lunedì 7 maggio 2018

Padre Pio attendeva sempre con grande gioia il mese di maggio e ripeteva: E’ il mese delle Grazie!


Il mese di maggio era atteso da Padre Pio con gioiosa ansia. In questo mese a Lei particolarmente dedicato, la Madonna faceva sfoggio della sua bontà e dei ritrovati di una delicata pedagogia nei riguardi del nostro Frate cappuccino.

La lettera scritta a Padre Agostino il l° maggio 1912 è un resoconto preciso delle gioie e delle grazie, che Maria gli procura nel suo bel mese: «Babbo carissimo, oh! le joli mois que le mois de mai! C’est le plus beau de l’année. Sì, padre mio, questo mese come predica bene le dolcezze e la bellezza di Maria! La mia mente nel pensare agl’innumerevoli benefici che ha fatto a me questa cara mammina mi vergogno di me stesso, non avendo guardato mai abbastanza con amore il di lei cuore e la di lei mano, che con tanta bontà me li compartiva; e quel che più mi dà afflizione è di aver ricambiato le cure affettuose di questa nostra madre con tanti continui disgusti. Quante volte ho confidato a questa madre le penose ansie del mio cuore agitato! E quante volte mi ha consolato! Ma la mia riconoscenza quale fu?… Nelle maggiori afflizioni mi sembra di non aver più madre sulla terra; ma di averne una molto pietosa nel cielo. Ma quante volte il mio cuore fu calmo, tutto quasi dimenticai; dimenticai quasi perfino i doveri di gratitudine verso questa benedetta mammina celeste! Il mese di maggio per me è il mese di grazie…» (Epistolario I, pp. 275-276).

In questa lettera notiamo due cose: le parole scritte in francese e la straordinaria intimità tra la Vergine e Padre Pio. Egli non aveva mai studiato la lingua francese e, interrogato da Padre Agostino su chi gliela avesse insegnata, risponde: «Alla vostra dimanda riguardante il francese, rispondo con Geremia: “A, a, a… Nescio loqui”» (ivi, p. 277). Dalla lettera del 20 settembre 1912, invece, sappiamo chi è tale insolito professore di lingue straniere: «I celesti personaggi non cessano di visitarmi e farmi pregustare l’ebbrezza dei beati. E se la missione del nostro angelo custode è grande, quella del mio è di certo più grande dovendomi fare anche da maestro nella spiega di altre lingue» (ivi, p. 304). […].

La lettera citata del l° maggio 1912 lascia trasparire, tra l’altro, la gioia e la calma sicurezza del figlio che sa di essere sotto la protezione di «questa benedetta mammina celeste»: sono segreti soprannaturali dell’unione mistica con Maria, che appartengono in larga misura al campo dell’ineffabile e dell’indicibile. Questi momenti di intimità sono più frequenti nel mese di maggio, come dice lo stesso interessato: «Il mese di maggio per me è il mese di grazie, e quest’anno spero di riceverne due sole» (Epistolario I, p. 276).

La devozione mariana di Padre Pio non è certamente sentimentale o passeggera, ma poggia su solide fondamenta e vanta origini nobili: infatti egli contempla Maria nella Rivelazione biblica e nella Storia della Salvezza. In questo contesto la percepisce come un legame molto stretto e forte tra lui e Gesù e la invoca teneramente «con i titoli di avvocata, ausiliatrice, soccorritrice, mediatrice». […]. In realtà «la mediazione di Maria è strettamente legata alla sua maternità» (Redemptoris Mater, n. 38) e «non impedisce minimamente l’unione immediata dei credenti con Cristo, anzi la facilita» (Lumen gentium, n. 60). E siccome «Maria guida i fedeli all’Eucaristia» (ivi, n. 44), proprio durante la celebrazione della Santa Messa il primo Sacerdote stimmatizzato ha raggiunto il culmine dell’unione mistica con la Vergine Addolorata: «Povera Mammina, quanto bene mi vuole. L’ho constatato di bel nuovo allo spuntare di questo bel mese. Con quanta cura mi ha ella accompagnato all’altare questa mattina. Mi è sembrato ch’ella non avesse altro a pensare se non a me solo col riempirmi il cuore tutto di santi affetti» (Epistolario I, p. 276).

