martedì 26 dicembre 2017

Quelle coperte che scaldano le notti degli ultimi di Roma


La signora Tina ha cominciato a fare coperte per i poveri per colmare il dolore della perdita del figlio

La lana scivola tra le dita e due ferri che l'intrecciano sbaragliano le teorie dell'invecchiamento come tempo desolato e privo di consolazione. In punta di economia quel mucchio di coperte colorate che ricopre il divano di casa potrebbe essere definito "investimento produttivo residuale". Ma Tina non è sazia di giorni e continua a credere, faticare e amare. Impiega tre o quattro giorni a tessere con i ferri una coperta. Sorride: «Dipende dalla lana, ma le più ruvide le filo con le più gracili».
Ha 95 anni e non sferruzza per passatempo. Tina fa coperte per i poveri che dormono per strada, per i letti dei dormitori che ogni sera cambiano ospite. Tina fa coperte colorate, perché un po' è il suo modo di riempirle di amicizia e un po' è questione pratica, perché quei gomitoli hanno tutti i colori del mondo. Ma soprattutto Tina e le sue coperte raccontano la forza degli anni, perché anche la vecchiaia ha i suoi valori e la sua bellezza. Non sa nemmeno quante ne ha cucite, non ha mai tenuto il conto. Mostra il fuso di legno, ricordo di anni passati, costruito dal marito falegname, tanto, tanto tempo fa. Campagne romagnole delle colline di Pennabillí, terra da lavorare, case da costruire. La lana affidata alle donne, quando tutti erano poveri e ci si aiutava tenendosi vicini. Alla mattina se il sole è caldo sferruzza seduta sul balcone di casa, periferia di Roma.
Ha cominciato per colmare un dolore estremo, che non passa. Accade quando un genitore sopravvive al figlio e quella morte è come un buco nero che inghiotte tutto, non c'è dolore più forte e non ci sono parole per colmarlo. Tina invece c'è riuscita, anche se ora le lacrime cadono sulla lana, mentre parla di Franco, che andava dai poveri sulla strada tutte le sere insieme ai volontari di Sant'Egidio, anni da pionieri della misericordia e di minestre calde. Ora Franco è memoria in quelle coperte e il dolore è più lieve.
Nella Comunità di Sant'Egidio, a Roma, c'è un battaglione di donne che sferruzzano appena possono. Tina ne è solo la decana. Ci sono mamme, nonne, nipoti. Ci sono gomitoli di lana che passano di mano, perché qualcuno li trova in casa e non sa che farsene, perché un negozio chiude, perché una nonna muore. Sembra niente fare coperte. Eppure è un modo anche per tramandare sapienza manuale. Tina usa anche i quattro ferri quando intreccia le lane per i calzerotti. Si fanno coperte, calze, cappelli di lana per i carcerati, il lato sconosciuto della solidarietà della capitale e insieme una grande lezione di vecchiaia per i giovani. Le coperte di queste settimane finiranno sui letti di "Casa Heidi", ex scuola del Laurentino, periferia romana, dormitorio invernale che Sant'Egidio e le parrocchie della zona aprono a dicembre e chiudono ad aprile. Ne occorrono una sessantina, ma Tina è veloce con quelle dita che mai si sono fermate e oggi accarezzano i poveri nell'arte della lana. Alza gli occhi chiari, ferma i ferri e dice in un soffio: «Ho quello che basta e ho tempo per fare come il Signore vuole e come Dio ci dà».

di Alberto Bobbio

FONTE: Famiglia Cristiana
23 novembre 2017


Storia semplice ma veramente edificante, che ci insegna che non è mai troppo tardi per fare del Bene e per vivere con Amore!
Grazie cara Tina per il tuo bellissimo esempio e grazie a tutti coloro che si "spendono" con tanta buona volontà per il Bene del proprio prossimo. La nostra società si regge di questo. Grazie di cuore!

Marco

venerdì 22 dicembre 2017

E' Natale

E' Natale ogni volta
che sorridi a un fratello
e gli tendi la mano.

E' Natale ogni volta
che rimani in silenzio
per ascoltare l'altro.

E' Natale ogni volta
che non accetti quei principi
che relegano gli oppressi
ai margini della società.

E' Natale ogni volta
che speri con quelli che disperano
nella povertà fisica e spirituale.

E' Natale ogni volta
che riconosci con umiltà
i tuoi limiti e la tua debolezza.

E' Natale ogni volta
che permetti al Signore
di rinascere per donarlo agli altri.



Madre Teresa di Calcutta


domenica 17 dicembre 2017

Costruire il futuro? E' un gioco da ragazzi


LE MISSIONI DON BOSCO OPERANO IN CIRCA 50 PAESI

Dalla Liberia alla Cambogia, dall'India alle Filippine, anche in Siria, sotto le bombe. Scuole, centri di formazione professionale e oratori aperti a tutti, cristiani e non. Parla il presidente Giampietro Pettenon

Sono in Liberia e in Cambogia, in India e nelle isole Salomone, in Congo e nelle Filippine. Sono perfino ad Aleppo (Siria), dove, anche sotto le bombe, organizzano “estate ragazzi”. Dei 16 mila religiosi che compongono la congregazione salesiana, circa 10 mila vivono sparsi nel mondo, a fianco dei giovani. «La dimensione missionaria ci appartiene fin dalle origini» spiega Giampietro Pettenon, un coadiutore salesiano presidente delle Missioni don Bosco. E nonostante la straordinaria diversità di ambienti di vita, ci sono alcune costanti. «Le nostre scuole e i nostri centri di formazione professionale sono aperti a tutti, cristiani e non e ovunque sono riconosciuti per il loro impegno formativo». Poi, naturalmente, c'è l'oratorio. «Un cortile, un pallone e una persona pronta ad accoglierti. Questo modello funziona a tutte le latitudini. Senza mai rinnegare quello che siamo» riflette Pettenon, «sappiamo avere uno stile molto “laico” che ci consente di raggiungere le realtà più lontane. Siamo accettati e rispettati in Myanmar, un Paese ateo».
In tempi di grande instabilità, molti missionari sono esposti a pericoli e a volte pagano con la vita: «Tra le aree più critiche lo Yemen e la Siria». Ma anche quando non ci sono forti tensioni politiche, ogni giorno si combatte la battaglia contro vecchie e nuove forme di disagio, «a cominciare dalla durissima realtà dei ragazzi di strada, presente in tante grandi città del mondo».
Per sostenere questo straordinario impegno ci sono le Missioni don Bosco, collegate a una cinquantina di Paesi. Oltre 200 mila sono i benefattori che scelgono di dare un contributo. «Sono la nostra forza. Su indicazione del fondatore, ogni giorno preghiamo per loro durante la prima Messa mattutina celebrata nella basilica di Maria Ausiliatrice a Torino, punto d'origine dell'esperienza salesiana». Per saperne di più: www.missionidonbosco.org 011/3990101

di Lorenzo Montanaro


NEL CUORE DELL'AFRICA

Dalla strada alla vita, i miracoli di Lubumbashi


Nella terza città del Congo i Salesiani ofrono ai ragazzi poveri ed emarginati una concreta possibilità di riscatto sociale


Quando lo vedono arrivare, a bordo del suo furgone, i bambini di strada gli corrono incontro e lo abbracciano. Padre Eric Meert, sacerdote belga, è uno dei salesiani presenti a Lubumbashi, la terza città del Congo. Per migliaia di giovani costretti a vivere di espedienti, senza famiglia né un tetto, lui è uno dei pochissimi punti di riferimento, è un sorriso da incontrare, una carezza da ricevere, insieme con una concreta proposta di cambiamento.
Quella congolese è una missione storica, la più antica presenza salesiana in Africa: la sua fondazione risale al 1911. Nel tempo questa realtà ha dovuto e saputo trasformarsi, per servire i nuovi poveri e modellarsi sui cambiamenti di una terra dai mille contrasti.
«A Lubumashi da anni la situazione dei bambini di strada è divenuta un'emergenza» ci racconta Alessia Andena, del dipartimento progetti Missioni don Bosco, appena rientrata dal Congo. «Arrivano da tutto il paese, nella speranza di trovare un'alternativa alla desolante povertà delle campagne». Ma quando, completamente soli, raggiungono la città, incontrano un destino duro e pieno di pericoli.
Tra le baracche sgangherate si possono raccogliere tante storie. «Molti ragazzi finiscono sulla strada perchè i genitori non li possono mantenere: manca il cibo e l'istruzione non è gratuita. Altri vi arrivano a seguito di disgregazioni familiari». Ma ci sono anche fattori culturali. «Vi sono bambini che vengono accusati di stregoneria. Può bastare un'anomalia del comportamento, magari dovuta a forme di disabilità, oppure una disgrazia in famiglia per la quale si cerca un capro espiatorio. E' una ferita profonda: se non si interviene in tempo lascia i segni per tutta la vita».
A questo si aggiungono tutti i pericoli legati alla vita di strada: il degrado, il rischi di subire abusi, il consumo di droghe. Ecco i mille volti che padre Eric incontra ogni notte, mentre gira i quartieri periferici insieme a un confratello burundese. Ogni ragazzo, con il suo nome e la sua storia, riceve un'attenzione unica e personale. E per tutti c'è la proposta di andare al centro di Bakanja Ville, il primo passo verso una nuova vita. In questa struttura salesiana (una ventina i padri che vivono a Lubumashi, cui si affianca il lavoro di assistenti sociali, psicologi, educatori) i ragazzi ricevono una prima assistenza in una casa sicura. «Quando possibile si cerca di reinserirli nelle famiglie d'origine. E si offre loro la possibilità di studiare, gratuitamente, per costruirsi un futuro» spiega ancora Alessia Andena.
Sul modello di don Bosco, anche in Congo i Salesiani hanno avviato scuole e centri di formazione professionale, che formano meccanici, falegnami e molti altri professionisti. «Grazie a questi percorsi tanti giovani riescono a uscire dal disagio. Quando capiscono di essere amati, il cambiamento diventa possibile». Una storia, tra tante? «Ho incontrato un bimbo di soli nove anni. Timido e gentile, era in strada da quattro giorni e dormiva da solo. Gli ho promesso che a Bakanja Ville ci saremmo incontrati. E lui mi ha dato fiducia».

