domenica 28 dicembre 2014

Il dono di una lunga vita

Si può affrontare il tempo della pensione in tanti modi. Tiziana e Adriano hanno scelto di donarlo ai malati dializzati. “Quello che riceviamo ogni giorno dà compimento alla nostra esistenza”

Il 28 settembre erano in Piazza San Pietro. La loro testimonianza è stata tra le prime ascoltate da Papa Francesco nella giornata della Benedizione della lunga vita. Parole chiare, semplici eppure dotate di una vitalità contagiosa, monito per altri anziani, ma anche per tantissimi giovani, a vivere il tempo che ci è donato senza riserve. Come ha detto Bergoglio, la vecchiaia deve essere considerata “un tempo di grazia, nel quale il Signore ci rinnova la sua chiamata: ci chiama a custodire e trasmettere la fede, ci chiama a pregare” ma, sopratutto, “ci chiama a essere vicino a chi ha bisogno”.

Tempo di grazia


Tiziana e Adriano, bolognesi, marito e moglie da trent'anni, testimoniano bene questa fase della vita in cui, finite le necessità lavorative, è ancora possibile sentirsi utili nel sociale. “La nostra attività di volontariato nasce all'interno dell'Anla (vedi sotto), associazione di cui facciamo parte in quanto ex dipendenti Sip”, racconta Adriano. “Ho incontrato Tiziana grazie al lavoro e ci siamo innamorati e sposati. Io mi occupavo della parte tecnica, lei era in un altro ambito. Siamo da sempre complementari. Io mi occupo degli aspetti pratici, mia moglie delle relazioni con gli altri. Lei è una donna dinamica. Le piace viaggiare, andare in palestra, avere mille interessi. Sta bene in mezzo agli altri, riesce sempre ad aggregare! Anche per l'Anla, nel giro di pochi mesi, è riuscita a creare un gruppo coeso di quasi cinquanta persone, tutte in pensione, pronte a mettersi a disposizione dei malati dell'ospedale Sant'Orsola Malpighi di Bologna”.

Colmare un vuoto


All'origine dell'attività Anla di Bologna c'è proprio Tiziana: “Nel 2007 un pulmino attrezzato era stato finanziato dalla banca per la nostra sezione regionale ma non si sapeva cosa farne di preciso. Il desiderio era aiutare, certo, mettendoci al servizio del prossimo, ma non sapevamo come. Ci siamo guardati intorno e ci siamo accorti che all'ospedale Sant'Orsola Malpighi di Bologna c'era un vuoto che riguardava proprio i trasporti. I malati anziani, senza famiglia e per di più dializzati, non avevano possibilità di muoversi né per recarsi in ospedale né tantomeno per tornare a casa una volta finite le visite. Il nostro pulmino era perfetto! E' andato a colmare quel vuoto. Abbiamo iniziato a fornire un servizio di accompagnamento di andata e ritorno dove l'assistenza prosegue anche oltre l'ospedale”.

Giorno dopo giorno

Fondamentale si rivela, per una buona ed efficiente organizzazione dell'attività, tenere conto dei carismi e delle predisposizioni di ognuno. “I turni li organizzo io”, dice Tiziana. “Coordino e mi occupo di tenere i contatti trasversali con l'ospedale e con i nostri volontari mentre mio marito Adriano si occupa fisicamente del pulmino. Dal lunedì al venerdì, dalle 6 del mattino fino alle 14, operiamo senza sosta. Non sempre è facile gestire i turni, ma in un modo o nell'altro riusciamo sempre a risolvere imprevisti e cambi. Ci vuole pazienza ed elasticità, ma la gioia che dà stare con i nostri amici malati è irrinunciabile. I loro occhi parlano: quando ci dicono "ci salvate la vita giorno dopo giorno" la commozione è inevitabile. Sono loro che ci riempiono il cuore, che ci fanno sentire realizzati momento dopo momento. Ci si vuol bene”.

Allegria d'evasione

Accompagnare i malati dializzati non è solo questione di trasporto. Adriano lo sa bene: “Entrano tristi, le loro giornate oltre a essere difficili fisicamente rischiano di essere monotematiche. Quando si ritrovano insieme nasce subito solidarietà, ma questo vuol dire anche che gli unici argomenti che vengono facili riguardano sempre e comunque la malattia. Si scambiano consigli, si rivolgono domande. Mi sono reso conto che accompagnarli vuol dire farli evadere. O almeno ci proviamo. Bastano poche battute, un pò di buonumore e subito si sposta il centro dei pensieri verso altro, verso qualcosa che possa far respirare l'anima”.

Più del dare

Sono sette anni di attività per Tiziana e Adriana. L'incontro con il Papa a settembre ha segnato una tappa fondamentale per loro sia come coppia che come componenti di un gruppo attivo di pensionati. “Questo Papa ci piace tantissimo!”, confida Tiziana. “Si avvicina a tutti, si fa lui stesso testimone di come è possibile vivere la vecchiaia con energia e vitalità. Lui si fa davvero "parola incarnata". Si può e si deve incidere nel sociale, lasciare un segno, dare una mano, anche essendo in pensione”. Restano ancora nitide le emozioni di quei momenti sul palco accanto a lui.
Questo invito personalmente mi ha travolto. Noi non facciamo nulla di speciale eppure posso dire con certezza: abbiamo ricevuto più di quanto diamo”. Anche la vecchiaia è un dono, come dono è la vita. L'augurio, valido per tutti, è di imparare a essere – come ha concluso il Santo Padre, accanto a Tiziana e Adriano - “alberi vivi, che anche nella vecchiaia non smettono di portare frutto”.


Anziani e impegno sociale


L'Anla, Associazione Nazionale Seniores d'Azienda, nasce in Italia nel 1949. Gli obiettivi principali sono la tutela della dignità degli anziani, la valorizzazione del loro ruolo nell'ambito della società e la diffusione dei valori etici e spirituali del lavoro quali fedeltà, esperienza e professionalità.
L'impegno di Anla nella valorizzazione dei diritti e della persona dei "più avanti di età" – dice Antonello Sacchi, responsabile della comunicazione – avviene su tutto il territorio nazionale e in ogni sede regionale. Questo impegno ci vede protagonisti nel dialogo con le associazioni affini su temi comuni di promozione del ruolo degli anziani”. Un ruolo che non è affatto marginale ma è trainante “per motivi economici, spesso in famiglia è l'unico reddito sicuro, per motivi pratici, i genitori lavorano e i nipoti vengono lasciati ai nonni, e per motivi di esperienza, la saggezza dei più avanti in età e la loro esperienza è valutata positivamente”.
Promotrice di un impegno concreto degli anziani nelle maglie del sociale, l'Anla si compone di numerose realtà di volontariato differenti da regione a regione: clownterapia nelle Marche e in Friuli, attività culturali in Toscana, assistenza fiscale e attività di promozione in Liguria, solo per citare qualche esempio.

Anla, concorso letterario

“Riconoscere il tesoro del vissuto proprio ed altrui” è il titolo della seconda edizione del Concorso nazionale di prosa e poesia proposto dall'Associazione nazionale seniores d'azienda. “Il tema è l'esperienza”, spiega il responsabile della comunicazione Antonello Sacchi.
Ognuno di noi, per quanto breve o lungo sia il tratto di strada compiuto, ha accumulato un tesoro di conoscenze, riflessioni, emozioni, nato dall'impegno sul luogo di lavoro, dalle relazioni amicali, dalle interazioni con gli altri. La nostra vita, proprio per la nostra peculiarità, è qualcosa di unico e irripetibile. Qualcosa di cui fare memoria e lasciare memoria nei fatti più significativi e nelle emozioni più grandi perchè siano strumento di progresso personale, di riflessione o di aiuto ad altri che percorreranno la nostra stessa strada”.
Per maggiori informazioni e per iscriversi www.anlablog.it

Laboratorio di cambiamento


Con l'allungarsi della vita e il sostegno del progresso medico, la realtà di un anzianità attiva si pone sempre più alla coscienza collettiva come una possibilità concreta. “Penso sia veramente urgente abbandonare ogni forma di egoismo e di individualismo per impegnarsi sempre più a tutti i livelli per diventare un laboratorio di cambiamento, rivalutando il senso della sensibilità per la necessità dell'altro, della disponibilità a condividere, dell'impegno per il prossimo, per quello vicino come quello lontano”, dice il presidente nazionale Ania, Antonio Zappi.


di Maria Luisa Rinaldi

FONTE: A Sua Immagine N. 100
6 dicembre 2014


Una volta gli anziani erano molto più considerati che al giorno d'oggi..... essi erano il "fulcro" delle famiglie e godevano di grande rispetto e considerazione. Oggigiorno invece sono sempre meno considerati, spesso relegati in case di riposo, per tanti considerati come un "peso". E invece le persone anziane sono una grande risorsa, spesso ancora capaci di dare molto, alle famiglie, alla società, a tutti, come dimostrato chiaramente da Adriano e Tiziana, pensionati, ma dinamici e attivi nella loro preziosissima opera di volontariato e solidarietà all'interno dell'Anla. Ed anche se un anziano non è più in grado di svolgere un attività come la loro, essi sono comunque portatori di un carico d'esperienza insostituibile, a cui tutti possono attingere, e come ha detto Papa Francesco, se persone di Fede sono chiamate a custodire e rinnovare la propria Fede, a pregare, e a trasmetterla ai più giovani.
Abbiamo sempre molto rispetto dei nostri anziani..... loro hanno dato tutta la vita per noi, e ancora la darebbero..... noi li dobbiamo trattare con grande rispetto e Amore. Rendendoli partecipi della nostra vita li faremo felici..... e ne trarremo giovamento sia noi che loro.