Perciò ad una persona dice: «Se vuoi assistere con devozione e con frutto alla Santa Messa, pensa alla Vergine Addolorata ai piedi del Calvario». […].
Il mese di maggio olezzante di rose e radioso di luce è per il Frate portatore di gioie e di grazie, nel cui mare egli vorrebbe immergere i suoi Direttori spirituali. Per esempio, a Padre Agostino scrive il 20 maggio 1912: «Amatissimo babbo, que je suis content! Réjouissons-nous, mon cher père: vive la joie!… Gesù e Maria seguitano a farmi da genitori. O padre mio, chi può trascrivervi le consolazioni, che mi fa sentire in questo mese la celeste mammina!» (Epistolario I, pp. 284-285).

Le cure materne di Maria verso il suo devoto figlio hanno delle sfumature delicatissime, che sono registrate nella lettera del 6 maggio 1913 a Padre Agostino: «Babbo carissimo… Ecco finalmente ritornato il mese della bella Mammina… Questa cara Mammina seguita a prestarmi premurosamente le sue materne cure, specialmente in questo mese. Le di lei cure verso di me toccano la ricercatezza… Che cosa ho io fatto per aver meritato tanta squisitezza? La mia condotta non è stata forse una smentita continua, non dico di suo figlio, ma anche al nome stesso di cristiano? Eppure questa tenerissima Madre nella sua grande misericordia, sapienza e bontà ha voluto punirmi in un modo assai eccelso col versare nel mio cuore tali e tante grazie, che quando mi trovo alla presenza sua ed a quella di Gesù sono costretto ad esclamare: “Dove sono, dove mi trovo? chi è che mi sta vicino?”. Mi sento tutto bruciare senza fuoco; mi sento stretto e legato al Figlio per mezzo di questa Madre, senza neanche vedere le catene che tanto stretto mi tengono; mille fiamme mi consumano; sento di morire continuamente e pur sempre vivo» (Epistolario I, pp. 356-357).
C’è nel brano un amore mistico, che infiamma l’anima e puntualizza bene il ruolo della Santa Vergine nella nostra vita: e cioè la sua maternità e la sua mediazione in Cristo, per cui vale la pena tenersi strettamente avvinti a «Gesù ed alla sua diletta Madre» (ibidem). Padre Pio, illuminato dallo Spirito Santo, comprende per esperienza che nel prestabilito disegno divino si va a Gesù per mezzo di Maria: Ella attua una «mediazione in Cristo» (Redemptoris Mater, n. 38) e ogni suo salutare influsso verso di noi «non nasce da reale necessità, ma dal beneplacito di Dio, e sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo» (Lumen gentium, n. 60).
Il Papa sa e insegna che «questo salutare influsso è sostenuto dallo Spirito Santo, che, come adombrò la Vergine Maria dando in Lei inizio alla maternità divina, così ne sostiene di continuo la sollecitudine verso i fratelli del suo Figlio» (Redemptoris Mater, n. 38).

Questa dottrina costante della Chiesa ha sperimentato il Frate di Pietrelcina nella sua lunga vita.

2 maggio 2018

FONTE: Medjugorie nel cuore


Il mese di maggio è iniziato ed io non potevo fare a meno di mettere sulle pagine di questo blog qualcosa che parlasse della nostra Madre Celeste, Maria SS., in questo mese a Lei dedicato. Ed ecco quindi questo bellissimo articolo che parla del devotissimo Amore filiale che nutriva Padre Pio per la sua e nostra tenerissima Madre, un Amore che si alimentava costantemente dalla presenza della Madre Benedetta nella vita del frate di Pietrelcina.
Così com'era per Padre Pio, cerchiamo anche noi di amare questa nostra Madre meravigliosa.... amiamola teneramente e sperimenteremo tanta Pace, Beatitudine e Gioia nel cuore.

Marco

lunedì 30 aprile 2018

Parlami di Dio

Passando per il campo ho chiesto al mandorlo: "fratello mandorlo, parlami di Dio!"... e il mandorlo si coprì di fiori.

Uscendo nel giardino ho chiesto al passero: "Fratello passero, parlami di Dio!"... e il passero cinguettò felice.

Entrando dentro il bosco ho chiesto agli alberi: "Fratelli alberi, parlatemi di Dio!"... e gli alberi si mossero col vento.