di Lorenzo Montanaro

FONTE: Famiglia Cristiana N. 30
24 luglio 2016


Che opera straordinaria che compiono i missionari nel mondo! Essi portano Fede, speranza, aiuto morale e materiale, amicizia.... e tanto altro ancora. E lo portano sopratutto nei luoghi dove la povertà, l'ignoranza, l'anarchia e le guerre la fanno spesso da padrone. I missionari sono veramente una grande "Luce" accesa nel mondo!
Ricordiamoci spesso di loro.... ricordiamoci di loro e sosteniamoli sia materialmente che spiritualmente, perchè essi hanno bisogno di noi, così il mondo ha bisogno di loro!

Marco

mercoledì 13 dicembre 2017

La commovente storia di Julie e Mike, malati di tumore, insieme finno alla morte


Una foto mano nella mano che ha commosso la Rete: Julie e Mike, 50 anni lei, 57 lui, si tengono per mano in una camera di ospedale. Sono entrambi malati terminali di tumore: e questa è l’ultima immagine che li ritrae insieme, che racconta del loro amore e della loro battaglia contro la malattia. Mike si è spento il 7 febbraio, la moglie Julie solo cinque giorni dopo.

Mike e Julie, marito e moglie malati di tumore

Una storia straziante la loro: a Mike, nel 2013, viene diagnosticato un tumore al cervello. La moglie Julie decide di stargli accanto e diventa la sua infermiera casalinga. Lo assiste e cura insieme ai loro tre figli: Luke, 21 anni, Hannah, diciottenne e al 13enne Oliver. Poi nel maggio 2016 ecco l’altra brutta notizia: anche Julie è malata, un tumore al fegato e ai reni che si è diffuso velocemente ad altri organi. Entrambi ricoverati all’ospedale St. John di Merseyside sono stati vicino fino all’ultimo, tenendosi la mano fino all’ultimo. Hanno vissuto una vita insieme, uno accanto all’altra, sostenendosi sempre. Anche negli ultimi giorni.

La mobilitazione online e la raccolta fondi

L’immagine, diffusa dai figli, è diventata virale. I ragazzi vivono a Wirral, nei pressi di Liverpool, e gli amici della coppia stanno cercando di fare tutto il possibile perché possano continuare a trascorrere la loro vita lì. Come promesso a Julie, poco prima della sua scomparsa. Luke è uno studente alla Liverpool Theatre School, Hannah studia alla Performing Arts School and College Liverpool di Elliot Clarke, mentre Oliver è ancora alle superiori: per loro è stata aperta una raccolta fondi su JustGiving che ha già raccolto oltre 200.000 sterline, circa 235mila euro.
«Vogliamo dire un enorme grazie a chiunque ha donato e ha mandato un aiuto in questo nostro momento di difficoltà» hanno scritto i tre fratelli. «Vogliamo che sappiate che nostra mamma si è emozionata sapendo che noi tre stiamo così a cuore a tanti amici, alla famiglia e a tanti estranei che hanno fatto un gesto di cuore».

di Raffaella Cagnazzo

14 febbraio 2017

FONTE: Corriere della Sera


Un'altra intensissima storia di Amore coniugale che tocca veramente il cuore!
Julie e Mike, insieme per tutta la vita, insieme nella malattia e insieme, possiamo crederlo veramente, anche "oltre" la vita. Perchè l'Amore Vero è per sempre!

Marco

sabato 2 dicembre 2017

Insieme per 71 anni, marito e moglie muoiono lo stesso giorno tenendosi per mano


I due anziani coniugi sono morti a 95 e 96 anni dopo aver superato la guerra mondiale e trascorso una vita sempre insieme.

Si erano conosciuti la prima volta durante un appuntamento al buio nei primi anni '40 e da allora si erano innamorati l'uno dell'altra decidendo di rimanere insieme fino alla fine dei loro giorni arrivata dopo 71 anni di matrimonio, nello stesso giorno per entrambi. È la commovente storia di un'anziana coppia di coniugi statunitensi, deceduti mano nella mano in una struttura di ricovero a Norfolk, nello stato della Virginia. Dopo essere stati separati dalla Seconda Guerra Mondiale, durante la quale lui ha servito nei Marines e lei come infermiera in Marina, Isabell Whitney e Preble Staver si sono sposati nel '46.

Durante la loro vita hanno avuto cinque figli, tanta felicità e anche momenti di dolore come la morte prematura di un figlio, deceduto a seguito di un brutto incidente durante una partita di football al liceo, ma hanno attraversato ogni momento sempre insieme. Uniti hanno anche affrontato i primi sintomi della vecchiaia e poi la malattia di lei con la demenza che l'ha colpita negli ultimi anni. Insieme si sono trasferiti in una struttura per anziani dove però la malattia, col passare degli tempo, li ha costretti a vivere in stanze separate nell'ultimissimo periodo. Quando i medici e familiari hanno capito però che la loro ora era vicina li hanno rimessi uno vicino all'altro e così insieme, mano nella mano, sono morti a poche ore di distanza l'uno dall'altra nello stesso giorno.

Commovente il ricordo della figlia Laurie Clinton che ha rivelato un emozionante momento vissuto dai due coniugi pochi giorni prima della loro morte. "Mia madre è stata portata a far visita a papà per il suo 96° compleanno il 17 ottobre. All'improvviso ho sentito questa piccola voce flebile, era mamma che nonostante la demenza cantava Happy Birthday a papà" ha raccontato la donna, rivelando: "A quel punto sono sembrati più calmi e più tranquilli e così so rimasti fino al 25 ottobre quando sono morti a 95 e 96 anni".

21 novembre 2017

FONTE: Fanpage


Tenerissima storia d'Amore coniugale che tocca veramente il cuore. L'Amore, quello vero, è davvero per sempre!

Marco

giovedì 23 novembre 2017

"Non si smette mai di essere mamma": a 98 anni va in casa di cura per assistere il figlio 80enne


Un rapporto davvero speciale: a Liverpool Ada Keating ha deciso di seguire Tom nell'istituto per anziani. I due trascorrono il tempo giocando e guardando la tv

INSEPARABILI, uniti da quel legame speciale che esiste solo tra madre e figlio. Ada Keating ha 98 anni e ha sempre vissuto con il figlio Tom, che di anni ne ha 80 e che non si è mai sposato.

Nel 2016 Tom è stato ricoverato nella casa di cura di Moss View Care di Liverpool, per motivi di salute. Così, un anno dopo la madre ha deciso di trasferirsi nello stesso istituto per stargli vicino.

I due, racconta Liverpool Echo, trascorrono il tempo giocando o guardando serie tv. "Auguro a Tom buona notte e buongiorno - racconta Ada - e quando vado dal parrucchiere so che lui aspetta il mio ritorno a braccia aperte. Non si smette mai di essere mamma".

"Sono contento di vedere più spesso mia madre - ha detto Tom -. Lei è molto brava a prendersi cura di me e a volte mi dice ancora: 'Comportati bene!'". Un amore immenso, che ha commosso anche il personale della struttura: "Non è così frequente vedere madre e figlio nella casa di cura insieme - ha detto il responsabile Philip Daniels -. Vogliamo che restino insieme il più possibile", si legge sul Liverpool Echo.

Ada e suo marito Harry avevano quattro figli: Tom, Barbara, Margi e Janet morto all'età di 13 anni. Prima di andare in pensione, Tom era un pittore e decoratore, mentre Ada era un'infermiera ausiliaria presso il Mill Road Hospital.

Nella casa di cura, Ada e Tom ricevono spesso la visita della nipote dell'anziana, Debi Higham, e degli altri membri della famiglia. "È rassicurante per noi sapere che si prendono cura di loro a vicenda 24 ore su 24".



di Piera Matteucci

30 ottobre 2017

FONTE: Repubblica.it


Eh, l'immenso Amore delle madri! Vogliamo sempre bene alle nostre care mamme, perchè l'Amore che loro hanno per noi figli è incommensurabile. Vogliamogli sempre bene e dimostriamoglielo ogni volta che possiamo!

Marco

venerdì 17 novembre 2017

Mark Bustos, il parrucchiere dei senza tetto di New York


La storia di Mark Bustos è legata alla solidarietà e al desiderio di fare qualcosa di bello e di buono per gli altri. Accade, infatti, che in una metropoli incredibilmente popolosa e frenetica come New York un ragazzo di origine filippina metta la sua arte a servizio dei senza tetto. Mark Bustos lavora come parrucchiere in uno dei saloni più trendy di Manhattan, ma ogni domenica scende in strada con uno sgabello e i suoi fidati forbici e rasoi, per offrire un taglio di capelli e una rasatura a chi non può certo permettersela oppure ha altro a cui pensare. La sua ragazza lo supporta e chiede ai senzatetto se desiderano qualcosa da mangiare e porta loro un po’ di cibo mentre Mark li acconcia "per le feste".