Marco

martedì 23 dicembre 2014

Le scarpe di Natale


C'era una volta una città i cui abitanti amavano sopra ogni cosa l'ordine e la tranquillità. Avevano fatto delle leggi molto precise, che regolavano con severità ogni dettaglio della vita quotidiana. Tutte le fantasie, tutto quello che non rientrava nelle solite abitudini era mal visto o considerato una stranezza. E per ogni stranezza era prevista la prigione.
Gli abitanti della città non si dicevano mai “buongiorno” per la strada; nessuno diceva mai “per piacere”; quasi tutti avevano paura degli altri e si guardavano sospettosamente.
C'erano anche quelli che denunciavano i vicini, se trovavano un po' troppo bizzarro il loro comportamento.
Il commissario Leonardi, capo della polizia, non aveva mai abbastanza poliziotti per condurre inchieste, sorvegliare, arrestare, punire...
Già nella scuola materna, i bambini imparavano a stare ben attenti alle loro chiavi. E c'erano chiavi per ogni cosa: per le porte, per l'armadietto, per la cartella, per la scatola dei giochi e perfino per la scatola delle caramelle!
La sera, la gente aveva paura. Rientravano tutti a casa correndo e poi sprangavano le porte e chiudevano ben bene le finestre.
Erano rimasti tuttavia dei ragazzi che sapevano ancora scambiarsi qualche strizzata d'occhi e anche degli insegnanti che li incoraggiavano... Ma, soprattutto, c'era Cristiana.
Cristiana aveva i capelli biondi come il sole, gli occhi scintillanti come laghetti di montagna e non pensava mai: “Chissà che cosa dirà la gente”. Nella città si facevano molte dicerie sul suo conto. Perché Cristiana aiutava tutti quelli che avevano bisogno di aiuto, consolava i bambini che piangevano e anche i vecchietti rimasti soli, perché accoglieva tutti coloro che chiedevano un po' di denaro o anche solo qualche parola di speranza.
Tutto questo era scandaloso per la città. Non potevano proprio sopportare ulteriormente quel modo di vivere così diverso dal loro. E un giorno il commissario Leonardi, con venti poliziotti, andò ad arrestare Cristiana, o Cri-Cri, come l'avevano soprannominata gli amici. E per essere sicuro che non combinasse altre stranezze, la fece mettere in prigione.
Questo accadde qualche giorno prima di Natale. Natale era una festa, ma molti non sapevano più di chi o di che cosa. Sapevano soltanto che in quei giorni si doveva mangiare bene e bere meglio. Ma senza esagerare, per non prendersi qualche malattia... Soprattutto, la sera della vigilia di Natale, tutti dovevano mettere le proprie scarpe davanti al camino, per trovarle piene di doni il giorno dopo. Una cosa questa che, nella città, facevano tutti, ma proprio tutti.
Così fu anche quel Natale.
All'alba, tutti si precipitarono dove avevano messo le scarpe, per trovare i loro regali. Ma... che era successo? Non c'era l'ombra di un regalo. Neanche un torrone o un cioccolatino!
E poi... le scarpe!
In tutta la città, le scarpe risultavano spaiate. Il commendator Bomboni si trovò con una scarpina da ballo, una vecchia ottantenne aveva una scarpa bullonata da calcio, un bambino di cinque anni aveva una scarpa numero 43, e così di seguito. Non c'erano due scarpe uguali in tutta la città! Allora si aprirono porte e finestre e tutti gli abitanti scesero in strada. Ciascuno brandiva la scarpa non sua e cercava quella giusta. Era una confusione allegra e festosa. Quando i possessori delle scarpe scambiate si trovavano, avevano voglia di ridere e di abbracciarsi.
Si vide il commendator Bomboni pagare la cioccolata a una bambina che non aveva mai visto e una vecchietta a braccetto con un ragazzino.
Solo qualche finestra restava ostinatamente chiusa. Come quella del commissario Leonardi. Quando però il commissario sentì il gran trambusto che veniva dalla strada, pensò a una rivoluzione e corse a prendere le armi che teneva sul camino.
Immediatamente il suo sguardo cadde sulle scarpe che aveva collocato davanti al camino. E anche lui si bloccò, sorpreso. Accanto alla sua pesante scarpa nera c'era... una pantofola rossa di Cri-Cri.
Stringendo la pantofola rossa in mano, il commissario corse alla prigione.
La cella dove aveva rinchiuso Cri-Cri era ancora ben chiusa a chiave. Ma la ragazza non c'era. Ai piedi del tavolaccio, perfettamente allineate c'erano l'altra scarpa del commissario e l'altra pantofola rossa. Dal finestrino, protetto da una grossa inferriata, proveniva una strana luce. Il commissario si affacciò. Nella strada la gente continuava a scambiarsi le scarpe e ad abbracciarsi.
Con un insolita commozione, il commissario si accorse che la luce che veniva dal finestrino era bionda e calda come il sole e aveva dei luccichii azzurri, come succede nei laghetti di montagna.
E incominciò a capire.

Autore: Bruno Ferrero - Storie di Natale


Posto con molto piacere questo racconto che descrive mirabilmente quello che dovrebbe essere, a parer mio, il vero spirito del Natale: quello della Condivisione, della Gioia e della Letizia.
E allora tanti carissimi Auguri a tutti per un S. Natale e un Anno Nuovo ricolmi di Pace, Gioia e Amore. E ricordiamoci sempre che, se lo vogliamo, Natale può essere non solo un giorno all'anno, ma tutti i giorni della nostra vita.
Augurissimi !!!

Marco

mercoledì 17 dicembre 2014

La vecchietta che aspettava Dio


C'era una volta, un'anziana signora, che passava in pia preghiera molte ore della giornata. Un giorno, sentì la voce di Dio che le diceva: “Oggi verrò a farti visita”.
Figuratevi la gioia e l'orgoglio della vecchietta. Cominciò a pulire e lucidare, impastare e infornare dolci. Poi, indossò il vestito più bello e si mise ad aspettare l'arrivo di Dio.
Dopo un pò, qualcuno bussò alla porta. La vecchietta corse ad aprire. Ma, era solo la sua vicina di casa, che le chiedeva in prestito un pizzico di sale. La vecchietta la spinse via: “Per amore di Dio, vattene subito, non ho proprio tempo per queste stupidaggini! Sto aspettando Dio, nella mia casa! Vai via!”. E sbattè la porta in faccia alla mortificata vicina.

Qualche tempo dopo, bussarono di nuovo. La vecchietta si guardò allo specchio, si rassettò e corse ad aprire. Ma chi c'era? Un ragazzo infagottato in una giacca troppo larga, che vendeva bottoni e saponette da quattro soldi. La vecchietta sbottò: “Io sto aspettando il buon Dio. Non ho proprio tempo. Torna un'altra volta!”. E chiuse la porta sul naso del povero ragazzo.

Poco dopo, bussarono nuovamente alla porta. La vecchietta aprì e si trovò davanti un vecchio cencioso e male in arnese. “Un pezzo di pane, gentile signora, anche raffermo... E se potesse lasciarmi riposare un momento qui sugli scalini della sua casa”, implorò il povero.
Ah, no! Lasciatemi in pace! Io sto aspettando Dio! E stia lontano dai miei scalini!”, disse la vecchietta stizzita. Il povero se ne partì zoppicando e la vecchietta si dispose di nuovo ad aspettare Dio.

La giornata passò, ora dopo ora. Venne la sera e Dio non si era fatto vedere. La vecchietta era profondamente delusa. Alla fine, si decise ad andare a letto. Stranamente, si addormentò subito e cominciò a sognare.
Le apparve in sogno il buon Dio che le disse: “Oggi, per tre volte sono venuto a visitarti, e per tre volte non mi hai ricevuto”.


Autore: Bruno Ferrero



Bella e semplice storia che ci insegna una grande Verità: che Dio lo possiamo trovare negli altri, nel nostro prossimo.
Cosa serve infatti pregare tanto o andare regolarmente in Chiesa, se poi siamo sgarbati con gli altri, gli chiudiamo la porta in faccia, o ci comportiamo male, senza comprensione e Carità persino con i nostri cari, tra le mura domestiche? La preghiera, certo, ci deve essere, rafforza la nostra unione con il buon Dio, ma deve essere vissuta con sentimento, ci deve portare alla Carità, deve essere un estensione stessa della Carità. Come ci ha detto il nostro Gesù: “Ogni volta che avete dato da mangiare a un affamato, da bere a un assetato, vestito un povero, visitato un malato, ospitato un forestiero, visitato un carcerato...... lo avete fatto a Me”.

Una semplice e bella storia quindi, perfetta per questo periodo di Avvento in avvicinamento al S. Natale. Ma ricordiamoci sempre che non bisogna "essere buoni" solo a Natale.... ma in ogni giorno della nostra vita. Sempre il Signore, nelle vesti del nostro prossimo, bussa alla nostra porta, e sempre dobbiamo essere pronti ad aprirgli, ad aprire il nostro cuore. E' questo quello che Lui ci chiede.

Marco

venerdì 12 dicembre 2014

“Torino, la mia Africa”

Ha lasciato il lavoro per dedicarsi ai più bisognosi. Paolo guida l'associazione Amici di Lazzaro e fa il missionario nelle zone degradate del capoluogo piemontese

Sognava di andare in missione nel Terzo Mondo. Poi ha scoperto che la sua Africa, le sue favelas sono qui in Italia. A Torino, tra mendicanti, tossici, senza fissa dimora e prostitute: Paolo Botti è per tutti loro una piccola stella cometa. Attraverso la sua associazione Amici di Lazzaro dal 1997 fino a oggi ha avvicinato migliaia di persone che hanno conosciuto degrado, solitudine, perdita della propria dignità. Persone sfruttate o abbandonate a sé stesse, incamminate verso un destino infelice e rinate grazie all'impegno di Paolo e della sua squadra di volontari: “Sin da giovanissimo – racconta – sentivo dentro di me solo un desiderio: fidarmi di Dio e vivere per il bene e per il Vangelo. Volevo occuparmi dei poveri, dei giovani, e offrire loro una speranza, una prospettiva di vita”.

Fare il volontario

La sua storia, in tempi di crisi occupazionale può sembrare paradossale. A 18 anni abita da solo e inizia a lavorare alla Comau, un azienda del gruppo Fiat, come progettista elettronico. Intanto si iscrive alla facoltà di informatica. Dopo qualche anno, però, lascia gli studi e appena ottenuta una promozione e un aumento di stipendio, decide di licenziarsi per abbracciare la sua vocazione.
Quando lavoravo facevo una vita da povero in un alloggio spartano, non avevo la tv, né l'automobile, nessuna spesa superflua, Poi ho deciso di licenziarmi, ho regalato tutto quello che mi restava, mobili, dischi, libri”. A quel punto Paolo va a vivere in una piccola comunità gestita a Torino dai padri gesuiti con i quali è già in contatto da tempo. Lavora con loro all'accoglienza prima di famiglie e profughi della guerra di Bosnia, poi di vittime di tratta africane e dell'est. “E' in quel contesto che ho trovato l'Africa e i poveri senza lasciare l'Italia. La mia condizione di partenza – racconta – non era di infelicità o insoddisfazione, anzi era proprio il mio essere felice che mi incoraggiava a condividere il mio star bene, dentro e fuori, con gli altri
.