Ho scoperto l'amore del mio Dio dentro i gesti quotidiani di bontà.

Ho sentito dentro il pane di ogni giorno il sudore, la fatica e l'onestà.

Ho gustato dentro il calice del vino la dolcezza, frutto della lealtà.


Saltando per i prati ho chiesto al fiorellino: "Fratello fiore, parlami di Dio!"... e il fiore mi donò il profumo.

Correndo sulla spiaggia ho chiesto al mare blu: "Fratello mare, parlami di Dio!"... e il mare spinse un'onda sui miei piedi.

Guardando su nel cielo ho chiesto alle nubi: "Sorelle nuvole, parlatemi di Dio!"... le nubi mi indicarono il sole.


Padre Sergio Tommasi

lunedì 23 aprile 2018

L'arcangelo Gabriele mi ha salvato la vita


«Ho avuto un incidente d'auto spaventoso e, se sono ancora vivo, lo devo al mio angelo custode», dice l'attore ora a "Ballando con le Stelle"

ROMA – Massimiliano Morra fatica a tenere l'occhio sinistro aperto, ha il corpo ricoperto di lividi e ferite, sente dolore ogni volta che compie il più piccolo movimento e la testa gli fa ancora molto male. «Ho avuto davvero tanta paura, non mi vergogno ad ammetterlo, e penso, anzi, sono sicuro che è grazie a un miracolo se adesso posso raccontarle ciò che mi è accaduto in quel maledetto incidente», mi dice il popolare attore che ora vediamo sia a Ballando con le Stelle su Raiuno, dove danza in coppia con Sara di Vaira, sia nella fiction Furore – Capitolo secondo di Canale 5.

Incontro Massimiliano Morra all'indomani del drammatico incidente di cui è stato protagonista la notte tra sabato 17 e domenica 18 marzo sul Grande Raccordo Anulare di Roma, all'altezza di Tor di Quinto, la stessa notte in cui, poche ore prima, aveva trionfato a Ballando con le Stelle. «Erano circa le tre e io stavo tornando alla mia casa a Zagarolo, a sud di Roma», racconta Morra. «Dopo aver preso parte alla seconda puntata di Ballando con le Stelle, ero andato a mangiare al ristorante con Sara di Vaira, la mia maestra, e con gli altri protagonisti della trasmissione. Era stata una serata divertente, allegra. Però, alle tre ero stanco. Tra l'altro, per tornare a Zagarolo, dagli studi di Ballando con le Stelle, che sono nella zona nord di Roma, mi aspettava un bel viaggio, di almeno tre quarti d'ora. Così ho salutato Sara e gli altri e sono salito sulla mia Cinquecento».

«Le posso chiedere se aveva brindato a cena con i suoi colleghi?».
«Io sono astemio. Ero lucido quando mi sono messo alla guida
».

«Ci può raccontare allora che cosa è capitato?», chiedo.
«Avevo imboccato il raccordo da poco e stavo sulla corsia di sorpasso, ma senza correre: non superavo i centodieci chilometri orari. La strada era praticamente deserta, c'erano solo poche macchine. Ma poi... tutto è accaduto in un attimo: all'improvviso, un'auto che era nella corsia centrale, alla mia destra, ha invaso la mia corsia, senza neanche mettere la freccia. In pratica, mi ha tagliato la strada di colpo. Io andavo più veloce di questa macchina e, quando me la sono ritrovata davanti, ho frenato bruscamente per cercare in tutti i modi di non travolgerla. Così facendo, però, ho perso il controllo della mia Cinquecento. Mi sono ritrovato in testacoda. Ho cercato di riprendere il controllo, ma non ci sono riuscito e la macchina è schizzata contro la barriera della carreggiata esterna, attraversando le tre corsie. L'impatto è stato violentissimo, al punto che la macchina si è cappottata e ha fatto una decina di "capriole". Così, almeno, mi hanno detto perchè io, dico la verità, non rammento nulla di quegli attimi. Ricordo distintamente il testacoda e la barriera che si avvicina... Ma l'impatto mi ha fatto perdere i sensi, perciò quello che è avvenuto subito dopo non lo rammento».

