani "Porziuncola".

Il suo abuso di droga era tale che ad appena 16 anni era già tossicodipendente.

Per 7 anni non riuscii ad uscire da quella schiavitù: sapevo benissimo di sbagliare, però ero entrato in un circolo vizioso, non potevo più farne a meno; ero troppo debole e, anche se desideravo uscirne, mi ero reso conto che era troppo tardi e la mia volontà era debolissima. Andai al Sert, feci colloqui con psicologi e provai ad assumere farmaci per l’astinenza; ma i risultati furono scarsi”.

All’inizio Daniele nascose alla famiglia la sua situazione, ma quando questa peggiorò i suoi genitori si resero conto di quello che stava vivendo. Mia madre mi incoraggiò, mi stette vicino e mi amò così come ero.

Fu proprio attraverso la madre che la pace tornò in Daniele. “Lei, da giovane, dopo aver ricevuto i Sacramenti, si era allontanata dalla Chiesa, ma ora da diversi anni si era riavvicinata, proprio a causa della dolorosa relazione che stava vivendo con mio papà. Questa relazione era la sua croce: quella croce aveva un nome e un volto, mio papà Carlo, che si trovava in una situazione molto difficile dopo la perdita del lavoro”.

Il giovane francescano racconta che la madre ha trovato consolazione in un gruppo di amiche che recitavano il Rosario: “Maria la ricondusse al Figlio suo: nella preghiera, nella Parola e nei sacramenti mamma attinse la forza per stare in quella situazione di dolore, e decise di stare accanto a mio papà ed amarlo così come era (…) Questo permise a Colui che ha vinto la morte di portare la sua Salvezza nella nostra famiglia e fare nuove tutte le cose”.

Questa testimonianza di fede molto presto è servita da esempio alla sorella di Daniele, Chiara Redenta, che ha sentito la chiamata di Gesù ed è entrata nel monastero delle Clarisse nel 2005. “A quel punto, la mia esperienza di morte, ma soprattutto le testimonianze di mia mamma e mia sorella mi portarono a rientrare in me stesso e chiedere aiuto: incominciai ad invocare il Nome del Signore Gesù”, ha riferito il giovane.

La sua conversione è arrivata nel novembre 2006, quando la madre lo ha invitato a partecipare a un congresso in occasione della solennità di Cristo Re dell’Universo. “La Parola guida del convegno era un versetto del salmo 107,14: Li fece uscire dalle tenebre e dall’ombra di morte e spezzò le loro catene. Mi colpì la catechesi di un padre francescano, sembrava che io gli avessi raccontato la mia storia… rileggeva il mio vissuto… spiegava come il male, attraverso le attrattive del mondo, che presentano una felicità apparente, mira a distruggere il nostro corpo che è il tempio dello Spirito Santo, luogo abitato da Dio, luogo in cui noi possiamo fare esperienza di Lui”.

Daniele ha deciso di parlare con il sacerdote francescano. “Gli dissi: "Sono un tossicodipendente e ho toccato il fondo, non so più come uscirne, preghi Gesù per me". Il frate mi invitò a chiedere a Gesù di intervenire, mi benedisse e io tornai al mio posto. Quindi un sacerdote passò con Gesù Eucarestia in mezzo alla folla di 600 persone… Gesù mi passò accanto, poi tornò verso l’altare e io sentii dentro di me il desiderio di andare a toccarlo: andai (non avevo niente da perdere…), lo toccai e tornai al mio posto”.

Meno di due mesi dopo questa esperienza, il 29 settembre 2008, e dopo aver vissuto due convivenze con i Francescani ad Assisi, il giovane Daniele è entrato nel postulantato dei Frati Minori.

La sofferenza nella nostra famiglia si è rivelata pedagogica: accolta nella fede, ha preparato i nostri cuori ad accogliere il Mistero. (…) Solo Lui vi dice: Sono venuto perché abbiano la vita e la abbiano in abbondanza…”.


Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti

20 ottobre 2015

FONTE: Aleteia.org  




Capita molto spesso che le grandi conversioni avvengano dopo periodi di forte dolore, di sofferenza e di "vuoto" interiore. Ho appreso moltissime testimonianze in questo senso. La vita sembra non avere più alcun valore, non dona gusto, sembra essere senza senso...... e in questo stato si può facilmente cadere vittima dell'alcool, della droga o divenire frequentatori di cattive compagnie e di brutti "giri". Quando si vedono persone in questo stato, spesso si è tentati di starne alla larga perchè si pensa erroneamente che tali persone costituiscano la "feccia" della società e che possano portare solamente a tanti problemi. E invece, spesso, sono proprio queste persone che posseggono il "terreno migliore".... e nel "vuoto interiore" che essi provano (e che non di rado, sul momento, li può portare su cattivi sentieri) il Signore si fa sentire più potentemente che mai, proprio perchè trova un "terreno fertile", libero da quegli attaccamenti terreni e mondani che invece posseggono la maggior parte delle persone. E allora in queste persone, come nel caso di Daniele in questa bellissima storia, è come se entrasse un "uragano", è la scoperta di un qualcosa di nuovo che ti stravolge completamente la vita e ti fa riniziare tutto daccapo. Ed è l'inizio di una nuova vita, fondata questa volta sull'Amore e sulla Fede in Dio.
Tutto questo ci tengo bene a sottolinearlo perchè, come detto sopra, quando si vedono persone sbandate, sopratutto giovani, essere vittime di queste brutte cose, si viene tentati di starne alla larga..... ed invece bisognerebbe avvicinarli, abbracciarli e cercare di parlare loro di Dio, con semplicità e Amore, perchè il Signore può essere quella Luce che rischiara il loro cuore da ogni tenebra, perchè il Signore può rappresentare quella "Pienezza" che essi inconsciamente cercano (e sovente la cercano nei cosiddetti "paradisi artificiali") e a cui il loro cuore anela, ma che ancora non hanno conosciuto e trovato. Eh, quante, quante volte ciò che apparentemente sembra peggiore in realtà è migliore!!! Per questo Gesù ci ha insegnato a non giudicare mai (il giudizio dell'uomo può anche uccidere!), ma ad accogliere tutti con benevolenza e Amore. Poi il resto lo fa Lui, il nostro buon Gesù. E può essere veramente una nuova Rinascita!

Marco

giovedì 16 febbraio 2017

La storia del piccolo Hope, bimbo africano abbandonato da tutti perché ritenuto uno "stregone", ma salvato da una donna danese!

L'hanno chiamato Hope, speranza, e la sua è arrivata grazie a una volontaria danese, Anja Ringgren Loven, che da alcuni anni lavora con il marito in Nigeria per una ong che si occupa di sviluppo ed educazione e che intende denunciare la piaga dei bambini "stregoni". In molti Paesi africani, infatti, le famiglie abbandonano, torturano o addirittura uccidono i bambini ritenendoli responsabili di stregonerie e disgrazie. Hope che ha due anni vagava solo da otto mesi, nutrendosi di rifiuti, prima di essere stato trovato e salvato da Anja.

L'hanno ribattezzato Hope, la speranza in cui tutti abbiamo il diritto di credere. Hope è un bimbo nigeriano di due anni, che è stato abbandonato dalla sua famiglia perché ritenuto uno stregone.

In Africa, da Kinshasa capitale del Congo alla Nigeria, quello dei bambini stregoni è un autentico dramma. In questi Paesi è infatti molto diffusa la credenza degli enfants sorciers: cioè molti ritengono che alcuni bambini possano essere veri e propri “stregoni”, capaci di avere un influsso malefico su parenti o vicini e ai quali viene attribuita la responsabilità di disgrazie che possono accadere a famiglie o comunità.
Un’inchiesta abbastanza recente dell’emittente britannica Channel 4 aveva già fatto emergere come solo in due stati della federazione della Nigeria ci siano almeno 15.000 bambini accusati di stregoneria.

Ma la storia di Hope, come dicevamo, è una storia di speranza e ha un lieto fine.
Le immagini del piccolo hanno fatto il giro di tutti i social network. In particolare, la sua foto è sul profilo di Anja Ringgren Loven, 31 anni, volontaria danese dell'African Children’s Aid Education and Development Foundation, che l'ha trovato che girovagava scalzo, nudo e affamato. Da otto mesi vagava da solo nutrendosi di avanzi e spazzatura. L’immagine di quell’esserino magrissimo, che beve dalla bottiglietta d'acqua della volontaria ha intenerito tutti.

E sul suo post su Facebook Anja ha scritto: «Questa serie di immagini mostrano il motivo per cui mi batto. Perché ho ​​venduto tutto quello che possiedo. Perché mi sto muovendo su un territorio inesplorato». Lei stessa ha fondato tre anni fa con il marito l’ong indipendente African Children’s Aid Education and Development Foundation, con l'obiettivo di costruire un orfanotrofio e aiutare i bambini che subiscono inimmaginabili e inaudite violenze dopo essere stati etichettati come strega o stregone. I più piccoli sono trascurati o perfino uccisi dagli stessi membri della comunità.