Quelle notti alla stazione centrale della città

In quegli anni l'attività di Paolo non è solo circoscritta al supporto dei gesuiti all'interno dell'istituto. Porta con sé la vocazione del volontario itinerante. Inizia, così, ad accompagnare un padre gesuita francese durante le sue "spedizioni" settimanali alla stazione Porta Nuova.
Ho cominciato ad andare alla stazione per stare con i barboni”, ricorda. “Eravamo in cinque o sei, guidati da padre Jean-Paul. Una sera la settimana andavamo a trovarli, parlavamo con loro, cantavamo e pregavamo insieme, e alla fine si distribuivano cibo, bevande calde e vestiti”. Quando padre Jean-Paul lascia Torino, Paolo decide di intensificare la collaborazione con i gesuiti e fondare, al contempo, un associazione che si occupi dei bisognosi, andandoli a cercare alla stazione centrale e nelle periferie torinesi più degradate. Nasce così, nel 1997, Amici di Lazzaro, associazione formata da un gruppo di ragazzi dinamici, energici. Subito concentrano la loro attenzione su uno dei drammi peggiori di Torino, il mercato delle vittime di tratta, sopratutto giovanissime e donne nigeriane. Ne studiano i movimenti, tentano più volte il dialogo con le prostitute. Paolo si reca persino in Nigeria per inquadrare meglio le origini del fenomeno.

Aiuto concreto alle donne vittime di tratta

Dal 1999 iniziano le uscite notturne: gruppi di volontari, a turno, incontrano le ragazze e, tra le altre cose, le informano sulla possibilità, prevista dall'articolo 18 della legge 286 del 1998, di usufruire di un programma di protezione nel caso in cui denuncino gli sfruttatori. Ma entrare nel loro mondo non è semplice ed è anche molto rischioso. Gli Amici di Lazzaro si organizzano in unità di strada. Man mano si stabiliscono rapporti di fiducia e alcune di esse denunciano i loro protettori.
L'associazione avvia collaborazioni con il Comune, la Caritas e il gruppo Abele per creare una sorta di rete contro lo sfruttamento della prostituzione su tutto il territorio torinese. L'intesa è fruttuosa e alcune delle ragazze che si avvicinano agli Amici di Lazzaro si ritrovano libere e inserite in contesti di lavoro come colf, baby sitter oppure badanti.

Dio è accanto a lui

Col tempo i numeri crescono e ormai centinaia di donne ogni anno dialogano con i volontari dell'associazione. Sono aumentate le unità d'azione, rivolte anche ai senza dimora e ai bambini di strada costretti all'accattonaggio o a lavare i vetri ai semafori. Un avventura che per Paolo è diventata una ragione di vita e nella quale ha un compagno speciale, il Signore, che lo affianca quotidianamente.
Prego spesso e durante la giornata cerco di non far mancare letture spirituali, decine del rosario dette qua e là e tante preghiere brevissime che riempiono i momenti tra le tante cose da fare e da vivere. Ho avuto tante difficoltà, tanti problemi superati che ora mi sembrano piccoli, perchè vedo che mai sono stato abbandonato da Dio. Ora, quando mi si presenta davanti un dubbio o una difficoltà, mi chiedo: "Ti è mai mancato qualcosa? Ti ha mai lasciato solo Dio?" E la risposta è "No, non sono mai stato solo, mai mi è mancato qualcosa". Quindi vado avanti con fiducia”.

La Fede profonda di bisognosi e prostitute

Per Paolo “la Fede dei poveri in genere è più forte della nostra. Spesso si pensa che i poveri preghino o credano perchè hanno bisogno, in realtà credono e hanno Fede nonostante i loro bisogni. E tante volte io stesso e i nostri volontari siamo colpiti dalle preghiere di ringraziamento a Dio fatte dalle ragazze sfruttate, che in strada intonano i loro canti di grazie per la vita, per le cose che hanno, per l'Amore che ricevono... e noi sappiamo che hanno poco, che soffrono tanto, che vengono maltrattate e sfruttate, eppure ringraziano e sanno vedere il bene che c'è intorno a loro”.

Il dono della catechesi tascabile

La Fede, dunque, è punto in comune, un punto d'incontro tra l'azione di Paolo e chi vive sulla strada. La condivisione della Parola di Dio è un momento per avvicinarsi, per tendersi la mano reciprocamente.
Noto che i poveri hanno un idea di Dio semplice e nel mio piccolo cerco di dare loro strumenti per approfondire come preghiere o catechesi semplici di Benedetto XVI o di Papa Francesco nella loro lingua, dal cinese all'inglese, dall'arabo al francese. A tutti – conclude – dico di pregare per me e per l'associazione, perchè credo davvero che Dio ascolti il grido dei poveri”.

A SCUOLA DI INTEGRAZIONE

Dal giugno 2000 gli Amici di Lazzaro hanno avviato un corso gratuito di italiano per donne straniere di ogni provenienza e livello culturale. Oltre alle lezioni vengono proposte anche iniziative di aggregazione (gite, cene e incontri tra giovani italiani e stranieri), e di formazione culturale (diritti e doveri, visite a musei, mostre e monumenti) e spirituale (incontri con le comunità etniche torinesi, catechesi, la World's Prayer, preghiera collettiva mensile promossa dall'associazione).

GRUPPO STAZIONI, NON SOLO AIUTO MATERIALE

PortaNuova-binari. PortaSusa. PortaNuova-centro: sono questi i tre gruppi che operano tra i senzacasa nelle stazioni ferroviarie di Torino. E' qui che gli Amici di Lazzaro hanno iniziato ad ascoltare, parlare, cantare con chi vive senza una casa. Nelle due più importanti stazioni di Torino sono centinaia i senza dimora che ogni giorno chiedono aiuto. A loro si offre una coperta, un sacco a pelo, un vestito pulito.
Il nostro carisma – spiegano i volontari – non è offrire il semplice aiuto materiale, quanto il dare prima di tutto amicizia, preghiera, ascolto e attenzioni. E' poi dall'amicizia che si arriva anche all'aiuto materiale”.

CON I POVERI DI TRE CONTINENTI


Da aspirante missionario, Paolo Botti non poteva che dedicare una serie di progetti ad alcune delle zone più sofferenti del mondo. Gli Amici di Lazzaro sostengono iniziative in Europa, Asia e Africa. In Romania, a Timisoara, fanno da supporto a una casa per ragazzi abbandonati fondata dalla Caritas locale. In Iraq, a Baghdad, lavorano con una parrocchia che da aiuto materiale ai poveri del quartiere. In Egitto a ElMinia, aiutano Casa Letizia che si occupa di orfani e famiglie povere. Nel Sudan, a Rumbek, operano in progetti che mirano a portare l'acqua a piccoli ospedali e un progetto pastorale per l'educazione dei giovani. In Nigeria, a Lagos, è in cantiere un progetto di prevenzione della tratta, reinserimento di ragazze rimpatriate e appoggio a famiglie vittime di minacce.


Di Gelsonimo Del Guercio

FONTE: A Sua Immagine N. 99
29 novembre 2014


Una storia bellissima, che si commenta da sola.
Ragazzi, pensiamoci un attimo..... avere un buon lavoro (cosa al giorno d'oggi, tutt'altro che scontata), belle prospettive, una vita soddisfacente..... e nonostante questo lasciare tutto, per inseguire un sogno, un ideale, una vocazione..... e dedicarsi al prossimo, quello più disagiato, quello dei poveri, dei barboni, delle donne sfruttate. Ma l'Amore è anche questo, una forza irresistibile che ti porta a fare scelte anche radicali, lasciando la sicurezza per l'incertezza, la stabilità per l'incognita. Ma è grazie a persone come Paolo che la nostra società si regge ancora in piedi, a lui e quell'innumerevole stuolo di volontari, di cui si parla così poco, che dedicano tempo, energia e passione, laddove c'è bisogno, al prossimo bisognoso. E se non è Amore questo, allora cos'è?
Un grazie sentito a Paolo allora, alla sua splendida Associazione, e a tutti coloro che dedicano di loro stessi al prossimo e a Dio. Che mondo sarebbe questo senza di loro? Ma ci sono, grazie a Dio ci sono.... e sono molti di più di quanto si possa immaginare. Non dimentichiamocelo mai!

Marco

lunedì 8 dicembre 2014

La storia dell'asino nel pozzo


Un giorno l’asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non poteva più uscire. Il povero animale, disperato, continuò a ragliare sonoramente per ore.
Il contadino era straziato dai lamenti dell’asino, voleva salvarlo e cercò in tutti i modi di tirarlo fuori ma dopo inutili tentativi, si rassegnò e prese una decisione crudele. Poiché l’asino era ormai molto vecchio e non serviva più a nulla e poiché il pozzo era ormai secco e in qualche modo bisognava chiuderlo, chiese aiuto agli altri contadini del villaggio per ricoprire di terra il pozzo.
Il povero asino imprigionato, al rumore delle palate e alle zolle di terra che gli piovevano dal cielo capì le intenzioni degli esseri umani e scoppiò in un pianto irrefrenabile. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l’asino rimase quieto.
Passò del tempo, nessuno aveva il coraggio di guardare nel pozzo mentre continuavano a gettare la terra.
Finalmente il contadino guardò nel pozzo e rimase sorpreso per quello che vide. Ad ogni palata di terra che gli cadeva addosso, l'asino se ne liberava, scrollandosela dalla groppa, facendola cadere e salendoci sopra. Man mano che i contadini gettavano le zolle di terra, saliva sempre di più e si avvicinava al bordo del pozzo.
Zolla dopo zolla, gradino dopo gradino l’asino riuscì ad uscire dal pozzo con un balzo e cominciò a trottare felice.