L’idea è venuta a Mark nel 2012, dopo aver fatto un viaggio nelle Filippine per andare a trovare la sua famiglia e durante il quale ha deciso di prendere in affitto una sedia da barbiere e omaggiare di un taglio di capelli i bambini poveri del suo quartiere. Da qui l’idea di ripetere questo bel gesto anche tra le vie di New York, dove i senza tetto si muovono come presenze invisibili. Un taglio di capelli può donare un pizzico di dignità e aiutare le persone a trascorrere una giornata migliore e dunque, ogni domenica, Mark si sposta per le strade della Grande Mela alla ricerca dei più bisognosi e offre loro un nuovo taglio di capelli o una semplice rasatura.


Mark documenta il suo lavoro con immagini che poi pubblica su Instagram con il tag #BeAwesomeToSomebody. Alla domanda se si ricorda in particolare di qualcuno, Mark risponde che gli è rimasta impressa la storia di Jemar Banks. “Durante il taglio – ricorda Mark in un’intervista – non proferì quasi parola. Alla fine gli porsi uno specchio per vedere il risultato.

L’unica cosa che disse fu: "Conosci qualcuno che potrebbe offrirmi un impiego?". Si tratta della riprova che vedersi puliti allo specchio può stimolare le persone a cambiare vita, anche se non è facile e molti sono gli ostacoli da superare
.

Un caso analogo si era verificato alcuni anni fa, quando il programmatore Patrick McConlogue era rimasto incuriosito da Leo, un clochard diverso dagli altri in quanto sobrio e curato. Patrick aveva deciso di spiegargli come funziona il linguaggio di programmazione e in sole quattro settimane Leo era riuscito a sviluppare un’app sul riscaldamento globale e il cambiamento climatico. Si tratta di gesti che possono cambiare il corso della vita di una persona e che fanno bene al cuore, in quanto raccontano che la vita è meravigliosa e riserva sorprese straordinarie quando meno ce lo aspettiamo.

di Alessia Martalò

12 marzo 2015

FONTE: Myusa.it

sabato 4 novembre 2017

Hai presente l’acqua fresca? Così è Maria


Che gioia incontrare dell’acqua limpida e fresca quando il caldo ci provoca arsura, o brucia il nostro corpo esposto al sole. La sua freschezza allieta, ma anche la limpidezza, segno che niente di sporco l’ha contaminata. Ci sentiamo sicuri quando nella sua trasparenza l’acqua lascia intravedere “il fondo” delle cose, e siamo attirati ad esplorarla. Toccandola, immergendosi in essa o bevendola è come se queste sue stesse qualità entrassero in noi e ci rendessero tali. E perché no, visto che per la maggior parte siamo composti d’acqua!

Hai presente l’acqua fresca? Bene, così è Maria: acqua fresca e pura, sempre pronta a scorrere in noi per lavarci delle scorie del peccato. Immersi in Lei avvertiamo la levità dell’essere che può così abbandonarsi libero grazie all’assenza di gravità, come nel mare, quando stiamo “a galla”. Solo che qui non si parla di forza di gravità ma della gravità della colpa, nostra o altrui, al peso del mondo, che ci opprime con le sue esigenze materiali, pressanti ed invadenti.
Sgorgando dal cuore del Padre, fonte di Grazia perennemente aperta, Maria giunge a noi come un agile ruscello, capace di superare ogni ostacolo che trova innanzi, scavalcando le pietre della nostra ostinazione e insinuandosi nelle fessure della nostra anima, per rinfrancarla e abbeverarla. Ogni suo tocco è beneficio, ogni goccia è sollievo. Procede sicura e tranquilla come un torrente che fluisce dall’Eterno ed entra nel tempo, riempiendo i canali di vite essicate, irrigando i campi dei poveri prosciugati dall’avidità dei ricchi, colmando il vuoto di morti improvvise, di lutti impensati.
Intere popolazioni soffrono la siccità della Fede, e Lei pioggia benefica, si effonde calma e regolare, ammorbidendo i cuori, che come zolle di deserto giacevano induriti perché nessuno annunciava loro Verità.
Ma non finisce qui. Se taci l’acqua diventa musica e calma la mente affannata; come quando vicino al mare l’onda s’infrange sulla riva, o presso una fontana che a ritmo cadenzato versa acqua. Ascoltarla dona pace e quieta l’anima. E così se fai silenzio mentre preghi, senti la voce di Maria, avverti il suo canto, la melodia di note che escono incessanti dal Suo cuore per parlarci, rassicurarci e consolarci, come accade ai bimbi che sentono la voce della mamma.
E’ facile ricevere quest’acqua, basta porgere le mani. Possibilmente vuote. Anzi, il cuore, perché così Lei non va più via.




di Stefania Consoli

FONTE: Succede a Medjugorie…


Bellissimo scritto di Stefania Consoli che ho fatto subito mio. Un mio piccolo, modestissimo omaggio a Maria SS., Madre di tutti noi, fonte di acqua fresca e pura per chiunque La voglia accogliere.
Grazie Mammina Santa!

Marco

giovedì 26 ottobre 2017

La porta del Paradiso è qui nella nostra spa


Benedetto centro benessere. A Siracusa ci si rigenera dalle Orsoline

«Curando il fisico aiutiamo gli ospiti a intraprendere un percorso interiore», dice la direttrice di Domus Mariae

Se il Paradiso può attendere è perché in terra ci sono posti come questo. La casa per ferie Domus Mariae Benessere sorge sul lungomare dell’Ortigia, nel cuore antico di Siracusa, a due passi da quanto di meraviglioso c’è da vedere in città. Già per il panorama che si gode dalla terrazza l’hotel vale una visita.
Ma c’è di più, perché questo non è un semplice albergo, né la solita spa dove trascorrere qualche ora lontano dalla frenesia. «Qui ci prendiamo cura delle persone dal punto di vista sia fisico sia spirituale», spiega suor Rosamaria Falco. Barese di origine, un diploma all’istituto alberghiero e una laurea in Economia prima di prendere i voti, è stata lei, nel 1995, a trasformare in hotel quella che era una scuola gestita dalle Orsoline all’interno di un ex convento del 1300. Nel 2008, poi, la struttura è stata ampliata con il centro benessere. «L’edificio andava ristrutturato, non avevamo i soldi per farlo. Così ci siamo adattate alla vocazione turistica dell’Ortigia», spiega. «Senza dimenticare la nostra missione: promuovere la dignità umana e aiutare gli altri a trovare il Signore. Lo facciamo coccolando gli ospiti, mettendoli nelle condizioni di intraprendere un percorso interiore».
Suor Rosamaria non ha dubbi: «Il benessere fisico aiuta a pregare», assicura. Non per niente lei stessa comincia la giornata con impacchi di aceto e una doccia corroborante: getti alternati di acqua calda e fredda. E cura molto l’alimentazione, seguendo una dieta light a base di alimenti sani e nutrienti. Funziona? Sembrerebbe proprio di sì. La religiosa è un vulcano, gestisce tutto con precisione svizzera. La aiutano le consorelle Orsoline suor Lucia e suor Carmela e un piccolo, efficientissimo esercito laico di receptionist, cuochi, camerieri, operatori fisiatrici ed estetisti. Sono questi ultimi, in particolare, a seguire il cliente nel centro benessere. «A usufruire dei trattamenti sono sia gli ospiti dell’hotel sia clienti esterni, che vengono apposta per un percorso benessere, una seduta di kinesioterapia (ginnastica riabilitativa in acqua) o trattamenti più specifici come l’aerosol e l’idrocolonterapia (la pulizia dell’intestino, fatta con un macchinario apposito)», spiega suor Rosamaria. «Il bello è che chi prenota il classico percorso da un’ora e mezza ha il centro a sua completa disposizione», aggiunge Francesca Noè, uno degli “angeli” della spa. L’ideale per coppie, famiglie e piccoli gruppi di amici, «ma anche per evitare la promiscuità, perché in fondo siamo pur sempre delle suore».
Ci sono delle regole da rispettare, insomma. Niente nudità come nelle saune nordiche, o comportamenti sconvenienti. Ma nessuno si è mai lamentato. «Chi viene da noi lo fa consapevolmente. Molti partecipano alla Messa nella cappella interna o nell’adiacente chiesa di San Filippo Neri, alcuni chiedono l’appoggio del nostro padre spirituale. Tanti, quando se ne vanno, ringraziano il Signore per averci ispirate a portare avanti questo progetto», racconta la direttrice. «Noi, dal canto nostro, non imponiamo nulla, ma agiamo “in punta di piedi”. In ogni camera facciamo trovare il Vangelo, un libretto di preghiere e un calendario con massime religiose, ma gli ospiti non sono obbligati a farne uso».
Tutti, però, che siano cattolici praticanti o meno, si trovano al centro di attenzioni speciali: sempre accolti con un sorriso e una parola gentile, trattati non come numeri ma come persone. «Noi, sorelle e membri dello staff, ci consideriamo una famiglia, e gli ospiti lo percepiscono. Qui si sentono subito a casa, in un’atmosfera rilassante e amichevole».
In più di un’occasione a suor Rosamaria è capitato di ascoltare le storie dei suoi clienti, di prestare loro un orecchio comprensivo. Più come un’amica o una confidente che come la responsabile di una struttura ricettiva. «E’ un aneddoto che racconto spesso: avevamo aperto da poco quando un giorno arrivò una coppia di giovanissimi. Capii subito che non erano sposati, che la loro era la classica “fuitina”. Chiesero una camera, io dissi loro di no, ma non li mandai via. Alla fine la ragazza mi confessò che era lì di nascosto: sua madre non vedeva di buon occhio la relazione perché lui non era diplomato. Per farla breve, mi interessai della faccenda, diedi loro una mano a chiarirsi con i genitori… Oggi sono sposati e lei ancora mi ringrazia».
Tra un messaggio e una cromoterapia, qualche fortunato trova anche una risposta ai suoi dubbi, una soluzione ai problemi. Non tutti, sia chiaro: l’illuminazione non è compresa nel prezzo. Ma un attimo di pace, quello sì. E il sorriso sereno di chi lavora ogni giorno per il piacere di dare gioia agli altri.