Hope girovagava nudo da otto mesi per il villaggio di Uyo, nel sud della Nigeria, e ha vissuto rovistando tra gli scarti gettati per strada dai passanti, sin quando ha incrociato Anja l'ha preso in braccio, coperto, gli ha fatto un bagnetto e lo ha portato all'ospedale più vicino. «Ora le sue condizioni sono stabili e continuano a migliorare, infatti, ha ripreso a mangiare e la cura sta avendo i risultati sperati. Oggi è un bambino forte e ci sorride. Non so proprio come descriverlo a parole. Questo è ciò che rende la vita così bella e preziosa, e quindi lascerò che le immagini parlino da sole», ha detto ancora Anja.

La cooperante ha raccontato ancora sui social: «Vediamo bambini come Hope torturati, minacciati o uccisi solo perché qualcuno decide che sono maledetti».

Una catena di solidarietà si è presto mossa e soldi per aiutare Hope sono arrivati da tutto il mondo. «Con questo denaro possiamo dare un futuro a Hope e riservargli le migliori cure. Ma anche costruire una clinica e salvare tanti innocenti dalle torture».

Ora Hope, come mostrano anche le altre immagini postate in rete, sta meglio e gioca con il bambino di Anja. «È forte», spiega la sua nuova mamma. «Le trasfusioni di sangue cui si è dovuto sottoporre e i vermi che gli infestavano la pancia ora sono un brutto ricordo. Hope ora è stabile. Mangia da solo e risponde bene alle medicine. Oggi ha provato a sedersi e a sorridere».

Nello stato di Akwa Ibom, dove si trova Hope, indicare un bimbo come stregone è ritenuto un crimine, ma purtroppo questa pratica viene perpetrata. Anja, come racconta nella sua pagina, ha appena finito di girare un documentario per denunciare questo fenomeno, che si intitolerà Anja Afrika e che verrà diffuso in primavera.

18 febbraio 2016

di Giusy Galimberti

FONTE: Famiglia Cristiana


Nigeria, Hope ora va a scuola: volontaria ricrea lo scatto di quando salvò il bambino


Esattamente un anno fa il web faceva la conoscenza di Hope, il bambino nigeriano salvato dalla volontaria danese Anja Ringgren Loven.
Il piccolo era stato abbandonato dalla sua famiglia perché creduto uno stregone e aveva vagato per otto mesi fino a che non era stato trovato da Anja e dai suoi collaboratori. Oggi Hope - "Speranza" in inglese - sta molto meglio, vive presso la "African Children’s Aid Education and Development Foundation", un orfanotrofio nel sud est della Nigeria diretto da Anja e suo marito, David Emmanuel Umem, che accoglie i bambini abbandonati dalle famiglie a causa della superstizione.

Per festeggiare la prima settimana di scuola di Hope, Anja ha deciso di ricreare lo scatto attraverso il quale la rete aveva conosciuto la storia del bambino e che la ritraeva mentre cercava di convincerlo a bere dell'acqua da una bottiglietta. Un modo per festeggiare la nuova vita del piccolo, resa possibile anche dalle molte donazioni che hanno permesso alla Ong svedese di accogliere, istruire e curare molti altri bambini abbandonati come Hope

4 febbraio 2017

FONTE: Repubblica.it


Nei giorni scorsi i media hanno parlato diffusamente della storia del piccolo Hope, ed io pure ho voluto dedicare un post a questo piccolo bambino africano sulle pagine di questo blog.
La prima cosa che mi viene da pensare (e certamente sarà il pensiero di molti) è come sia veramente incredibile che possano esistere ancora oggi situazioni come queste: bambini abbandonati a loro stessi (e quindi a morte sicura!) perché ritenuti "stregoni", avere influssi malefici o cose del genere! Dall'altra parte però c'è anche l'Amore di persone come Anja, che si è presa cura immediatamente di questo bimbo abbandonato da tutti e che ha fondato, assieme al marito, una Ong che si occupa proprio di salvare bambini come lui. Con tutto questo non voglio dire che il popolo Africano sia un popolo senza cuore, mentre l'Europa sia tutto il contrario..... assolutamente no! Però è certo che l'ignoranza uccide ancora molte, molte persone su questa terra, e certamente dev'essere impegno di tutti cercare di cancellare certe assurde credenze che portano solamente a tanta inutile sofferenza. Per il resto questa vicenda dimostra, come sempre, che nel mondo vi è sempre una parte di Bene e una parte di male, e come dev'essere impegno costante di tutti cercare di fare emergere il Bene sul male, l'Amore sull'odio, la Sapienza sull'ignoranza. Proprio quello che ha fatto la splendida Anja, proprio quello che fanno tantissime persone di buona volontà in tutto il mondo, proprio quello che ciascuno di noi, nella situazione in cui siamo e con i talenti che possediamo, è chiamato a fare nella vita di tutti i giorni.

Marco