Questa semplice storiella, facilmente reperibile sul web, ci da degli importanti spunti di riflessione: il contadino è la vita, il pozzo rappresenta le difficoltà della vita che tutti, chi più chi meno, dobbiamo affrontare... e l'asino rappresenta noi stessi.
Tutti noi, presto o tardi, finiamo col finire dentro a un pozzo, ovvero ci troviamo ad affrontare le difficoltà della vita che, talvolta, ci possono sembrare persino superiori alle nostre possibilità. Queste poi, spesso e volentieri, non ci risparmiano affatto "badilate di terra" addosso, non di rado anche dalle persone più care.
Ma questa semplice storia ci insegna che queste difficoltà, che le prove della vita, possono essere per noi un motivo di crescita, di "elevazione", come lo sono state per l'asinello che, badilata dopo badilata, si è sempre più innalzato fino a giungere fuori dal pozzo in cui era caduto. Le difficoltà insomma non devono sempre essere viste come una disgrazia, ma bensì come una prova, come un opportunità per crescere in noi stessi.
Del resto la vita è proprio questo: una corsa ad ostacoli dove ogni ostacolo, se affrontato col piglio giusto, costituisce un motivo di crescita, di maturazione personale, fino a quella completezza umana e spirituale che il Signore chiede ad ognuno di noi.
Crediamolo fermamente.

Marco

martedì 2 dicembre 2014

Dopo 17 anni fa la cosa giusta e rimedia ai suoi errori


Non è mai troppo tardi per rimediare ai propri errori
e lo dimostra la storia di un uomo tormentato dal senso di colpa per aver derubato la sua scuola quando aveva solo 12 anni: e così, dopo 17 anni, ha deciso di inviare alla scuola una lettera di scuse e una busta piena di soldi.
E’ successo in California, a Nevada City, dove James Berardi – preside della Grizzly Hill Elementary School – si è visto recapitare una lettera scritta a mano, firmata e accompagnata da 300 dollari. Nella lettera, il mittente spiegava che 17 anni fa, quando frequentava la scuola ed aveva solo 12 anni, aveva rubato dei soldi che dovevano essere destinati ad una gita scolastica o alla festa di fine anno.

Ho fatto irruzione a scuola”, ha scritto l’autore della lettera, di cui non è stato reso noto il nome, “poco prima della fine dell’anno scolastico. Ho rubato il denaro di alcune classi (che lo avevano messo da parte per una gita o per la festa di fine anno) e, dall’ufficio del preside, ho rubato alcuni oggetti che erano stati confiscati. Ho rotto qualche serratura e i telai di alcune finestre. Non so esattamente quant’è costato riparare i danni, né quanti soldi avevo rubato. Secondo i miei calcoli, dovrebbero essere 300 dollari. Ho allegato alla lettera questa cifra per rimediare a ciò che ho fatto, per cercare di risarcire i danni e riparare ai miei errori”.
La bella missiva, infine, si chiudeva con questa frase: “Se, a scuola, lavora ancora qualcuno che si ricorda di questo episodio e ritiene che 300 dollari non siano sufficienti a coprire i danni, non esitate a contattarmi”.

Il preside Berardi ha subito contattato l’ex allievo per ringraziarlo del bellissimo gesto e per comunicargli che i soldi inviati erano più che sufficienti. Ed ha commentato, visibilmente commosso: “Mi auguro che questo gesto gli abbia dato la serenità che stava cercando. Forse l’ha fatto per liberarsi da un grosso peso o dal senso di colpa”.

Secondo gli insegnanti della Grizzly Hill School la lettera vale molto più del denaro che conteneva, perché ha dato agli studenti un’importante lezione di vita. “Questa persona ha fatto una cosa sbagliata”, ha sottolineato Willow De Franco, “E forse si è sentita così male e così in colpa per aver fatto scelte sbagliate, che alla fine ha deciso di rimediare al suo errore”.

di Laura Pavesi

22 luglio 2014

FONTE: Buonenotizie.it



Non è mai troppo tardi per rimediare ai propri errori! Questa vicenda è molto semplice nel suo svolgimento, ma molto significativa, per il gesto, l'atto, il pentimento dell'uomo che sa di aver commesso un errore (fatto peraltro compiuto quando era un ragazzino) e sopratutto la sua voglia di riparare. In questo caso si è trattato di restituire una somma di denaro..... ma il pentimento e l'atto riparatorio si può esplicare in mille modi diversi: la prima e più importante è quella di chiedere semplicemente e con molta umiltà.... "SCUSA".
Riconoscere i propri errori, chiedere perdono, è segno di grande Umiltà..... e chi possiede questa bellissima dote, questa splendidà Virtù, possiede molto, direi persino che possiede TUTTO! Chiedere scusa non significa essere deboli, anzi..... vuol dire essere forti, forti nel capire di essere nel torto, riconoscersi tali nei confronti di chi abbiamo danneggiato (forse la cosa più difficile) e infine, se possibile, voler riparare al torto o ai torti compiuti. Beati, beati coloro che lo fanno! E beati coloro che accettano il perdono della persona pentita...... anch'essi sono Beati.
Chissà in quante parti del mondo avvengono gesti come questi.... e anche di ben più grande portata. Questo è uno, un esempio che è uscito dall'anonimato ed è stato riportato dai giornali..... ma chissà quante volte accadono cose come queste. E meno male dico io..... e peccato, aggiungo, che non succeda sempre. Se l'uomo sapesse sempre chiedere scusa e volesse sempre, tenacemente, voler riparare, per quanto è possibile, agli errori compiuti...... ah, quanto sarebbe migliore il mondo in cui viviamo!
Facciamolo, facciamo sempre.... impariamo a chiedere scusa.

Marco

mercoledì 26 novembre 2014

A 7 anni scrive un libro sull'amichetto malato e finanzia la ricerca che lo farà guarire


NEW YORK
– Chi trova un amico trova un tesoro? Per Jonah Pournazarian aver trovato un vero amico significa che potrà guarire da una malattia terribile che gli fa rischiare la vita. Il suo compagno di scuola, Dylan Siegel ha infatti scritto un libro sulla loro amicizia, e ha raccolto quasi un milione di dollari. Una cifra che permetterà di perfezionare la terapia genetica che potrà curare Jonah.

Jonah soffre di glicogenosi tipo 1B, una rara malattia metabolica che impedisce al suo corpo di utilizzare i propri depositi di zucchero. Se il bambino non mangia in continuazione, rischia l’ipoglicemia, e può cadere in coma. I genitori Lora e Rabin vivono nella costante paura di saltare uno dei dodici pasti che devono somministrargli, in forma liquida, direttamente con un tubo nello stomaco: “Ho il terrore di non sentire la sveglia delle tre del mattino” ha confessato la mamma.

Ma Jonah ha anche un caro amico sin dai banchi dell’asilo, Dylan. E quando Dylan ha sentito i grandi parlare disperati perché avevano saputo che i fondi per la ricerca su questa rarissima malattia erano finiti, ha reagito rimboccandosi le maniche: Voglio aiutare ha detto alla mamma sua, Debra, e a quella di Jonah. Lo ha detto anche al dottor David Weinstein, che cura Jonah e conduce la ricerca di una terapia genetica per correggere il difetto enzimatico di cui soffrono i bambini affetti da questa forma di glicogenosi. Tutti i grandi hanno guardato Dylan con affetto e comprensione e proposto che vendesse limonata durante l’estate, per raccogliere qualche centinaio di dollari.

Dylan aveva altre idee: “Voglio scrivere un libro” ha annunciato. E lo ha scritto. Si chiama “ChocolateBar”, perché l’amicizia con il compagno di scuola è per lui “stupenda come una tavoletta di cioccolata”.
Il libro è stato stampato dai genitori che lo hanno portato a scuola: le prime duecento copie sono andate esaurite nella prima mezz’ora. Da allora, era il 2012, il libro è stato ristampato innumerevoli volte, e venduto in tutte le scuole dei 50 Stati dell’Unionee in 42 altri Paesi del mondo. Ogni singolo centesimo ricavato dalla vendita viene consegnato allo “Shands Children Hospital” dell’Università della Florida.Oramai la possibilità di curare i bambini affetti da questo tipo di glicogenosi sta diventando realtà. Non è più un sogno” ha detto il dottor Weinstein alla stazione televisiva Abc. Ed ha ammesso: “Quando Jonah disse che voleva aiutare, sorrisi fra di me e dissi: si va bene. Beh, mi ha dato un bello shock!”.
Quando la grande avventura è cominciata, Jonah e Dylan avevano sei anni, ora ne hanno otto, e sono sempre amici per la pelle. E Dylan ha un messaggio per tutti i suoi coetanei: “Se sognate di fare qualcosa di giusto, fatelo. E’ possibile, ed è bello, come una tavoletta di cioccolata”.

di Anna Guaita

4 novembre 2014

FONTE: Leggo.it


Una storia splendida, di vera solidarietà, che ha come protagonisti due bambini, stretti da un fortissimo vincolo di amicizia fin dalla più giovane età. E bisogna proprio dire che spesso i bambini danno delle belle lezioni agli adulti..... e come dice il piccolo Dylan: “Se sognate di fare qualcosa di giusto, fatelo!”. E Dylan lo ha proprio fatto.... e con risultati al di sopra di ogni più rosea aspettativa.
Un grande esempio, che viene non da un adulto ma da un bambino, ma che nonostante la sua ancor giovane età, ha capito ben presto quali sono i veri Valori della vita.

Marco

venerdì 14 novembre 2014

Si chiama “Ruben” il sogno di Ernesto Pellegrini, un ristorante solidale per persone in difficoltà


Chi ha detto che una persona ricca o benestante debba necessariamente essere egoista? Che non possa essere generosa? Che non possa dedicarsi al proprio prossimo, sopratutto quello più povero e bisognoso? Forse molte di queste persone sono veramente così, ma non mancano di sicuro le lodevoli eccezioni, e questa storia, la storia di Ernesto Pellegrini ex presidente dell'Inter e imprenditore di successo, ce lo dimostra pienamente.