di Federica Capozzi

FONTE: Gente N. 34
30 agosto 2016


E' veramente una bellissima (e originale) idea quella di creare un centro che si occupa sia di benessere fisico che spirituale. Una rigenerazione a "tutto tondo" potremmo dire, ma sempre e comunque senza imposizioni di alcun tipo. E con molto piacere riporto questo articolo sulle pagine di questo blog. Bravissimi tutti!

Marco

martedì 8 agosto 2017

Ania, dall’inferno alla castità


A Medjugorje fonda “Cuori Puri” per promuovere il rispetto del corpo tra i giovani

Una vita di errori e difficoltà, poi il cambiamento radicale a Medjugorje e la fondazione di un'iniziativa per promuovere la castità prematrimoniale tra i giovani. Questo il percorso di Ania Golędzinowska, nata a Varsavia (Polonia). “La mia non è stata una giovinezza normale. Ho scoperto troppo presto il sesso, la droga e il lato oscuro delle cose. Ho scoperto troppo presto quanto sia dura la vita”, racconta nel suo libro "Salvata dall'inferno" (Sugarco).

Una famiglia instabile, furti, droga… Quando si presenta l'opportunità di andare in Italia, Ania la coglie al volo. Poi torna a casa, ma dopo un po' riparte di nuovo. Le hanno prospettato un lavoro nel campo della moda, ma finisce in un giro di night club a Torino. Ha 17 anni, e viene violentata da un cliente che le era sembrato ineccepibile.

Nel 2011, dopo anni di sofferenze, il primo viaggio a Medjugorje è uno splendido shock.Ormai per me una sola cosa contava veramente: nei miei occhi era rinato uno sguardo che credevo perduto per sempre. Uno sguardo che aveva voglia di continuare a specchiarsi nella realtà, alla ricerca della semplicità, dell’amore, della solidarietà con chi divide con noi il cammino della vita. Uno sguardo sul mondo, con occhi di bambina”.

Torna in Italia, ma poi sente che il suo posto è Medjugorje. Vive lì due anni in una comunità mariana retta dalle suore. In seguito, insieme a padre Renzo Gobbi, dà vita all’iniziativa Cuori Puri (www.cuoripuri.it), che promuove la castità prematrimoniale tra i giovani, che lei stessa ha iniziato a vivere dal 2010 in attesa di incontrare il vero amore per tutta la vita. “Perché la trasgressione più grande oggi è quella di andare controcorrente”, afferma.

A marzo di quest'anno, Ania ha sposato Michele, un ragazzo conosciuto a Medjugorje e aderente all’iniziativa “Cuori Puri”.

Nel libro Dalle tenebre alla luce (Sugarco), Ania racconta la storia e il significato dell'iniziativa che ha fondato, “un’esperienza in cui sperimento quotidianamente l’abbraccio di Gesù. Un’esperienza di amore autentico. Un’esperienza radicale, tanto quanto 'naturale' e ricca di gioia”.

Castità, riconosce Ania, “è una parola poco di moda, mai alla ribalta delle cronache, anzi viene spesso derisa. Sembra cosa antica, quasi dimenticata. Di certo non accattivante”. La castità, osserva, “certo è una sfida. Si tratta di un cammino che richiede sacrifici, ma è anche un’avventura straordinaria, ricca di frutti di cui tutti possiamo godere”.

Oggi "Cuori Puri" conta più di 9.000 ragazzi che hanno deciso di abbracciare la castità prematrimoniale o sono sulla strada per farlo. “Cuori Puri”, spiega Ania, “non è una comunità né un movimento, è un’iniziativa per i giovani e le coppie che decidono di rispettare Dio, scegliendo la castità, fino al matrimonio, per chi aspira a questo sacramento”.

L'obiettivo dell'iniziativa è dare voce al valore della castità e alla virtù della purezza. Ania è convinta che “la trasgressione più grande oggi sia quella di non concedersi”, perché “ormai il sesso è diventato un atto scontato”, mentre si tratta di “un atto bello e puro, quando è un atto d’amore”.

Promettere la castità, prosegue Ania, “non significa propriamente fare un voto, dato che fa parte già dei precetti della Chiesa. Insomma è 'compreso nel pacchetto' il fatto di non commettere atti impuri”. Allora perché promettere in modo pubblico? “Perché oggi – risponde – viviamo in un mondo che ogni giorno mina le nostre certezze e attacca la nostra fede. In un mondo in cui continuamente ci viene proposto uno stile di vita lontano dalla Chiesa. Una società in cui la maggior parte dei giovani cresce senza alcuna educazione cattolica e quando invece c’è, spesso non viene spiegata come una Grazia, come una cosa bella, come un dono, bensì è un’imposizione moralistica”.

In questo senso, essere un Cuore Puro “non significa soltanto astenersi dagli atti sessuali, bensì si tratta di un insieme di virtù, di doni e di impegni che ogni giorno mettiamo in atto per essere vicini a Dio”.

Nella presentazione di "Dalle Tenebre alla Luce", monsignor Giovanni d'Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, ricorda che “se pur fra molto fango, la perla della purezza non è scomparsa in questa nostra epoca, ed anzi, in varie parti del mondo, sembra cominciare ad acquistare un non sperato successo per l’umile freschezza che l’accompagna. È come la riscoperta d’un prezioso tesoro”.

La purezza è l’indispensabile purificazione del cuore e della mente per vedere, conoscere e incontrare il volto di Dio.

di Roberta Sciamplicotti

30 settembre 2014

FONTE: Aleteia


Bellissima storia di Fede, di Conversione e di Amore, dopo il dramma della violenza, del sesso e della droga, circolo infernale nella quale Ania era finita ancora giovanissima. E dalle "ceneri" di questo passato turbolento, Ania ha saputo "rinascere" e valorizzare tutto il suo vissuto fondando questa bellissima iniziativa denominata "Cuori puri", nella quale Ania valorizza al massimo la meravigliosa Virtù della "castità", così bella eppure così poco considerata, per non dire bistrattata, nella società d'oggi.
Grazie Ania per ricordarci la bellezza di questa Virtù, così cara agli occhi di Dio, e grazie per il tuo esempio, per la tua testimonianza, per tutto quello che hai fatto di Bello finora e che certamente farai ancora in futuro. Grazie di tutto!

Marco 

lunedì 17 luglio 2017

Bosnia, il piccolo Zejd è sordo: la sua classe impara il linguaggio dei segni


Zejd, sei anni, aveva un po' paura della scuola: adesso non vede l'ora di andarci.
Lo scorso settembre sua madre Mirzana lo ha accompagnato in una classe della prima elementare di Sarajevo, consapevole che per lui non sarebbe stato semplice integrarsi, dal momento che è sordo dalla nascita. Questo anche perché la sua maestra, Sanela Ljumanovic, non conosceva la lingua dei segni. L'insegnante però è andata a sua volta a scuola e ha imparato la lingua per poter comunicare con il piccolo Zejd, ma questo non le bastava. Il passo successivo è stato insegnare a tutta la classe il linguaggio utilizzato dal bimbo bosniaco in modo tale che Zejd potesse "parlare" con tutti. E così è stato. 
Ora è davvero felice e motivato, racconta sua madre Mirzana.
Una favola così positiva da dare vita a un circolo virtuoso: contento per lo sforzo dei suoi compagni, Zejd sta pian piano imparando a leggere le labbra mentre i suoi amici, divertiti da quei gesti con le mani, nel dopo scuola stanno insegnando ai propri genitori tutti i segreti del linguaggio dei segni.

di Giacomo Talignani

8 febbraio 2016

FONTE: Repubblica.it

sabato 10 giugno 2017

Dippold l'ottico

Che cosa vedete adesso?
Nubi di rosso, giallo, porpora.
Un momento! E adesso?
Mio padre e mia madre e le mie sorelle.
Bene! E adesso?
Cavalieri in armi, donne bellissime, visi delicati.
Provate questa lente.
Un campo di grano, una città.
Molto bene! E adesso?
Una giovane donna ed angeli chini su di lei.
Una lente più forte! E ora?
Molte donne dagli occhi vivi e le labbra socchiuse.
Provate questa.
Oh! Soltanto un bicchiere sul un tavolo.
Capisco. Provate questa lente.
Soltanto uno spazio vuoto. Non vedo nulla di particolare.
Bene. E adesso?
Pini, un lago, un cielo d’estate.
Va meglio. E adesso?
Un libro.
Leggetemi qualche pagina.
No, non posso. Gli occhi mi sfuggono aldilà della pagina
Provate questa lente.
Abissi d’aria.
Ottimo. E adesso?
Luce, soltanto luce, che trasforma tutto il mondo sottostante in giocattolo.
Benissimo! Faremo gli occhiali così.