«Quando ha ripreso i sensi?».
«Ho riaperto gli occhi quando la polizia era già sul posto. Alcuni agenti stavano cercando di tirarmi fuori dalla macchina, che era un groviglio di lamiere. Io cercavo di slacciarmi la cintura, ma non ci riuscivo, anche perchè i miei movimenti erano rallentati dai due airbag che, per fortuna, si erano attivati al momento dell'impatto, proteggendomi. Ho ricordi confusi di quei momenti, non so bene come hanno fatto a tirarmi fuori dall'auto. Ricordo che ero sotto shock, questo sì. Non capivo bene che cosa stava succedendo, le persone mi parlavano, ma io non riuscivo a rispondere in modo coerente. Mi hanno invitato a salire sull'autoambulanza e, durante il tragitto per raggiungere l'ospedale, ho cominciato a realizzare che cosa mi stava capitando. Ho chiesto a uno dei paramedici di prendere il mio telefonino in tasca e di chiamare mia madre per avvisarla. Poi ho perso i sensi di nuovo. Quando mi sono riavuto, ero sulla barella, all'ingresso del pronto soccorso dell'ospedale Sandro Pertini, con i paramedici che continuavano a urlare: "Codice rosso!"».

«Il codice rosso indica che il paziente è in pericolo di vita. Che cosa pensava in quegli attimi?».
«Continuavo a chiedermi: "Ma sono ancora vivo?". Non so perché, ma avevo la sensazione di vedere tutto dall'alto...».

«Come se osservasse la scenza dal Cielo, intende?».
«Qualcosa del genere, ma non so spiegarlo. Non voglio esagerare, ma ho avuto la sensazione che qualcuno mi abbia protetto dall'alto. E credo di sapere chi è stato: l'arcangelo Gabriele».

«L'arcangelo Gabriele? L'angelo che ha annunciato alla Madonna che avrebbe concepito il figlio di Dio?».
«Sì, proprio lui. Mi rendo conto che può apparire pazzesco, ma io sono molto credente, e sono devoto a Dio e ai Santi. E deve sapere che il mio vero nome non è Massimiliano, ma Gabriele: l'ho cambiato quando ho iniziato a fare l'attore, seguendo il consiglio dei produttori».

«Perché i produttori le hanno fatto cambiare nome? Volevano evitare che venisse confuso con Gabriel Garko, che fa parte della loro scuderia?».
«Non so, mi dissero che Gabriele Morra non suonava bene e mi consigliarono di usare il mio secondo nome, Massimiliano. Accettai, ma il mio vero nome, quallo usato dai miei genitori, resta Gabriele».

«Come mai i suoi genitori l'hanno chiamata Gabriele?».
«Era il nome del nonno paterno. E' grazie a lui se a casa mia siamo sempre stati particolarmente devoti all'arcangelo Gabriele. Tra l'altro, le posso dire una coincidenza incredibile? Da qualche anno, la Chiesa ha deciso che san Gabriele si festeggia il 29 settembre. In passato, però, san Gabriele era a marzo e, in particolare, mio nonno lo ha sempre festeggiato il 18 marzo, proprio il giorno in cui ho avuto l'incidente. E anch'io l'ho sempre festeggiato a marzo. Ecco perchè, essendo l'incidente avvenuto proprio all'alba del 18 marzo, mi sono convinto che è stato l'arcangelo Gabriele a salvarmi la vita. Ognuno è libero di non crederci, ma io sento di essere vivo per miracolo. Lei ha visto in che condizioni era la mia auto?».

«Ho visto la foto che pubblichiamo anche su Dipiù», dico.
«Bene, così si può verificare che l'auto era un ammasso di lamiere: per uscirne vivo ci voleva l'intervento di qualcuno Lassù, ne sono certo».

«Questa sensazione di essere protetto dall'arcangelo Gabriele le ha dato più tranquillità in quelle ore?».
«Sì, anche se, a un certo punto, ho avuto davvero tanta paura. E' capitato quando il medico mi ha detto che avevo riportato un trauma cranico e anche dei versamenti ematici nel cervello. A quelle parole, ho pensato di avere una emorragia cerebrale in corso. Ho davvero creduto di morire o, quantomeno, di riportare conseguenze gravi. Per fortuna, però, la situazione era meno grave di quanto temessi. In quelle ore, comunque, mi ha dato serenità anche la presenza della mia maestra di danza, Sara Di Vaira. E' stata la prima a scrivermi dopo l'incidente e si è tenuta in contatto costante con me. Mi ha fatto piacere sentirla vicino».