La maggior parte della gente certamente ricorda Ernesto Pellegrini per essere stato il presidente dell'Inter calcio nel decennio che va dal 1985 al 1994. Ma quest'uomo è stato ed è sopratutto un imprenditore nel campo della ristorazione collettiva, iniziando, dopo un periodo di gavetta, nel 1965 fondando l'Organizzazione Mense Pellegrini, un vero colosso nel settore della ristorazione collettiva, cui segue, nel 1975, la fondazione della Pellegrini S.p.A. e Pellegrini Catering Overseas S.A., un' azienda che opera in 7 paesi dell'Africa quali Angola, Camerun, Congo, Libia,Yemen, Mozambico e Nigeria. Entrambe fatturano 500 milioni di euro e danno da lavorare a ben 7500 persone.
Ma è nel dicembre del 2013 che Ernesto Pellegrini si lancia nel “socialmente utile” e costituisce la Fondazione Ernesto Pellegrini ONLUS, che si propone di aiutare le tante persone che si trovano in condizione di temporanea difficoltà economica e sociale.
Il primo “mattone” di questo importante progetto si chiama Ristorante “Ruben”, aperto ufficialmente il 27 ottobre scorso in Via Gonin 52 nella periferia ovest di Milano, e che offre 500 coperti su due turni, in cui un pasto completo ha il costo simbolico di un euro. I clienti sono tutti coloro che si trovano in una situazione di difficoltà, quindi senzatetto, disoccupati, separati, profughi, ex carcerati, parenti di persone malate in visita e persone con dei debiti. Il ristorante Ruben non è una mensa solidale, ma un vero e proprio ristorante milanese, per consentire a chi ne usufruisce di non sentirsi in alcun modo inferiore agli altri. L’obiettivo infatti è di far ritrovare dignità alle persone che vengono, fin dall’impatto visivo.

Ma perchè questo nome particolare, “Ruben”, da dare al proprio ristorante solidale? Tutto ha un suo “perchè”, e allora bisogna andare a ritroso nel tempo, alla giovinezza di Ernesto Pellegrini, quando il futuro imprenditore viveva con i propri genitori in una semplice cascina nella periferia di Milano assieme ad altre famiglie, per ridurre i costi dell'affitto. Intorno alla cascina tanti contadini lavoravano la terra, tra cui il contadino Ruben, proveniente da Cremona, che lavorava duro ogni giorno, con l'aratro, con la zappa, con le mani.... e che non possedeva nulla eccetto un letto di paglia nella stalla, tre chiodi nel muro come armadio e due cavalli per compagnia.
Nel 1962 la cascina viene demolita per costruire delle case popolari e la gente che l'occupava viene mandata via senza troppi complimenti. Agli inquilini, tutti poveri, compresi i Pellegrini che erano dei semplici ortolani, vengono assegnate un paio di stanze dove capitava, in città, ma nessuno pensò al povero Ruben, che si ritrova senza alloggio e finisce per andare a vivere in una baracca di legno. Ernesto Pellegrini, che all'epoca aveva 20 anni ed era un giovane come tanti altri, aveva da poco iniziato a lavorare alla Bianchi, ma lo stipendio era quello che era e serviva appena per far quadrare i conti in casa. Però pensava spesso al suo amico contadino e si era sempre ripromesso di aiutarlo, di trovargli un'occupazione e, appena messo da parte una certa somma, comprargli un appartamento. Si trattava soltanto di aspettare, di racimolare un po' di soldi e poi tutto si sarebbe sistemato. Ma purtroppo spesso la vita non attende nessuno e un giorno Ernesto Pellegrini legge sul giornale di un "Barbone morto assiderato nella sua baracca"! Era Ruben, proprio lui, il suo amico  contadino che Pellegrini non era riuscito a salvare!
Ma ora, dopo quasi 50 anni, l'ex presidente dell'Inter, in ricordo del suo vecchio sfortunato amico, ha deciso di aiutare tutti gli altri Ruben che ancora ci sono e che vivono ai margini della società senza che nessuno si accorga di loro.


«La Fondazione è un modo per ringraziare il buon Dio del tanto che ho avuto dalla vita. E ho voluto farlo partendo da quello che so fare meglio: ristorare le persone. Ruben ha lavorato per tre generazioni nella mia famiglia... Ruben non sono riuscito ad aiutarlo. Oggi però vorrei aiutare qualcuno dei tanti Ruben che vivono il loro momento di difficoltà e di disagio. Io ho sempre conservato nel mio cuore il ricordo di quell’uomo buono e lavoratore».

Parole splendide, di vera riconoscenza e gratitudine verso il buon Dio e nei confronti del vecchio amico contadino, mai dimenticato e rimasto sempre nel proprio cuore. E tanta voglia di dare, di donare, di “contraccambiare” per il Bene ricevuto durante la propria vita, così come dovrebbe essere sempre per tutti coloro che si trovano in una posizione privilegiata rispetto ai tanti altri che non hanno avuto altrettanto.
E anche questo è Amore.

Marco

martedì 4 novembre 2014

Bill e Glad, quando l' Amore supera ogni barriera


Prometto di amarti nella buona e nella cattiva sorte, in ricchezza e in povertà, in salute e in malattia, ripongo la mia fiducia in te ora e per sempre!

Queste sono le parole che vengono pronunciate in ogni matrimonio.... ma sono più che semplici parole, sono una vera promessa d'Amore che lega i novelli sposi per tutta la vita. O almeno così dovrebbe essere.

Certamente questa promessa d'Amore Bill e Glad, quando l'hanno pronunciata, esattamente 50 anni fa, l'hanno presa molto sul serio e hanno continuato  a tenerne fede nonostante l'incedere degli anni e le vicissitudini della vita.
Il loro primo incontro iniziò quando Glad aveva appena 8 anni e suo fratello e Bill crebbero insieme divenendo grandi amici. E così, di conseguenza, anche Glad conobbe Bill divenendo sua amica. Lei amava stare con il fratello e Bill quando giocavano insieme, ma allora Bill non si dimostrava interessato a lei. Poi qualcosa cambiò quando Bill compì 17 anni e Glad ne aveva 16; la vide diversa, non più con gli occhi di un bambino, ma con quelli di un ragazzo.... e fu colpo di fulmine, sia pure con qualche anno di ritardo.

Bill racconta di ricordare il profumo dei capelli di Glad, come qualcosa di “particolare, davvero speciale”.
Bill l'andava a trovare ogni volta che poteva, in bicicletta, percorrendo 5 Km ad andare e 5 a tornare. E anche insieme amavano passeggiare in bicicletta, all'aria aperta, così come non persero questa abitudine quando arrivarono i loro figli, montando un seggiolino per i loro piccoli. Possiamo ben dire che la bicicletta è sempre stato un mezzo che ha legato indissolubilmente questa splendida coppia.

Attorno al 2004 Bill inizio a notare qualcosa di strano in Glad.... c'era qualcosa che non andava. A Glad venne diagnosticato il morbo di Alzheimer. Questo fatto però non turbò più di tanto Bill che, con intraprendenza e volontà, costruì una bike-chair, ovvero una bicicletta speciale che, al posto dei seggiolini per i bimbi, aveva una sedia a rotelle per la moglie, così da poterla portare con sé anche adesso, da malata, visto che con l'età e la malattia non avrebbe potuto seguirlo in nessun altro modo.

Bill non si limita solo a questo, ma si prende cura della sua Glad in tutto e per tutto: le lava i denti, le spazzola i capelli, la veste.
Lo considero un privilegio prendersi cura di una persona che ho amato per tutti questi anni, e che continuo ad amare.” Dice Bill.


Dio ci ha amato incondizionatamente, e so che Egli ha messo il suo amore nel mio cuore, e affinchè io realizzi quanto Dio ha amato, io devo amare ugualmente mia moglie. Glad ha fatto così tanto per me in questi anni, e io glielo devo, lo voglio. Lei è la mia principessa, io il suo William”.

In un epoca in cui le coppie e le famiglie si sciolgono con grande facilità, il loro è veramente un esempio meraviglioso. Questo è vero Amore, è l'Amore coniugale così come dovrebbe essere, oltre ogni limite di età, di salute, oltre ogni barriera.
Grazie Bill, grazie Glad, grazie di vero cuore.

Marco

Marzo 2014


giovedì 30 ottobre 2014

C'è la crisi e i carabinieri fanno la spesa a una donna in difficoltà

ROVIGO - La paura che qualcosa di brutto potesse essere successo era tanta. Alcune amiche della donna, da qualche giorno, non riuscivano più a mettersi in contatto con lei. Proprio da quando era arrivata la comunicazione dello sfratto esecutivo. Ma quando i carabinieri sono andati a controllare, l’hanno trovata a casa, disperata per la situazione economica difficile in cui versa con il figlio. Così, da un lato hanno allertato l’amministrazione comunale, dall’altro, insieme alla Onlus e Motoclub ‘Fiamme del Polesine’, hanno fatto una grossa spesa di generi alimentari per la donna che la possa aiutare a superare il momento.

È una storia intrisa di solidarietà quella che arriva da Loreo e che, sabato, ha avuto il suo epilogo nella consegna della spesa alla signora. Qualche giorno fa le amiche della donna avevano lanciato l’allarme rivolgendosi al 112. Non riuscivano più a parlarle, né ad incontrarla. Così i militari si sono precipitati a casa sua, un’abitazione Erp del Comune dove vive con il figlio maggiorenne affetto da disabilità. La donna ha aperto le porte di casa ai militari, ma nel farlo ha dato libero accesso a un mondo — il suo — intriso di difficoltà economiche e di uno sfratto diventato esecutivo. Dopo quella visita, avvenuta ormai diversi giorni fa, i carabinieri hanno allertato i servizi sociali del Comune che già si stavano occupando del caso. Ma non è finita qui, perché i militari, insieme con le ‘Fiamme del Polesine’ (molti dei soci sono proprio carabinieri) hanno deciso di fare qualcosa di più: una sostanziosa spesa di generi di prima necessità e alimentari. In tutto un centinaio di euro di prodotti che sono stati consegnati alla donna.
«Fare il carabiniere vuol dire anche aiutare il prossimo al di là delle proprie competenze istituzionali e l’Arma, nei quasi due suoi secoli di vita, ogni giorno dà numerose testimonianze anche in tal senso», è il commento della compagnia di Adria.

«La situazione della signora ci è noto e da tempo ci stiamo occupando del caso — spiega il sindaco di Loreo Bartolomeo Amidei —. Purtroppo la donna ha accumulato un debito di 8mila euro con l’Ater. Infatti, nonostante l’affitto di 10 euro al mese, sono scattati 4mila euro di sanzioni per le mensilità non versate. Il regolamento prevede infatti che, a fronte di canoni così bassi, il mancato pagamento faccia scattare l’affitto massimo di 400 euro. Ho già preso contatti con l’Ater, ho chiesto di stralciare la parte sanzionatoria mentre all’affitto reale non pagato di 4mila euro farà fronte il Comune. E ben venga anche quest’iniziativa dei carabinieri».

c. d.