Edgar Lee Masters - Antologia di Spoon River




Ho trovato per caso questo semplice racconto su un libricino che mi è capitato tra le mani, e ho pensato subito di postarlo sulle pagine di questo blog.
Mi piace questo racconto (o, se vogliamo, possiamo anche chiamarla poesia) perchè tocca una dimensione fantastica, da sogno.
Noi uomini dovremmo sempre essere capaci di sognare, non dobbiamo mai perdere di vista la dimensione del "sogno". Come soleva dire don Tonino Bello, sacerdote fervorosissimo e zelante: "C'è tantissima gente che mangia il pane bagnato col sudore della fronte dei sognatori". Ed è bello saper sognare, avere grandi ideali, anche utopici se vogliamo, da inseguire, da combattere, da raggiungere. Facciamolo sempre quindi, sogniamo cose belle, alte, virtuose.... ma sopratutto adoperiamoci con tutto noi stessi perchè i nostri sogni divengano realtà!

Marco

domenica 4 giugno 2017

Semi-nati in terra di Sicilia

In una fattoria sociale nell’entroterra isolano, migranti e palermitani costruiscono assieme una nuova prospettiva lavorativa. Daniela è una delle protagoniste del progetto

Sono ormai come figli adottivi. Per loro nutre un affetto materno, compensando quello che non possono più offrire le madri, distanti migliaia di chilometri. Un legame affettivo che è cresciuto nel tempo e che le ha consentito di apprezzare giorno dopo giorno le qualità di questo gruppo di migranti africani, giunti in Italia a bordo delle carrette del mare e approdati nel giugno 2013 tra le braccia della Caritas di Palermo. Daniela Adelfio, dopo averli accolti, accuditi, seguiti, è diventata con loro protagonista del progetto Semi-nati, fattoria sociale realizzata dalla Caritas a Ciminna, paesino dell’entroterra, a 40 chilometri da Palermo. I sei ragazzi provenienti da Senegal, Costa d’Avorio, Mali, Gambia ne sono diventati un po’ i simboli, oltre che la "forza-motrice".

La “vocazione” per l’accoglienza

Arriva dalla Sicilia questa bella storia di integrazione e di fede, che allontana lo spettro dell’immigrazione "cattiva" e mostra il lato buono di questi giovani che raggiungono le coste italiane nella disperazione più assoluta e con la speranza di poter avere un futuro migliore. Un lato buono che emerge anche grazie all’impegno di volontari come Daniela, 42 anni, insegnante di religione e una vita spesa tra Chiesa e sociale, in particolare nell’accoglienza ai migranti. Una "vocazione", come la definisce lei stessa, che "esplode" a giugno 2014, quando sposa il progetto Semi-nati della Caritas palermitana guidata da don Sergio Mattaliano. “Ero già impegnata nella prima accoglienza dei nostri fratelli provenienti dalle coste africane. Mi occupavo di assistenza, consegna di cibo e vestiti. Poi con il progetto Semi-nati – spiega Daniela – le cose sono cambiate. Perché da quella sorta di assistenzialismo che facevo nei loro confronti, mi sono dedicata a una vera e propria accoglienza anche sotto l’aspetto umano e spirituale. Lavorando con loro nella fattoria sociale ho imparato a conoscerli da vicino, entrando man mano nei meandri delle loro storie personali. Sono ragazzi che quando prendono fiducia si aprono. E sopratutto ti fanno avvertire un senso di gratitudine per quello che stai facendo per loro”.

Sofferenza e speranza

Nelle storie dei migranti, Daniela riesce a trovare un denominatore comune: sofferenza e speranza.

Ho sofferto molto ascoltando il loro passato – ammette la volontaria della Caritas – a volte mi è capitato anche di rivolgermi a Dio per chiedergli il perché avesse riservato loro una vita così complicata, difficile. E la risposta paradossalmente me l’hanno data gli stessi ragazzi. Loro si nutrono di speranza, vivono per la fede. Sanno che Dio è al loro fianco, che siano cristiani o islamici. Così mi sono sempre più convinta che alla radice della loro sofferenza c’è l’agire dell’uomo, che non fa nulla affinché la situazione in quei Paesi africani cambi. E che allo stesso tempo c’è un disegno di Dio che li ha portati fin qui in Italia”. Ed è quella speranza a farle credere fermamente nel progetto Semi-nati, in quella fattoria sociale, nata nel gennaio 2015, dove vivono e rifioriscono “i suoi ragazzi”.
La vita in fattoria inizia alle 7 del mattino – spiega Daniela –. C’è chi si dedica alla raccolta degli ortaggi, chi alla cura del terreno, chi all’allevamento. Il contatto con gli animali per loro è quasi "sacro" perché li proietta mentalmente alla loro terra. Io e gli altri volontari li affianchiamo in queste attività. La convivenza è davvero ideale”.


Rispetto per l’Islam

Molte volte è capitato che il confronto cadesse sulla fede. “È tutt’altro che un argomento tabù – evidenzia la volontaria – c’è Yannick, ivoriano, che presto si battezzerà e diventerà "ufficialmente" cattolico con il nome di Tommaso. Ama Gesù e lo sente vicino in ogni istante della sua vita. Altri sono islamici ma molto rispettosi della fede cattolica. Anzi, forse ero più io a essere diffidente verso quella religione, ma scoprendo loro mi sono ricreduta. Il vero arricchimento è proprio questo: accettare e lasciare le porte aperte all’altro, anche se islamico o di altro credo. La contaminazione, come ci ricorda Papa Francesco, è una strada che ci riserva gradite sorprese”.
Ci sono state occasioni in cui si è addirittura pregato insieme: “A Pasqua o Natale eravamo tutti uniti e loro anteponevano la condivisione alla differenza del credo religioso. Non si appartavano, anzi, faceva loro piacere restare tra noi e pregare con noi. Una vera e propria festa nel segno del Signore!”.
Dunque Semi-nati per Daniela è stata l’esperienza con la quale è riuscita a varcare muri, barriere ideologiche, "bagnandosi" a pieno con le fedi e le culture di questi giovani immigrati. “È per questo che ho tutta l’intenzione di continuare in questo progetto – dice –
voglio accompagnare ancora questi ragazzi per rigenerarmi e rigenerarli. Spesso torno a casa col cuore gonfio di gioia. Ne parlo con la famiglia, in particolare con mia figlia, anche lei impegnata nel volontariato e nell’assistenza ai migranti. Con la preghiera e pensando alla loro tenacia, devo ammettere che affronto con uno spirito diverso anche i miei problemi personali. È una vera vittoria della solidarietà. Basta con i luoghi comuni, apriamo i nostri cuori ai migranti”. 


Obiettivo Integrazione

Immigrati e italiani si attivano per avviare una fattoria solidale, una cooperativa che sorge a Ciminna, a 40 chilometri da Palermo. Sei migranti operano insieme a quattro famiglie italiane, due di Ciminna e due di Palermo con una storia di disoccupazione alle spalle. È il progetto Semi-nati che la Caritas ha portato avanti con i fondi dell’8xmille, rivolto all’inclusione di italiani e stranieri, e che è gestito dalla cooperativa La Carità.

Il giusto supporto per una vita dignitosa

Nella fattoria c’è tanto da fare e la gran parte degli immigrati è molto contenta di potersi dedicare alle attività agricole e di allevamento. Ci sono molti animali, tre cani, pappagalli, galline, conigli, tacchini, lepri, capre e perfino un cavallo. “L’obiettivo – spiega don Sergio Mattaliano, direttore della Caritas – è soprattutto quello di dare risposta alle stesse esigenze che accomunano tanto i migranti arrivati in città quanto i palermitani disoccupati: trovare un lavoro che permetta loro e ai propri cari di avere una vita dignitosa”.