Di Mattia Pagnini

FONTE: Di Più N. 13
2 aprile 2018




Bella e intensissima testimonianza di Massimiliano Morra, dopo il terribile incidente che ha avuto nel mese di marzo a bordo della sua auto. Bella perchè, grazie a Dio, l'incidente che sembrava potesse avere conseguenze di ben altra portata, si è concluso bene, senza danni troppo rilevanti per la sua salute... intensissima perchè Massimiliano ritiene di essere stato salvato dall'arcangelo Gabriele di cui è sempre stato molto devoto e di cui porta anche il nome. La sua è quindi una testimonianza di grande, profonda Fede, di quelle che veramente non lasciano indifferenti, a prescindere da chi è credente o meno.
Personalmente credo in quanto afferma Massimiliano, perchè penso fermamente che "Lassù" noi abbiamo tanti "protettori" ed "intercessori" potenti presso il buon Dio, dalla Vergine SS., agli Angeli, ai Santi e ai nostri cari che non ci sono più. Ed è veramente bello che ci siano persone che rendano testimonianza di tutto questo.
Con l'augurio più sincero che Massimiliano si riprenda totalmente da questo incidente, certamente questo evento rimarrà per sempre scolpito nella sua memoria e, sono convinto, servirà a rendere ancora più forte e più sentita la sua Fede. E davvero, tanti, tanti cari Auguri per tutto!

Marco

domenica 15 aprile 2018

Dal calciosociale all'impegno civico il passo è breve


A Corviale i ragazzi possono giocare e giocando diventare Giovani Custodi del territorio. Perché lo sport aiuta a maturare una coscienza civile


«Le scuole calcio non possono più trasmettere solo la tecnica, ma hanno il dovere di coltivare nei ragazzi qualità umane che formino una coscienza civile e sociale». Una scommessa vinta da Massimo Vallati insieme agli operatori e volontari dell’associazione CalcioSociale, che dal 2014 offre ai ragazzi del quartiere Corviale di Roma una struttura dove potersi formare alla legalità e all’impegno civico. Una casa dove loro stessi sono i custodi.

Partecipare ad una scuola di calcio sociale non vuol dire solo intraprendere un percorso motorio e agonistico, ma anche incontrarsi e confrontarsi su temi come la lotta alla criminalità, la conoscenza delle mafie, il rispetto ambientale, la prevenzione da dipendenze: un percorso di educazione civica che in quartieri come quello del Corviale rappresenta un punto di rottura con i modelli proposti dalla malavita.

«Giovani Custodi è un momento di formazione che proponiamo ai bambini e ragazzi che frequentano la nostra scuola calcio», racconta Massimo, «un’ora e mezza in cui chiediamo loro di parlare, scrivere e dire la propria su certi temi. Ci rivolgiamo a ragazzi dai 12 ai 15 anni e a bambini dai 9 agli 11 e presto attiveremo un percorso anche per i bambini di 7-8 anni».

Il CalcioSociale è educazione civica

Incontri che nascono dalle stesse esigenze dei giovani del quartiere, dalla loro esperienza di vita e dagli ambienti che frequentano; in testa quelli digitali. «Nel primo incontro di Giovani Custodi abbiamo chiesto loro di mostrare dei post che avevano scritto su Facebook e di commentarli insieme ai loro amici. È stato interessante notare come alcuni ragazzi, davanti gli altri, si dissociavano da ciò che avevano pubblicato: con questa dinamica ci siamo accorti come molti di loro non si rendono conto che quando condividono o postano un contenuto, c’è sempre una conseguenza».

CalcioSociale diventa anche best practice di inclusione sociale. Dopo l’esperienza di questi anni vissuta al Corviale, l’associazione sta facendo rete insieme ad altre realtà sportive che operano in altri quartieri difficili d’Italia, proponendo il proprio modello di azione e i risultati raggiunti insieme ai ragazzi del Corviale. Inoltre, nei prossimi due anni, il percorso offerto da CalcioSociale sarà oggetto di studio di un progetto scientifico europeo che validerà la metodologia di intervento con bambini e adolescenti.