18 novembre 2013

FONTE: http://www.ilrestodelcarlino.it/rovigo/cronaca/2013/11/18/983906-crisi-carabinieri-spesa.shtml


Articolo un pò datato, di circa un anno fa, ma che ho voluto inserire tra le pagine di questo blog, per evidenziare lo squisito operato dell'Arma dei carabinieri, che oltre a svolgere il loro abituale servizio, si prestano anche ad opere di solidarietà spontanee e belle come questa. E vorrei ricordare che un carabiniere semplice, con l'opera che presta, A RISCHIO ANCHE DELLA PROPRIA VITA, guadagna appena 1300 euro netti al mese.
Onore e merito quindi a tutti i carabinieri, che per pochi soldi, svolgono veramente una mansione importantissima e rischiosa nella nostra società. Non dimentichiamocelo mai!
E per concludere, inserisco il video dove il Papa, il 6 giugno di quest'anno, tiene un toccante discorso dinanzi a una Piazza S. Pietro gremita di gente, in commemorazione del bicentenario della fondazione dell'Arma dei carabinieri. Un giusto tributo a questi Uomini valorosi, cui va sempre il mio più sentito ringraziamento.

Marco


venerdì 24 ottobre 2014

La bicicletta di Dio


In una calda sera d’estate, un giovane si recò da un vecchio saggio: “Maestro, come posso essere sicuro che tutto ciò che faccio è quello che Dio mi chiede di fare?”.

Il vecchio saggio sorrise compiaciuto e disse: “Una notte mi addormentai con il cuore turbato; anche io cercavo, inutilmente, una risposta a queste domande.
Poi feci un sogno: Sognai una bicicletta a due posti: un tandem. E notai che Dio stava dietro e mi aiutava a pedalare.
Ma poi avvenne che Dio mi suggerì di scambiarci i posti.
Acconsentii e da quel momento la mia vita non fu più la stessa. Dio la rendeva più felice ed emozionante.
Che cosa era successo da quando ci scambiammo i posti?
Capii che quando guidavo io, conoscevo la strada. Era piuttosto noiosa e prevedibile. Era sempre la distanza più breve tra due punti.
Ma quando cominciò a guidare Lui, conosceva bellissime scorciatoie, su per le montagne, attraverso luoghi rocciosi a gran velocità a rotta di collo.
Tutto quello che riuscivo a fare, era tenermi in sella!
Anche se sembrava una pazzia, Lui continuava a dire: “Pedala, pedala!”.
Ogni tanto mi preoccupavo, diventavo ansioso e chiedevo: “Signore, ma dove mi stai portando?”.
Egli si limitava a sorridere e non rispondeva. Tuttavia, non so come, cominciai a fidarmi.
Presto dimenticai la mia vita noiosa ed entrai nell’avventura e quando dicevo: “Signore, ho paura…”, Lui si sporgeva indietro, mi toccava la mano e subito un’immensa serenità si sostituiva alla paura.
Mi portò da gente con doni di cui avevo bisogno; doni di guarigione, accettazione e gioia.
Mi diedero i loro doni da portare con me lungo il viaggio.
Il nostro viaggio, vale a dire, di Dio e mio. E ripartimmo.
Mi disse: “Dai via i regali, sono bagagli in più, troppo peso”.
Così li regalai a persone che incontrammo, e trovai che nel regalare ero io a ricevere e il nostro fardello era comunque leggero.
Dapprima non mi fidavo di Lui, al comando della mia vita. Pensavo che l’avrebbe condotta al disastro. Ma Lui conosceva i segreti della bicicletta, sapeva come farla inclinare per affrontare gli angoli stretti, saltare per superare luoghi pieni di rocce, volare per abbreviare passaggi paurosi.
E io sto imparando a star zitto e pedalare nei luoghi più strani e comincio a godermi il panorama e la brezza fresca sul volto con il delizioso compagno di viaggio, la mia potenza superiore.
E quando sono certo di non farcela più ad andare avanti, Lui si limita a sorridere e dice: “Non ti preoccupare, guido io, tu pedala”.



Bel racconto, semplice ma molto significativo, che ci lascia questo insegnamento: Abbandonarsi completamente alla Volonta di Dio!
Chi meglio di lui, infatti, conosce ciò che è meglio per noi? Noi possiamo credere di sapere ciò che è meglio per noi stessi, ma la verità è che solo il buon Dio sa cosa è veramente meglio per noi.
Abbandonarsi totalmente alla Volontà di Dio non è facile, è come Pietro che decide di seguire il Signore camminando sulle acque..... finchè si fida va tutto bene, ma quando inizia a dubitare ecco che incomicia a barcollare e quindi ad affondare. Ciò nondimeno, è questo quello che il buon Dio vorrebbe da tutti noi: fiducia e abbandono completo alla Sua Divina Volontà, al Suo Operato su ciascuno di noi. E se così riusciremo a fare, saremo come il ciclista di questo racconto che lascia la guida della bicicletta al buon Dio. Egli ci guiderà su sentieri sconosciuti, che non immaginavamo neanche, ma proprio per questo più belli ed emozionanti. Ed è una scoperta continua, sempre nuova e sempre entusiasmante.

Marco 

lunedì 20 ottobre 2014

Una stella nella malattia


Ritratto di una religiosa del Togo che cammina con malati e orfani dell’aids

I padri conciliari ricordano che «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Gaudium et spes, 1). Per questo, in diverse zone dell’Africa, anche le persone consacrate cercano attraverso le loro opere di andare incontro alle persone in difficoltà per alleviarne le sofferenze. Come membri della comunità evangelizzatrice, sono chiamate, sull’esempio di Cristo, a prendere l’iniziativa, uscire e saper coinvolgersi. Così, mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorciano le distanze, si abbassano, fino all’umiliazione se necessario, e assumono la vita del popolo. Accompagnano l’umanità in tutti suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere (cfr. Evangelii gaudium, 24).

Un esempio concreto di come un discepolo di Cristo possa incarnare la sollecitudine paterna di Dio verso l’umanità sofferente, lo troviamo nell’esperienza di suor Marie Stella Kouak, gioviale religiosa togolese di quarantasette anni.

Appartenente all’Ordre des Hospitalières du Sacré Coeur de Jésus, suor Marie Stella conduce una battaglia di civiltà nella città di Dapaong, al nord del suo Paese, per aiutare gli orfani e i malati di aids. Suor Marie Stella ha da sempre sentito il desiderio di occuparsi dei malati, soprattutto di quelli che vivono in situazioni di precarietà. Questa sua inclinazione, maturata nel gruppo ecclesiale della Legione di Maria, l’ha portata, una volta sentita la chiamata a consacrare la sua vita al Signore, a entrare nell’allora congregazione des Soeurs Hospitalières de l’Immaculée Conception de saint Armand-les-Eaux, che aveva come apostolato l’attenzione ai malati. Nel 2011 vi sarà poi la fusione di questa congregazione con quella des Hospitalières du Sacré Coeur de Jésus per vari motivi, tra i quali la scarsità delle vocazioni nel vecchio continente e l’esigenza di unire le forze per la stessa missione. Tornado a suor Marie Stella, dopo i primi voti nel 1993, fu mandata in Belgio per formarsi come infermiera.

La regola di sant’Agostino e gli episodi evangelici del buon samaritano e della lavanda dei piedi — che sono alla base dei testi fondamentali del suo ordine — hanno fatto crescere in lei un’attenzione verso gli ammalati, in particolare verso quelli che hanno contratto il virus dell’aids. Attenzione che l’ha portata a creare l’associazione Vivre dans l’espérance che si occupa oggi di più di millequattrocentocinquanta adulti malati, di tanti ragazzi e ragazze orfani colpiti dall’aids. L’obiettivo dell’associazione — che assiste anche tanti musulmani — è ridare speranza intesa come dignità, come affetto agli ammalati di aids e offrire un futuro agli orfani.
Attualmente, l’associazione gestisce due orfanotrofi, un centro di formazione e un centro nel quale sono seguiti coloro che hanno contratto il virus dell’aids. C’è in progetto di allagare le strutture per andare incontro alle esigenze in continua crescita.

Suor Marie Stella ha sentito la necessità, insieme alle sue consorelle, di occuparsi di queste persone scartate dalla società dopo aver vissuto, in prima persona sulla sua pelle, l’esperienza di un fratello malato di aids. Chi contrae questa malattia, infatti, viene giudicato male dalla società, messo ai margini, non raramente nascosto dalla propria famiglia perché causa di vergogna.
Avendo vissuto quest’esperienza da vicino, la giovane religiosa ha deciso di impegnarsi affinché l’ammalato venga considerato come una persona, sia accettato e sostenuto dalla sua famiglia, perché i suoi figli non siano marginalizzati dal contesto sociale.

Oltre ad accogliere e accompagnare malati e orfani, e a sensibilizzare le famiglie, i membri dell’associazione cercano anche di educare a una vita sessuale responsabile, in una zona come quella del nord del Togo che sta al confine con altri Paesi dove c’è una grande mobilità della popolazione.

Le motivazioni che hanno spinto suor Marie Stella in quest’opera non sono certamente solo quelle di un operatore sociale. In quanto consacrata, questa donna ha cercato di incarnare nel quotidiano i voti professati. Oltre all’obbedienza espressa nella comunione d’intenti con le altre consorelle, oltre a combattere accanto a coloro che sono colpiti direttamente o indirettamente dal flagello dell’aids, suor Marie Stella trova nella sua maternità spirituale verso questi orfani e nell’amore gratuito verso i bisognosi l’espressione concreta del suo voto di castità. Quanto invece al voto di povertà, in un continente povero come quello africano e particolarmente in un Paese in via di sviluppo come il Togo, esso viene inteso anche come condivisione. Condivisione di ciò che ciascuno ha. Infatti, oltre a mettere a disposizione i mezzi e le energie umane del suo ordine, tra le altre cose suor Marie Stella coinvolge le mamme malate e alcuni ragazzi, già ospiti dei suoi orfanotrofi, nella cura dei bambini che hanno perso entrambi i genitori.