La conversione di Yannick

Yannick è un cristiano evangelico che ha deciso di diventare cattolico. È originario della Costa d’Avorio ed è arrivato a Palermo il 15 giugno 2014. Qui ha sposato il progetto di don Sergio Mattaliano e ora lavora all’interno della fattoria sociale. “Devo ancora battezzarmi – dice – ma mi sento cattolico a tutti gli effetti. Padre Sergio è mio papà e lo chiamo così! Amo pregare per il Signore e desidero incontrarlo. Ho letto la Bibbia, ne sono affascinato e sto seguendo un percorso di fede. Sono arrivato in Sicilia senza niente. È stata la volontà di Dio a condurmi qui e a farmi conoscere la mia nuova "famiglia"”.

di Gelsomino del Guercio

FONTE: A Sua Immagine N. 128
28 giugno 2015

venerdì 19 maggio 2017

Pettino le top model poi corro dai migranti


Esclusivo. un giorno con la parrucchiera che salta dal lusso alla povertà

Sabrina Lefebvre, hair stylist alle sfilate più celebri, lavora gratis nei campi profughi. Per restituire dignità ai disperati

Dalle passerelle al fango dei campi profughi il passo è breve. Ma non fatevi trarre in inganno. Quella che stiamo per raccontarvi non è la triste vicenda di qualcuno che ha perso tutto, ma una bella storia di solidarietà. Una di quelle storie che, ad ascoltarle, fanno bene al cuore.
La protagonista si chiama Sabrina Lefebvre. Francese di stanza a Londra, 29 anni, di professione fa l’hair-stylist: tecnicamente la parrucchiera, ma più trendy. Perché Sabrina lavora nel mondo della moda, pettina le modelle prima delle sfilate. Milano, Parigi, New York: alle fashion week di mezzo mondo la trovate sempre lì, dietro le quinte, armata di spazzola e phon.
Quando si spengono le luci, però, lo scenario cambia. La giovane continua a tagliare capelli e studiare acconciature, ma lo fa all’aperto o sotto una tenda improvvisata, nei campi profughi di Calais e Dunkerque, nel nord della Francia, dove da mesi si riversano i migranti provenienti da Siria, Iraq, Eritrea, Somalia e altri paesi devastati dalla guerra. Disperati in fuga, che hanno lasciato tutto e ora sperano di varcare il confine, di arrivare in Inghilterra per cominciare una nuova vita. Ma intanto restano lì, bloccati, accampati nel fango, al freddo, in balia di un inverno che sembra non voler finire mai. Dimenticati non da tutti, certo, ma da tanti. Non dai volontari. Non da Sabrina, che per dare loro una mano si è inventata quello che ha ribattezzato HairCult Project (lo trovate così su Facebook e Instagram): «Offrire un taglio di capelli è un modo per restituire a queste persone la loro dignità di esseri umani», spiega. Altro che frivolezza.


Appena sentono del suo arrivo, i migranti si mettono in fila, pazienti. Chi in patria faceva il parrucchiere o il barbiere corre ad aiutarla: a loro la Lefebvre affida una forbice e un pettine, assegna una sedia come postazione. I ragazzi la chiamano “boss”, con lei si sentono di nuovo utili, parte di un team. I clienti si siedono e raccontano le loro storie di speranza e disperazione, le donne arrivano con qualcosa di caldo da mangiare, contente – loro che non hanno quasi più niente – di condividere con lei quel poco che possiedono. Preparano il tè, le fanno assaggiare ricette tipiche del loro Paese. Qualcuno suona uno strumento, altri cantano. Sembrano felici. Per un attimo lo sono davvero. Per un attimo tutti si dimenticano di essere così lontani da casa, da una casa che non rivedranno mai più.
Così lei continua, imperterrita, instancabile. Taglia, spazzola, intreccia, sperimenta acconciature esotiche. «Fare il mio lavoro nel mondo della moda o in un campo profughi, in fondo, è la stessa cosa», ci stupisce. «In entrambi i casi ho a che fare con esseri umani di cui prendermi cura». Certo, l’esperienza di Calais e Dunkerque è decisamente più forte: «E’ nei luoghi più poveri che si vivono i momenti più ricchi», afferma. E ai social network affida ricordi, commenti, piccoli reportage quotidiani: “Immaginate una sciarpa rossa trasportata dal vento, dall’Etiopia all’Eritrea, attraverso Sudan, Egitto, Grecia, Serbia, Ungheria, Austria, Germania e Belgio, fino a Calais. E ora immaginate di dover fare questo stesso viaggio a piedi, camminando per chilometri, a bordo di navi e autobus sovraffollati, per ore interminabili, nella direzione opposta a tutto ciò che conoscete. Questo è il viaggio che il mio nuovo gruppo di amici eritrei ha fatto per arrivare qui”, scrive in uno degli ultimi commenti dal campo. Altri ne arriveranno a breve: calato il sipario sulle sfilate di Parigi, Sabrina è già pronta a ripartire, a tornare dai suoi “assistenti”. Sarà bello rivedere Jegr, il barbiere curdo, e gli operosi Shazad, Hawad e Bagzad. Ma sarà ancora più bello non vederli, non trovarli più lì. E saperli al sicuro, lontani. Oltremanica. A vivere, finalmente, la loro nuova vita.

di Federica Capozzi

FONTE: Gente N. 11
22 marzo 2016

venerdì 12 maggio 2017

Preghiera alla Madonna di Fatima

Preghiera alla Madonna di Fatima

 Maria Madre, Maria bella,
Dolce aiuto, cara stella,
Puro giglio, vaga rosa
Senza spina obrobiosa,
Noi con fede e con amore
T'invochiamo in tutto l're.
Il tuo aiuto sol vogliamo,
O Maria, tuoi figli siamo,
Dolce Madre di pietà,
Dacci aiuto e carità.
De! riscalda il nostro cuore
Col tuo aiuto e santo amore.
Dolce Madre di clemenza
Dacci aiuto e provvidenza,
Dona aiuto agli ammalati,
Dona aiuto ai tribolati,
Dona aiuto ai poverelli,
Dona aiuto agli orfanelli.
Il tuo aiuto speciale
Ci sia scudo in ogni male.
O dolcissima Maria,
Dacci aiuto all'agonia
Per godere il tuo bel viso
Col tuo aiuto in Paradiso.



venerdì 5 maggio 2017

Paolo de Rocco, l'architetto dell'accessibilità


Il 5 maggio 2012, esattamente 5 anni fa, è morto l’architetto Paolo de Rocco. Quante persone conoscono quest’uomo, nonché figura professionale di altissimo livello? Forse non sono tantissimi a conoscerlo, se non forse, immagino io, coloro che sono nel ramo dell’architettura o della disabilità, o che comunque si intendono di esse.
Ma proprio a lui ho deciso di dedicare un articolo sulle pagine di questo blog, a 5 anni esatti dalla sua scomparsa, perché Paolo de Rocco non è stato un architetto qualsiasi, ma un vero e proprio pioniere della progettazione accessibile, che lavorò instancabilmente nello studio di soluzioni per l’eliminazione delle barriere architettoniche. E’ stato un uomo che ha fatto emergere una nuova sensibilità nei confronti delle persone con disabilità, e soprattutto su questo punto va ricordato il suo enorme operato, culminato col premio regionale Solidarietà ricevuto nel 2006, a merito della sua costante, fervorosa, intraprendente opera.

Nato nel 1950, è quasi impossibile riassumere in poche righe la mole delle ricerche e dei progetti nel campo dell’architettura dell’accessibile, del paesaggio e non soltanto, da lui operati, alcuni dei quali veramente pioneristici.

Giovane architetto, De Rocco, negli anni immediatamente successivi al sisma che colpì il Friuli nel 1976, assieme alla collega e futura moglie Maria Costanza Del Fabro, elaborò uno studio pubblicato dalla Segreteria Generale Straordinaria per la Ricostruzione delle zone terremotate nel 1979, che rappresentò il primo autorevole e organico manuale italiano in materia di accessibilità. Si trattò di una pubblicazione di respiro europeo, frutto non solo di una solida professionalità, ma anche di numerosi viaggi di studio all’estero e di contatti con i più autorevoli esperti dell’epoca in questa materia. La pionieristica ricerca, che comprendeva ben 259 schede tecniche e che ancor oggi è più valida di molte recenti realizzazioni, rappresentò un contributo fondamentale agli studi sulla fruibilità dell’ambiente costruito.
Paolo de Rocco del resto era così: un uomo di profonda cultura, mai superficiale, attentissimo alle novità e sensibilissimo ai bisogni dei disabili. Aveva un carattere non facile che non di rado lo portava in contrasto con altre persone, ma questo perché non amava mai scendere a compromessi e ciò gli procurò talvolta fraintendimenti e ostacoli. Era anche un grande innovatore, come ricorda sua moglie Maria Costanza: «Era una di quelle persone che precorrono i tempi su tante cose, per le quali non veniva capito subito e per questo ci rimaneva male».
Tra le tante cose fatte si ricorda per esempio come, nel 1981, affiancò l’Associazione assistenza spastici nella prima campagna di sensibilizzazione sui problemi della disabilità e dell’accessibilità. Un progetto che, 5 anni più tardi, segnò il via all’abbattimento, a Udine, davanti alla biblioteca Joppi, di un gradino che diventò il “simbolo” di un nuovo modo di progettare.
Per tutta la sua carriera De Rocco mantenne rapporti stretti con questa, ma anche con molte associazioni di persone con disabilità, come la UILDM di Udine (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), per la quale fu promotore di una delle prime rilevazioni a tappeto della città di Udine, di un laboratorio-percorso accessibile e di una mostra fotografica sulle problematiche in tema di barriere architettoniche del capoluogo friulano, realizzata con la collaborazione di Bruno Cignacco. Suo, tra l’altro, è il progetto della comunità residenziale Piergiorgio di Udine.

De Rocco lavorò instancabilmente anche in materia di architettura del paesaggio, e tra i suoi lavori più rilevanti si ricorda il Sanvitese (lavorò per un periodo anche su palazzo Altan). Un posto particolare nel suo cuore l’ha riservato alla riqualificazione paesaggistica e ambientale del Cimitero degli Ebrei e del Bosco della Mandiferro, a San Vito, ambito che gestiva con l’associazione di cui era ai vertici. Si occupò anche della ricostruzione paesaggistica di luoghi nieviani (Fontana di Venchiaredo) e pasoliniani (Versutta e tomba di Pasolini).