Dallo scorso 30 maggio continuano anche le dirette notturne di RadioImpegno, che dal Corviale racconta le storie, le difficoltà e le vittorie di tante associazioni e realtà che operano nel sociale a Roma. «La città che non vuole arrendersi esiste e lo dimostra il palinsesto della radio, che dallo scorso maggio è stato sempre ricco di contributi. Siamo cresciuti e continuiamo a farlo, perché vogliamo raccontare la capitale delle buone pratiche, sempre alla ricerca di amici e persone “radioimpegnate”. Abbiamo dimostrato che mettendoci insieme siamo più forti di chi ci voleva fermare».

di Ermanno Giuca

24 febbraio 2017

FONTE: Retisolidali



Il calcio è lo sport nazionale per antonomasia qui in Italia, e personalmente trovo che sia un idea stupenda unire questo sport così amato dalla gente (e ovviamente da giovani e bambini in particolar modo) a temi di carattere sociale e civico. In questo modo i nostri giovani possono praticare uno sport che piace loro così tanto e, contemporaneamente, formarsi una coscienza sociale, retta e onesta che li accompagnerà per tutta la durata della loro vita.
E' un idea stupenda che riporto con grande piacere, attraverso questo articolo, sulle pagine di questo blog, con l'auspicio che questa bella idea possa essere ripresa anche da altri sport.

Marco

lunedì 2 aprile 2018

Mantova, muore benestante e senza eredi: lascia sei milioni agli anziani


Con i soldi nascerà un centro Alzheimer

MANTOVA - Ha voluto lasciare il suo patrimonio di oltre sei milioni di euro a chi si occupa dell’assistenza agli anziani. Carla Alberti, vedova Catellani, ha destinato 5 milioni al Comune di Mantova, la sua città; e il resto ad altri centri d’assistenza. La bella storia è stata raccontata ieri, all’apertura del testamento della benefattrice, scomparsa il 5 marzo scorso.
La signora Alberti da giovane aveva lavorato nella Banca Agricola Mantovana, un’istituzione legatissima al territorio (da anni entrata però nella galassia di Montepaschi). In banca aveva conosciuto il marito che negli anni Ottanta era arrivato alla carica di vicedirettore generale di Bam. I regolamenti allora vietavano che una dipendente fosse sposata con un alto dirigente e allora la signora si era dimessa per fare la casalinga. Senza figli, la coppia ha condotto una vita dignitosa e morigerata.

I risparmi erano stati investiti in attività proficue. Alla morte del marito, una decina d’anni fa, il patrimonio era stato seguito da un curatore. E proprio lui, Gianfranco Lodi, in qualità di esecutore testamentario, assieme al sindaco di Mantova Mattia Palazzi, ha illustrato la destinazione dell’ingente eredità. Un milione e 10mila euro sono stati destinati a case di riposo del territorio, non solo in città ma anche dei comuni della provincia. Un lascito di 100mila euro ciascuno è andato all’Airc (associazione per la ricerca sul cancro) e allo Iom (Istituto oncologico mantovano); altri 100mila euro agli Sherpa, gruppo di volontari che assiste assiste i malati terminali. Al Comune sono andati 5 milioni: «Li destineremo a un’opera duratura a favore degli anziani», si è impegnato il sindaco Palazzi. Si tratterà molto probabilmente di una dimora assistita dove potranno trovare posto i malati di Alzheimer, una patologia che non solo nel Mantovano si diffonde ogni anno di più.

di Tommaso Papa

25 marzo 2018

FONTE: Il Giorno

mercoledì 28 marzo 2018

Nonna percorre 24 km al giorno per accompagnare il nipote disabile a scuola


"Finché avrò la forza continuerò a farlo"

Ventiquattro chilometri al giorno è il percorso che una nonna cinese percorre per accompagnare il nipote disabile a scuola. La storia commovente è stata raccontata dal sito PearVideo.

Shi Yuying è la nonna 76enne di Jiang Haowen, il bambino di nove anni soffre di paralisi cerebrale, una condizione permanente che influenza il movimento e la coordinazione e lo rende incapace di camminare. Il piccolo ha bisogno di cure a tempo pieno e l'unica che può assisterlo è la nonna: la madre del bambino, infatti, lo ha lasciato per iniziare una nuova relazione, mentre il padre lavora in un'altra città nel tentativo di sostenere le spese familiari. Molti infatti sono i debiti contratti dalla famiglia per garantire le cure necessarie a Jiang.