Essendo la sua opera frutto di una chiamata speciale, la nostra religiosa trova forza — come lei stessa ci ha raccontato — oltre nell’eucaristia e nella preghiera del rosario, anche nella parola di Dio. Per suor Marie Stella, infatti, il racconto evangelico del buon samaritano che si prende cura dell’uomo ferito, quello della lavanda dei piedi dove Gesù si fa servo di tutti e quello della donna adultera sono fonti d’ispirazione, sono luce che illumina e rassicura in questa sua battaglia per la dignità di tutti. Anche di coloro che sono considerati meritevoli di esclusione perché pubblici peccatori.
L’impegno di suor Marie Stella e dei suoi amici è proprio quello di liberare gli ammalati di aids così come ha fatto Gesù con la donna adultera. «Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch'io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”» (Giovanni, 8, 9-11).
In queste parole trovano senso l’impegno ad accompagnare chi è caduto e ad aiutarlo a non cullarsi disperatamente nella sua caduta, ma piuttosto a guardare il futuro e vivere il presente nella speranza.

Suor Marie Stella trova conforto e coraggio anche nelle parole di Agostino: «Ama e fa ciò che vuoi: se taci, taci per amore, se parli, parla per amore, se correggi, correggi per amore, se perdoni, perdona per amore. Sia in te la sorgente dell’amore, perché da questa radice non ne può uscire che il bene».
La religiosa, infine, ci racconta di confidare molto nell’intercessione di coloro che lei e i membri della sua associazione hanno aiutato a traghettare serenamente alla casa del Padre, e nella Provvidenza divina che, al tempo opportuno, risponde alle attese e alle mille richieste di aiuto.

L’esperienza di questa suora africana mostra la bellezza delle religiose nel loro essere madri sull’esempio della Chiesa mater et magistra chiamata dal suo Maestro a versare l’olio di misericordia e di tenerezza sulla umanità piagata, carne sofferente dello stesso Signore Gesù.

di Gilbert Tsogli


Sentivo il bisogno di mettere, sulle pagine di questo blog, qualche bella storia di persone che hanno deciso di consacrare l'intera propria vita per servire il Signore e, nella fattispecie, di farlo servendo coloro che sono considerati nella scala sociale della nostra società gli ultimi tra gli ultimi, ovvero i poveri e i malati.
Che bella la storia di Marie Stella, completamente al servizio dei malati di Aids in Togo (Africa)... ma sempre con il sorriso sulle labbra, così come si conviene a chi ama veramente quello che si fa e in chi ama il prossimo e il Signore con tutto sè stessi.
Lasciatemelo dire..... queste sono le vere "perle" della nostra società, quelle persone che ci fanno veramente capire che nel cuore dell'uomo si annida un "potenziale" di Amore veramente immenso, e che c'è ancora e sempre tanto di buono nel nostro mondo. E ai missionari come Marie Stella (e sono tanti... grazie a Dio) dobbiamo veramente tanta gratitudine e, da parte mia, un ammirazione davvero sconfinata.
Grazie, grazie veramente di tutto..... e Lode e Grazie a Dio per elargire al mondo intero anime belle come questa.

Marco

giovedì 16 ottobre 2014

Un Nobel per la Pace per difendere i diritti dei bambini


Nobel per la pace 2014 a Malala Yousafzay e Kailash Satyarthi. Il riconoscimento è stato assegnato all’attivista indiano per i diritti dei bambini ed alla ragazza pachistana ferita dai talebani per la sua lotta per l’istruzione femminile. La studentessa ha dedicato il premio ai bambini perché:
Hanno il diritto andare a scuola e di non soffrire per il lavoro minorile. La giovane ha chiesto ai primi ministri dei due Paesi di essere presenti alla premiazione del 10 dicembre

Kailash Satyarthi, attivista indiano che si batte per i diritti dei bambini, e Malala Yousafzay, la 17enne pachistana che due anni fa fu ferita gravemente dai talebani per la sua lotta a favore dell’istruzione femminile, hanno ricevuto il Premio Nobel per la Pace 2014. Il comitato di Oslo fa sapere che il 60enne e la 17enne sono stati premiati “per la loro battaglia contro la repressione dei bambini e dei giovani e per il diritto di tutti i bambini all’educazione”.
I giudici del Nobel hanno deciso di dedicare questa edizione del Premio alla lotta contro lo sfruttamento dei minori per fini economici: i bambini devono “andare a scuola e non essere sfruttati finanziariamente”, hanno scritto nelle motivazioni.

E’ stata una “grande sorpresa” ha dichiarato l’attivista pakistana nel corso di una conferenza stampa a Birmingham, dove vive e studia. Quando le è stato annunciato il riconoscimento Malala stava seguendo una lezione di chimica.
Sono onorata” per aver ricevuto il “prezioso” Nobel ha affermato e ha aggiunto che la notizia: “mi rende più forte e coraggiosa”. “Non credo che il Premio sia stato dato solo a me, ma a tutti i bambini che non hanno voce, ecco perché parlo a nome loro” ha aggiunto la studentessa. “Tutti i bambini”, ha proseguito la giovane pakistana, “hanno diritto a ricevere un’istruzione di qualità, a non soffrire per il lavoro minorile, per la tratta degli esseri umani. Hanno il diritto di essere felici”.
Sono davvero felice di condividere questo premio con una persona dell’India”, ha detto parlando di Kailal Satyarthi, insignito insieme a lei. “Ho ricevuto una telefonata da Kailash” ha detto la ragazza pachistana e “abbiamo deciso di collaborare per migliorare i rapporti tra Pakistan e India e perché vorremmo che tutti i Paesi parlassero di pace e sviluppo”.
Per muovere il primo passo verso il compimento del processo di pace, la ragazza ha chiesto al primo ministro indiano Narendra Modi e al premier pachistano Nawaz Sharif “di unirsi a noi” nel corso della cerimonia che si terrà ad Oslo il 10 dicembre.


Nel comunicato letto dal presidente del comitato, Thorbjoern Jagland, si legge che la scelta è ricaduta su Satyarthi perchè, con la sua organizzazione Bachpan Bachao Andolan, dagli anni ’90 si batte “con grande coraggio personale, mantenendo la tradizione di Gandhi, guidando varie forme di protesta e dimostrazione, tutte pacifiche, contro il grave sfruttamento dei bambini a scopi di finanziari, contribuendo anche allo sviluppo di importanti convenzioni internazionali sui diritti dei minori”.
In questi anni, l’impegno di Satyarthi ha permesso di liberare almeno 80.000 bambini dalla schiavitù, favorendone la reintegrazione sociale.

La 17enne Malala Yousafzay, oltre ad essere uno dei simboli dei diritti dei minori, è stata premiata anche perché ha vissuto sulla propria pelle la violenza dello sfruttamento e della violazione dei diritti dei bambini:
Nonostante la sua giovane età – osserva il Comitato – Malala Yousafzay già da anni combatte per i diritti delle bambine all’educazione e ha dimostrato con l’esempio che i giovani possono anche loro contribuire a migliorare la situazione. E lo ha fatto nelle circostanze più pericolose: attraverso la sua battaglia eroica, è diventata una voce guida per i diritti dei bambini all’educazione”.
Malala diventa così la più giovane persona ad aver ricevuto il premio, “record” detenuto da Lawrence Bragg, Nobel per la Fisica nel 1915 a soli 25 anni. Malala è diventata famosa per la sua decisione di donare, a soli 11 anni, il suo diario scritto in urdu alla BBC, dove raccontava la vita di una bambina sotto il regime talebano nella Valle di Swat. Per questo suo impegno nella lotta per i diritti delle bambine in Pakistan, subì un attacco da parte di guerriglieri taliban: il 9 ottobre 2012, mentre tornava da scuola in bus, un miliziano salì sul mezzo e sparò due colpi che la colpirono alla testa e al collo “non perché lottava i favore dell’istruzione femminile – dichiareranno i Taliban pakistani successivamente – ma perchè faceva propaganda contro di noi e contro la Sharia”. L’allora 15enne venne trasportata d’urgenza all’ospedale di Peshawar e poi trasferita in condizioni critiche a Birmingham, dove venne operata e salvata. Da quel momento in poi, il suo attivismo subì un’accelerata: storico il suo discorso alle Nazioni Unite del 12 luglio 2013. Per il suo impegno, la giovanissima pakistana ha ricevuto, l’anno scorso, il Premio Sakharov per la libertà di pensiero.

Questa edizione del Nobel per la Pace vuole trasmettere anche un altro messaggio di distensione tra due paesi ormai in guerra dal 1947: l’India e il Pakistan. I due premiati sono un’hindu (Satyarthi) e una musulmana (Yousafzay), l’uno accanto all’altra, a simboleggiare la possibilità di dialogo tra due paesi che per anni hanno combattuto per la nascita di un paese di indiani musulmani e, ancora oggi, per il controllo della regione di confine del Kashmir. Proprio a questo scopo la giovane pakistana ha lanciato un appello ai presidenti dei due paesi: “Prendete parte insieme alla cerimonia di consegna dei Nobel per la Pace”.

10 ottobre 2014

FONTE: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/10/10/nobel-per-la-pace-2014-a-malala-yousafzay-e-kailash-satyarthi/1150505/


Un Nobel per la Pace che premia 2 persone che si sono battute e che si stanno battendo per i diritti dei bambini..... e come si fa a non essere d'accordo con una decisione come questa? E' grazie a persone come queste che il nostro mondo è migliore, grazie al loro coraggio, alla loro intraprendenza, al loro Amore. E com'è bello spendere la propria vita per ideali così alti come questi!
Grazie Malala, grazie Kailash! Se tanti bambini, nel mondo, hanno una vita migliore, è per merito vostro.

Marco

sabato 11 ottobre 2014

“Cucciole per cuccioli”, bambine che aiutano a far adottare gli animali


“Cucciole per cuccioli” è la bella iniziativa di quattro bambine di 10 anni a favore del canile di Latina. Tutto parte da un progetto scolastico a cui Benedetta, l’organizzatrice, partecipò due anni fa. Un progetto per sensibilizzare al rispetto degli animali, culminato con una visita in canile. Benedetta rimase talmente colpita che disse ad una volontaria che il suo cuore piangeva nel vedere tanti abbandoni e che prima o poi avrebbe organizzato qualcosa.