Parte rilevante del suo operato Paolo de Rocco lo ebbe anche con le università, come quella di Udine nella quale insegnò a più riprese e fu invitato a conferenze, corsi e seminari in varie parti d’Italia, in qualità di esperto ai massimi livelli. Si ricorda come, nel 1983, lui assieme a sua moglie organizzarono a Udine, per conto della Facoltà di Ingegneria dell’Ateneo friulano e in collaborazione con il Comitato di Coordinamento delle Associazioni delle Persone Disabili, il primo corso universitario in Italia sulla progettazione accessibile, esperienza che fu replicata anche a Venezia e che ebbe ampio seguito in molte altre università italiane.

Dopo tanti anni di attività nel capoluogo friulano, Paolo aveva aperto assieme alla moglie uno studio a San Vito al Tagliamento, cittadina del Pordenonese dov’era nato e dove viveva.

Tante e significative sono le testimonianze che parlano dell’umanità e della professionalità di Paolo de Rocco, e tra queste menziono quella di Innocentino Chiandetti, consigliere della sezione udinese dell’Unione italiana lotta alla distofia muscolare (Uildm), che di lui ricorda: «Mi legava a lui una grande amicizia e una profonda stima. Era un architetto a tutto tondo, uomo molto colto e figura eclettica. Era una persona generosa e severa, a partire da se stesso, sia sul piano professionale sia su quello umano. Sensibilissimo agli aspetti sociali legati alla sua professione, diventò un pioniere della lotta alle barriere architettoniche e il mondo della disabilità gli deve moltissimo. Basti pensare che girava l’Europa per apprendere nuovi approcci e portarli in Italia e più precisamente in città, facendo diventare Udine la capitale dell’accessibilità di cui oggi possiamo andare fieri. Non possiamo che ringraziarlo ancora una volta per tutto ciò che ha voluto donarci con il suo impegno e il suo insegnamento».

Il mondo della disabilità, e non solo, deve molto a questo innovatore, intraprendente architetto…. e se molti passi in avanti sono stati compiuti in questi ultimi decenni nell’abbattimento delle barriere architettoniche, nonché nella progettazione di strutture a misura di persone diversamente abili, lo si deve anche a lui.
Con molta gioia quindi, ricordo quest’oggi, a 5 anni dalla sua scomparsa, quest’uomo sensibile e colto, serio e professionale, che ha lasciato una grande impronta dietro di sé, e il cui testimone sarà sicuramente preso da altri giovani architetti desiderosi di seguire i suoi passi per creare un mondo e una società migliore, a misura di qualsiasi persona, abile o diversamente abile che sia, ciascuna con le proprie caratteristiche e peculiarità. E quando una persona “lavora” per il bene della società, con serietà, sensibilità, estro e professionalità…. beh, lasciatemelo dire, anche questo per me è “Amore”, Amore nei confronti del prossimo, della società, del mondo intero!
Grazie Paolo!

Marco

FONTI: Il Messaggero Veneto, Superando

lunedì 17 aprile 2017

I bimbi scrivono al Papa: Sei il nonno N. 1


Per i fanciulli di tutto il mondo Francesco è come un familiare. A lui confidano problemi e desideri. Un esempio? “Vorrei fare merenda con te”. Ora questi messaggi sono diventati un libro

Penso che i tuoi abbracci fanno miracoli”, scrive Federico, un bimbo pugliese di 8 anni la cui mamma sta affrontando una “malattia importante”. Massimo della Valtellina invece chiede intercessione: «Tu che sei il Papa, parla con Gesù e digli che gli voglio bene». E Benedetta chiede: «Caro Papa, prega per la mia mamma che ha perso il lavoro».
Sono tanti i bambini di tutto il mondo che scrivono a Papa Francesco. Ogni settimana all’Ufficio corrispondenza del Vaticano arrivano oltre 900 lettere in tutte le lingue e gli idiomi: non si contano quelle scritte dai ragazzini ma sono tante, tantissime. Un centinaio di queste sono state riunite nella raccolta Letterine a Papa Francesco (Gallucci editore), in questi giorni nelle librerie. «E’ stato lungo selezionarle», spiega la vaticanista Alessandra Buzzetti, curatrice del libro. «Alcune sono divertenti come quella di un bambino che si è presentato al Papa raccontando che il suo mito è un altro Francesco, ossia Totti, il campione della Roma. Oppure Anna che confida che non le dispiacerebbe poter prendere il posto del Pontefice, o quella di un bimbo argentino che sostiene che la squadra più forte di Buenos Aires sia il Boca, mentre Papa Francesco tifa per il San Lorenzo».
Altre lettere, invece, sono toccanti. «Mi ha molto colpito quella di Aiden», continua Buzzetti, «che, dal campo profughi di Erbil (nel Kurdistan iracheno, ndr) spiega al Papa di essere dispiaciuto per aver dovuta lasciare la sua bicicletta a Qaraqosh, città cristiana nella valle di Ninive, conquistata dal Califfato islamico». Ci sono anche lettere di bambini non cristiani. «Come quella di Aziz, musulmano di Lahore», continua Buzzetti, «che chiede scusa al Papa per l’ennesimo attentato contro i cristiani in Pakistan. Altri assicurano al Pontefice la loro preghiera per proteggerlo da “quelli dell’Isis” che lo vogliono uccidere».
Nella loro innocenza disarmante i bimbi scrivono di tutto e le lettere sono state pubblicate con gli errori di ortografia (riportate in corsivo) per non intaccarne l’autenticità. Chiedono al Papa di spiegare come Dio “ha fatto il Big Bang”, oppure domandano: “Ti confessi anche tu?”, e anche: “Farai come Benedetto XVI?”. Molti vogliono sapere perché al mondo c’è chi non vuole la pace. “Caro Papa, io non vorrei che ci fossero questi pazzi scatenati che fanno ammazzare le persone come se fossero bruscolini”, scrive Alfredo dalla Toscana.

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Ogni mattina alle otto un sacerdote, una suora e due mamme arrivano all’ufficio corrispondenza del Vaticano, aprono sacchi, dividono le lettere trattenendo quelle in italiano e spedendo le altre alle differenti sezioni della Segreteria di Stato perché siano tradotte. «Ultimamente hanno assunto più personale», spiega l’autrice, «perché il lavoro è davvero tanto». Viene archiviato tutto, anche i biglietti lanciati al passaggio della Papamobile. «Entro tre mesi», spiega la curatrice del libro, «ogni lettera riceve una risposta dallo staff papale e alcune dallo stesso Papa Francesco. Lui le legge, le sigla con una effe, le sottolinea con un tratto a onda. Nessuno, se non i diretti interessati, sa a quanti poi telefoni o risponda via lettera di persona; in altri casi “suggerisce” ai suoi collaboratori cosa scrivere. Nello scegliere a chi rispondere per primo, i bambini hanno la precedenza, specie quando confidano i loro problemi o chiedono preghiere per la loro salute». Quando i casi esposti dai bambini sono gravi, il Papa offre anche un aiuto concreto. «A volte, se il bambino è di Roma, viene attivata la elemosineria apostolica», spiega Alessandra Buzzetti. Ma ci sono stati anche casi, sempre controllati attraverso la diocesi cui appartiene chi scrive, in cui il Papa ha regalato oggetti concreti come macchinari sanitari.
«Può succedere che il Papa arrivi all’improvviso nell’ufficio corrispondenza, così come gira per altri uffici del Vaticano, è il suo stile», racconta la vaticanista. «E’ successo a Pasqua: è andato a fare gli auguri ai dipendenti».

Attraverso queste lettere si capisce quanto questo Pontefice abbia fatto breccia nel cuore dei bambini. «In passato, era già successo con Giovanni Paolo II», dice ancora Buzzetti. «La novità è che i piccoli sembrano molto attenti a quello che dice il Papa. Se sanno che è stato poco bene, gli scrivono per dirgli che pregano per lui, raccomandandogli di curarsi». Inoltre, anche quelli molto piccoli, pare abbiano recepito i messaggi lanciati da Bergoglio in questi primi due anni di Pontificato. «Una bambina di soli otto anni», spiega la Buzzetti, «ha espresso la sua ammirazione per la scelta del Papa di vivere lontano dalle ricchezze scegliendo un piccolo appartamento». Alcuni confidano al Papa i segreti più intimi. Matteo, 11 anni, dalla periferia di Napoli chiede addirittura a Francesco di aiutare il papà a trovare un lavoro quando sarà uscito dal carcere. Oppure Liliana, 10 anni, che dice: “Ho una sorella maggiore di me. Da quando si è ammalata di anoressia dice che ha perso la fede e vorrei che pregassi per lei”.
«In genere», continua la curatrice, «Bergoglio è percepito come un nonno, al quale possono raccontare i loro problemi in maniera diretta, senza filtri».

Il Papa è stato coinvolto direttamente nel progetto di questo libro. «Per consultare le letterine dei bambini», conclude la Buzzetti, «ho avuto l’approvazione della Segreteria di Stato. Ho poi chiesto a qualche ente benefico di devolvere il ricavato di questo libro e il Pontefice ci ha suggerito il Dispensario di Santa Marta: si trova in Vaticano, a pochi passi dalla sua residenza, e ogni giorno offre un aiuto concreto a circa cinquecento bambini in difficoltà e alle loro famiglie attraverso visite mediche gratuite e l’acquisto di farmaci».

di Roberta Spadotto

FONTE: Gente N. 50
22 dicembre 2015

mercoledì 5 aprile 2017

Miriam e Alessandro, due cuori e una missione: “Dare un futuro ai bimbi della Tanzania”


Procidana lei, napoletano lui. Con un sogno: realizzare un centro per bambini disabili nel cuore dell’Africa: “Siamo circondati da occhi che sorridono. Malgrado tutto”

Micolina è una vera e propria peste. Va all’asilo e ha una voce acutissima, ma sa ammaliare con un semplice sorriso. E’ la quartogenita di una donna malata di Aids: l’Hiv da queste parti è un vero e proprio flagello.L’abbiamo conosciuta mentre piantava alberi per un progetto di forestazione: una donna fortissima, accudisce con cura – nonostante la malattia – anche Ana, Novetha e Betty”.