L'unica figura accanto al piccolo è la nonna Yuying, grazie a lei e alla sua forza il bambino può coltivare i suoi interessi scolastici. Nonostante l'età avanzata la signora Yuying spinge la sedia a rotelle su strade dissestate percorrendo otto volte al giorno il percorso verso la scuola situata nella provincia di Guangxi.

Ovviamente ad ogni viaggio di andata corrisponde il viaggio di ritorno ma nonostante questo e la fatica giornaliera, la nonna non si ferma cercando la forza nell'amore incondizionato verso il nipote. Che ci sia neve, pioggia o vento poco importa, la nonna non intende smettere: “Fiche avrò la forza continuerò a farlo” dice.
Prima che le autorità le fornissero una sedia a rotelle a luglio, la nonna "eroe" ha usato una bicicletta per accompagnare il nipote, che nonostante la disabilità fisica è un ragazzo sveglio e studioso e amante della matematica.

24 gennaio 2018

FONTE: Huffington Post


E' davvero sorprendente quello che riesce a fare l'essere umano in certe determinate situazioni. E quello che fa questa nonna ultrasettantenne dalla sorprendente vitalità è davvero stupefacente! E anche questo è Amore.  

Marco

giovedì 15 marzo 2018

L'ambulanza dei sogni che realizza i desideri dei malati terminali


Così suor Maria Cristina, 90 anni, ha potuto rivedere la sorella in Austria. Un'idea della Croce Bianca e della Caritas diocesana bolzanina

Tornare nella propria casa d'infanzia, vedere ancora una volta il mare, ammirare il tramonto sulle Dolomiti oppure semplicemente riabbracciare un caro parente. Quando si avvicina la fine della vita, spesso resta un ultimo desiderio, che però a causa della malattia oppure per motivi logistici difficilmente può essere realizzato. In Alto Adige da poco l'Ambulanza dei sogni esaudisce questi desideri dei malati terminali.

Oggi è un grande giorno per suor Maria Cristina. Novanta anni, 60 dei quali passati in monastero, vuole vedere ancora una volta sua sorella, che vive in una casa di riposo a Lienz, in Austria. Uno staff accompagnerà la religiosa durante questo "ultimo" viaggio, che avviene su un'apposita ambulanza con delle ali blu disegnate sulle portiere. Ali come quelle di un buon angelo.


Collaboro come volontaria, perché mi piace aiutare la gente”, racconta Steffy. Suor Theresia, madre superiore del convento di Bolzano, apprezza molto l'iniziativa. “Noi - dice - non saremmo stati in grado a realizzare il sogno della nostra consorella”.

Il progetto "Sogni e vai" è un'iniziativa comune tra l'associazione provinciale di soccorso Croce Bianca e la Caritas diocesana di Bolzano. Entrambe da anni lavorano con persone gravemente malate. Il Servizio Hospice della Caritas accompagnandole nell'ultima fase della loro vita, la Croce Bianca effettuando servizi di trasporto infermi. Da ciò è nata l'idea di coniugare la professionalità e l'esperienza di entrambe le organizzazioni per iniziare insieme questo nuovo progetto.

Responsabile dell'Ambulanza dei sogni è Reinhard Mahlknecht. “Siamo partiti da poche settimane e abbiamo ricevuto già numerose richieste - racconta -, per alcune dobbiamo però attendere la bella stagione per poterle realizzare”. I desideri hanno un filo rosso: il passato con i suoi ricordi e i suoi legami personali. “C'è - spiega Mahlknecht - chi vuole tornare dove è nato e cresciuto, altri vogliono riabbracciare un parente che vive lontano”.

"Sogni e vai" si rivolge a malati di ogni età e il servizio è gratuito. Viene infatti finanziato in gran parte grazie a offerte raccolte da Caritas e Croce Bianca. Un sorriso di suor Maria Cristina svela la sua felicità e dimostra che questa iniziativa è stata davvero una bella idea.

7 febbraio 2018

FONTE: Avvenire.it