Ed ecco quindi l’annuncio del giovanissimo quartetto animalista: una serata tra canti, balli e buffet, al costo “dai 50 centesimi in su”. In città non è la prima volta che dei bimbi si attivano per gli animali in difficoltà. Di recente infatti, Camilla, in procinto di ricevere la prima Comunione, ha preso la decisione di dedicare l’evento al suo cane, scelto in canile in quanto molto anziano e probabilmente destinato a finire i suoi giorni in una gabbia.

Niente affatto, deve aver pensato, e in mezzo a tanti ha scelto proprio lui, il vecchino del canile, e lo ha accudito fino al termine della sua nuova breve ma felicissima vita. Avendo provato l’esperienza di dare felicità a un essere bisognoso, ha voluto confezionare le bomboniere della Comunione con un biglietto in ricordo del suo amico a quattro zampe, un monito chiaro agli adulti presenti: adottate i cani del canile e adottate quelli più bisognosi d’amore.

Ora la nuova piccola impresa. Di fronte a modelli sempre più consumistici e tutti ripiegati verso l’egoismo, alcune bambine decidono di dare l’esempio. Raccogliere fondi (se pur simbolici) da destinare al canile “Associazione Amici del Cane” di Latina (definito in una puntata di Geo & Geo uno dei migliori rifugi d’Italia per cani in attesa di adozione). Un insegnamento grande proprio per la genuinità di questa azione disinteressata e amorevole verso altri esseri in difficoltà.

di Rosa Manauzzi

21 giugno 2014



Ho scelto di pubblicare questa storia sulle pagine di questo blog, perchè nella sua semplicità e genuinità, ci fa comprendere quanta sensibilità e bontà ci sia nei cuori dei bambini. Non lo scopriamo certo adesso, naturalmente, ma ogni tanto vale la pena ricordarlo con storie belle e delicate come questa.

Marco

lunedì 29 settembre 2014

“Casa Martin”, la casa dell'Amore


Lui si chiama Eugenio Marrone, lei si chiama Paola Stocco, sono sposati da più di 30 anni, sono profondamente Cristiani e dal 1988 fanno parte del Cammino Neocatecumenale della Parrocchia S. Teresa del Bambino Gesù a Verona. Nella loro casa, “casa Martin” (che prende il nome dal cognome dei genitori di Santa Teresina del Bambin Gesù, di cui i coniugi Marrone sono devotissimi) un amena villetta circondata da fontanili e giardino a Castel d'Azzano, in provincia di Verona, l'Amore coniugale e familiare viene vissuto nel senso più autentico, genuino e Cristiano del termine.
La loro è una famiglia “speciale”, con ben 11 figli, 6 naturali e 5 adottivi, più altri 7 volati in Cielo prima ancora di venire alla luce Che ci attendono e ci preparano la Festa” dice Eugenio. Ma la loro, è bene sottolinearlo, non è una casa famiglia, né una struttura per l’affido.... è solamente un luogo in cui Eugenio e Paola hanno deciso di vivere in pienezza l'Amore matrimoniale e familiare e mettere a disposizione il loro affetto per i bambini che non ne hanno ricevuto.

La nostra è una famiglia Cristiana che grazie all'Amore di Dio, incontrato nei fatti dolorosi della vita, è potuta crescere prima nell'amore coniugale e poi come nucleo familiare - dice Paola -. Avevamo sei figli, tutti voluti, desiderati, cercati... ciò che ci interrogava e ci turbava, non era il pensiero di queste stupende creature, ma il fatto che oltre a questi sei doni, ce n'erano altri sette volati in Cielo senza vedere la luce
. Nella mia mente – prosegue Paola - si faceva sempre più certa l'idea che Dio, con questi fatti dolorosi, ci voleva mandare un messaggio.

La conferma è arrivata nel dicembre del 2000, quando le spoglie di Santa Teresina di Lisieux hanno visitato la Basilica a Tombetta (Verona).
In una notte intera di veglia, fruttuosa per tutta la nostra famiglia, durante la preghiera e l'intensa meditazione ho sentito che era veramente quanto dovevamo fare: aprirci all'adozione. Ne ho parlato con mio marito alla fine della veglia e, dopo aver ottenuto il consenso entusiasta e unanime dei nostri figli, abbiamo cominciato a pensare come realizzare questa "rivelazione". Ho pregato tanto S. Teresina e S. Rita, la "Santa dell'impossibile", perché sapendo che anche lei aveva provato il dolore della perdita dei suoi figli poteva ridonare al mio cuore la vera Pace, ha confessato Paola.
Così la famiglia Marrone, con Fede ed entusiasmo, si sono resi disponiobili per adottare altri figli:
Ci chiesero subito se non ne avevamo abbastanza di figli. Non volevamo togliere l’opportunità di adottare a chi non poteva averne, così rispondemmo di affidarci quelli che nessuno voleva.

Dopo i loro sei figli naturali (di cui uno sacerdote in Canada e una sposata a Bolzano), sono arrivati questi cinque bimbi, tutti con difficoltà cognitive e fisiche. Per ultimo, è arrivato un bimbo in affido, che non cammina.
Questa scelta è stata concordata con i nostri figli e abbiamo posto determinate condizioni
. A cominciare dalle regole. A Casa Martin tutto è ben organizzato: dalla stireria, dove c’è uno scaffale con il nome di ciascuno su cui posare gli abiti puliti e pronti, alla sala studio costellata di scrivanie. In due ampie stanze, con letti a castello o matrimoniali, dormono i ragazzi. Attorno alla villetta, molto funzionale (acquistata da un architetto con un mutuo trentennale), c’è un ampio giardino, dove gironzolano i loro cani. Si può anche percorrere un sentiero che corre lungo due risorgive, recuperate dai Marrone, dove vivono cigni, anatre, tacchini e animali da cortile.
Paola si alza alle 5.30 e tra terapie, visite, analisi, udienze, professori e catechismo, se ne va a dormire ben dopo la mezzanotte. La sveglia, poi, suona altre due volte: alle 6 meno dieci i ragazzi si alzano per andare a scuola a Verona. Alle 6.45 tocca ai più piccoli.
Tutto procede linearmente, come in una famiglia – dice Paola - Poi preghiamo insieme: se ce la facciamo è perché Qualcuno ci sostiene. Certo la nostra vita non è una passeggiata, ma a noi piace la montagna e sappiamo che dopo una dura e lunga salita, ci aspetta il panorama più bello del mondo. Ma la cosa più sbalorditiva è che, pur arrivando ogni notte a letto sfiniti, mai ci manca la forza per dire al Signore il nostro GRAZIE per l'Amore che ha messo nei nostri cuori e che ci accompagna sempre.

Ma la vita in casa Martin non si ferma qui: ora vuole diventare qualcosa di più, un vero e proprio progetto che si chiamerà "Dal bozzolo alla farfalla".
Un progetto per dare vita alla vita, per crescere i bambini in difficoltà e accompagnarli finché potranno spiccare il volo spiegano i coniugi Marrone.
La volontà infatti è quella di allargarsi ancora, sfruttando il Piano casa e recuperando nuovi spazi per accogliere altri bambini:
La casa è grande, ma se dovesse arrivare un "nuovo" figlio non abbiamo più stanze. E noi vorremo ancora accogliere bambini con disabilità o ragazzi più grandi che sono in istituto e vogliono una famiglia. Siamo anche in contatto con i tribunali di Firenze e Palermo e con i servizi sociali dell’Ulss che ci chiamano per affidarci ragazzi. Ma il progetto di ampliamento si farà solo se la Provvidenza arriverà.
Eugenio è consulente del lavoro, ma Casa Martin non si mantiene certo con il suo studio professionale:
A malapena ci serve per pagare il mutuo. Ci sono, soprattutto, tante persone che ci aiutano, dandoci alimenti o vestiario. E poi, quando serve, il denaro arriva. E questo è un segno che Qualcuno ci sostiene.

La missione della famiglia Marrone è del tutto gratuita e va ancora oltre. Perché Casa Martin vuole essere anche un esempio e un supporto a famiglie con bambini disabili che possano qui trovare un punto di riferimento: Non diamo nessun supporto terapeutico – spiega Eugenio – solo la nostra esperienza di vita.
Ma perchè tutto questo si compia, alla grande famiglia Marrone serve anche un aiuto, non tanto economico, quanto piuttosto "fisico": si cercano cioè persone di buona volontà che vogliano darsi da fare e abbracciare questa scelta di vita.
Il nostro progetto non è fine a se stesso, ma è utile anche alle famiglie e alla realtà che ci circonda. Non cerchiamo soldi, ma persone che si innamorino di questa casa e che possano rendersi utili se hanno tempo libero e non sanno come impiegarlo: qui si possono fare mille cose, dall’aiuto nelle faccende domestiche all’accudire i bambini. Vorremmo che questa realtà, che è una rete di amore, fosse conosciuta il più possibile perché chi ha bisogno o chi vuole darsi all’altro sappia dove venire.

Per conoscere meglio Casa Martin esiste il sito internet www.buongiornonelsignore.it. Per sostenere la famiglia anche economicamente si può versare un contributo all’Iban IT 30 K 03500 11700 000 000 015345. Causale: Donazione offerta libera per le spese di accoglienza di disabili della famiglia Marrone.

Non vi è alcun dubbio che la Fede profonda in Dio e nella "loro" Santa amatissima, Santa Teresina del Bambin Gesù, sia la vera "Forza Motrice" di questa straordinaria famiglia, e che il loro splendido esempio richiamerà tanta gente per aiutarli nella realizzazione di questo progetto d'Amore. Perchè dove ci sono Fede e Amore veri tutto può succedere.
Quando ci si rivolge a Dio con Fede e fiducia, le risposte non si fanno attendere - dice Eugenio - e sono cose molto concrete, fatti che si possono toccare con mano, come un postino che ti suona, come una lettera che ti arriva. Dio Provvede”.

E di Grazia la famiglia Marrone ne ha ricevbuta tanta in questi anni, compreso il desiderio di Eugenio, concretizzato nel maggio del 2012, di diventare diacono, un vecchio sogno che è diventato realtà.

Grazie Eugenio, grazie Paola, grazie alla vostra splendida famiglia per tutto quello che fate e per l'esempio di vita che ci date. Che il buon Dio vi benedica e vi protegga !!!

Marco