Questa è solo una delle mille storie che s’intrecciano nel cuore dell’Africa, in Tanzania.

Impossibile non lasciarsi coinvolgere, spiegano Alessandro Grimaldi e Miriam Esposito. A fare da collante è la loro, di storia: innamorati l’uno dell’altra, hanno deciso soprattutto di rimboccarsi le maniche. Pomerini è un villaggio sull'altopiano della regione di Iringa, che in lingua hehe – sarà una casualità? - vuol dire "forte".

Alessandro ha 37 anni, napoletano, una laurea in economia aziendale, ha anche curato la rendicontazione di una serie di progetti della Regione Sicilia. Miriam ha 24 anni, è dell’isola di Procida: casette colorate e profumo di pesce, studia terapia della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva alla Sun. Due cuori e una missione: aiutare i più piccoli del villaggio, grazie all’opera della NGO Mawaki, che da 2004 provvede a soddisfare i bisogni nel campo della salute, dell’educazione, dell’economia di una buona fetta di popolazione di questo angolo d’Africa, dove la gente “vive con profonda dignità la propria condizione, una condizione che – malgrado tutto - non gli impedisce di guardare al futuro con la speranza e con il desiderio di migliorarsi”.

Il nostro incontro con l' Africa è avvenuto in tempi diversi, ma ha prodotto lo stesso risultato: un amore incondizionato per quella terra rossa e per coloro che la abitano”, sorride Miriam. Nel 2002 il colpo di fulmine di lui, nel primo viaggio in Tanzania. Dieci anni dopo, l’illuminazione di lei, che ha scoperto che quella di aiutare i più piccoli, in particolare i disabili, è la sua missione.


Qualche mese fa, ad agosto, l’idea di rimboccarsi le maniche per gli ospiti di un centro per bambini diversamente abili costruito nel 2015 dal governo nazionale e che oggi rischia di chiudere. “Ma nulla è perduto: stiamo provvedendo alla ricerca dei fondi necessari, siamo certi che il sostegno alla causa non mancherà”, spiega Alessandro. Per sostenere il progetto basta collegarsi al sito https://www.splitit.it/centro-bambini-disabili-africa: l’obiettivo, veicolato anche da una campagna social con lo slogan "Io ci sono" e l'hashtag #mawaki, è la gestione e l’ampliamento del centro.

Così, sulla scia di un progetto nato da fra Paolo, ordine dei frati minori rinnovati, una coppia napoletana prova a regalare sorrisi ai bimbi africani. “Occhi che sorridono – sottolinea Miriam – occhi in cui specchiarsi, sembrano quasi biglie. E dentro ti ci rivedi, felice”. Sorride anche la piccola Micolina. “Ad agosto – racconta Alessandro - le abbiamo dato una bambola, i suoi occhi luccicavano impreziosendo quel volto infreddolito. Ha iniziato a correre a più non posso, mostrando con orgoglio a tutto il villaggio la sua nuova compagna di giochi”. Poi, si è girata verso Alessandro e Miriam e ha detto asante. E’ una delle parole più frequenti, da queste parti: quasi un mantra. La pronunciano con semplicità, grandi e piccini. Alessandro e Miriam, di solito, rispondono con un sorriso, facendo spallucce. Vuol dire grazie, naturalmente.

di Pasquale Raicaldo

15 narzo 2017

FONTE: Repubblica.it 

sabato 25 marzo 2017

Il nostro motto: Ora, Labora, Stampa


«Seguiamo ogni volume dalla A alla Z, dall’impaginazione alla rilegatura», spiega la direttrice, arrivata qui dalla Polonia con una missione: diffondere la Parola di Dio

da Pessano con Bornago (Milano)

Da fuori sembra una villetta come le altre. Dentro, anche. Un lungo corridoio, tante porte. Ma basta aprirne una per trovarsi davanti una suora assorta nel suo lavoro, nascosta da un computer di ultimissima generazione. «Facciamo tutto noi, dalla A alla Z. Dall’impaginazione alla stampa, fino alla legatoria», spiega suor Teresilla, 63 anni che sembrano dieci di meno. E’ lei il boss della Mimep-Docete, piccola casa editrice di Pessano con Bornago, due passi da Milano, specializzata in testi religiosi e didattici, fondata nel 1965 da don Massimo Astrua e don Angelo Albani, e in mano alle sorelle della Beata Vergine Maria di Loreto dal 1980.
«Don Massimo era il padre spirituale della locale casa di accoglienza Don Gnocchi», racconta la religiosa. «L’idea di aprire un’attività editoriale gli venne non solo dal desiderio di diffondere la parola di Dio, ma anche dall’esigenza di trovare lavoro alle ragazze del centro. Don Angelo, il parroco di Pessano, si appassionò al progetto e gli diede una mano. Insieme erano una forza: pieno di creatività il primo, grande amministratore il secondo». Poi, come detto, arrivarono le suore. Un’intera delegazione, direttamente dalla Polonia. Sì, perché suor Teresilla e le sue collaboratrici sono tutte “d’importazione”. «A Cantello, in provincia di Varese, c’era una congregazione di loretane nostre connazionali. A loro si rivolsero i fondatori, in cerca di qualcuno che li aiutasse per la gestione dell’asilo del paese. La superiora rifiutò. Accettò, invece, quando seppe che avrebbero potuto lavorare alla tipografia. E da Varsavia arrivarono le prime sorelle».

Lei, suor Teresilla, è qui dal 1986. «All’inizio non è stato facile, perché ho dovuto imparare la lingua da zero. Ma era la mia missione, non importava dove l’avrei svolta. Mi sono ambientata in fretta: voi italiani siete gente aperta, cordiale». Già in Polonia, prima di trasferirsi, lavorava nell’editoria religiosa. La sua passione è la grafica, ma oggi ha poco tempo per applicarsi, perché ha mille altre cose da fare. «Sono la tappabuchi!», ride. Salvo poi ammettere che è lei a incontrare gli autori, ordinare la carta, tenere i conti, coordinare le operazioni, decidere tutto quello che c’è da decidere. Altro che tappabuchi.
Ad affiancarla, un team di suore affiatatissime, ognuna con la sua mansione: suor Marianna impagina i libri e realizza le copertine; suor Francesca sviluppa le lastre e confeziona gadget come le “medicine”, kit con rosario e preghiere in una scatoletta che pare quella dei farmaci, sulla falsariga della famosa Misericordina tanto cara a Papa Francesco; suor Nicodema gira i video e li monta nella sala di registrazione al piano di sopra; suor Dolores si occupa del sito internet, delle pagine di Facebook e Twitter e della newsletter per le parrocchie; e ancora suor Aurelia in stamperia, suor Anita in legatoria, suor Filippa, suor Teresia, suor Samuela.

Tutte timide, all’inizio, ma presto incontenibili: divertite dall’incursione di Gente nella loro routine quotidiana, si mettono in posa per le foto di gruppo sghignazzando e scambiandosi battute in polacco, strappando un sorriso anche a noi che non capiamo una sola parola di quello che dicono. Poi, alle 17.30, si dileguano. «E’ l’ora della Lectio Divina [la lettura delle Scritture, ndr]», spiega suor Teresilla. «La nostra giornata inizia presto, prima delle 6, ed è scandita da diversi momenti di preghiera: le lodi mattutine, la meditazione, la messa, i vespri, il rosario. Seguiamo la regola benedettina, ora et labora, prega e lavora».
E infatti lavorano sodo le loretane della Mimep. Ad aiutarle ci sono alcuni amici (così amano definirli), professionisti del settore che, nel tempo libero, le affiancano nella loro attività editoriale. Ma, più che collaboratori, sembrano membri della famiglia. «A Natale festeggiamo tutti insieme con una cena luculliana di nove portate, a base di specialità tradizionali polacche», racconta una di loro. «Cuciniamo quasi sempre ricette del nostro Paese», interviene suor Teresilla. «Ma una delle prime cose che Don Angelo e Don Massimo ci hanno insegnato quando siamo arrivate sono state le basi della cucina italiana!».
Di imparare, in fondo, non si finisce mai. Le suore di Passano lo sanno bene e fanno di tutto per restare al passo con i tempi, con corsi di aggiornamento e attrezzature all’avanguardia, che fanno della Mimep una piccola ma efficientissima realtà. Un paradiso in terra dell’editoria, dove si sfornano libri a pieno ritmo. Senza mai perdere la calma serafica e il buon umore.

di Federica Capozzi

FONTE: Gente N. 31
11 agosto 2015


Divulgare Testi Sacri e la Parola di Dio attraverso la stampa è certamente una cosa meritevolissima e le suore Loretane della Mimep-Docete lo fanno alla loro maniera, ovvero alla maniera di chi ha Dio nel cuore: col sorriso sulle labbra e tanta letizia e serenità.
E anche questo è Amore!

Marco