martedì 8 agosto 2017

Ania, dall’inferno alla castità


A Medjugorje fonda “Cuori Puri” per promuovere il rispetto del corpo tra i giovani

Una vita di errori e difficoltà, poi il cambiamento radicale a Medjugorje e la fondazione di un'iniziativa per promuovere la castità prematrimoniale tra i giovani. Questo il percorso di Ania Golędzinowska, nata a Varsavia (Polonia). “La mia non è stata una giovinezza normale. Ho scoperto troppo presto il sesso, la droga e il lato oscuro delle cose. Ho scoperto troppo presto quanto sia dura la vita”, racconta nel suo libro "Salvata dall'inferno" (Sugarco).

Una famiglia instabile, furti, droga… Quando si presenta l'opportunità di andare in Italia, Ania la coglie al volo. Poi torna a casa, ma dopo un po' riparte di nuovo. Le hanno prospettato un lavoro nel campo della moda, ma finisce in un giro di night club a Torino. Ha 17 anni, e viene violentata da un cliente che le era sembrato ineccepibile.

Nel 2011, dopo anni di sofferenze, il primo viaggio a Medjugorje è uno splendido shock.Ormai per me una sola cosa contava veramente: nei miei occhi era rinato uno sguardo che credevo perduto per sempre. Uno sguardo che aveva voglia di continuare a specchiarsi nella realtà, alla ricerca della semplicità, dell’amore, della solidarietà con chi divide con noi il cammino della vita. Uno sguardo sul mondo, con occhi di bambina”.

Torna in Italia, ma poi sente che il suo posto è Medjugorje. Vive lì due anni in una comunità mariana retta dalle suore. In seguito, insieme a padre Renzo Gobbi, dà vita all’iniziativa Cuori Puri (www.cuoripuri.it), che promuove la castità prematrimoniale tra i giovani, che lei stessa ha iniziato a vivere dal 2010 in attesa di incontrare il vero amore per tutta la vita. “Perché la trasgressione più grande oggi è quella di andare controcorrente”, afferma.

A marzo di quest'anno, Ania ha sposato Michele, un ragazzo conosciuto a Medjugorje e aderente all’iniziativa “Cuori Puri”.

Nel libro Dalle tenebre alla luce (Sugarco), Ania racconta la storia e il significato dell'iniziativa che ha fondato, “un’esperienza in cui sperimento quotidianamente l’abbraccio di Gesù. Un’esperienza di amore autentico. Un’esperienza radicale, tanto quanto 'naturale' e ricca di gioia”.

Castità, riconosce Ania, “è una parola poco di moda, mai alla ribalta delle cronache, anzi viene spesso derisa. Sembra cosa antica, quasi dimenticata. Di certo non accattivante”. La castità, osserva, “certo è una sfida. Si tratta di un cammino che richiede sacrifici, ma è anche un’avventura straordinaria, ricca di frutti di cui tutti possiamo godere”.

Oggi "Cuori Puri" conta più di 9.000 ragazzi che hanno deciso di abbracciare la castità prematrimoniale o sono sulla strada per farlo. “Cuori Puri”, spiega Ania, “non è una comunità né un movimento, è un’iniziativa per i giovani e le coppie che decidono di rispettare Dio, scegliendo la castità, fino al matrimonio, per chi aspira a questo sacramento”.

L'obiettivo dell'iniziativa è dare voce al valore della castità e alla virtù della purezza. Ania è convinta che “la trasgressione più grande oggi sia quella di non concedersi”, perché “ormai il sesso è diventato un atto scontato”, mentre si tratta di “un atto bello e puro, quando è un atto d’amore”.

Promettere la castità, prosegue Ania, “non significa propriamente fare un voto, dato che fa parte già dei precetti della Chiesa. Insomma è 'compreso nel pacchetto' il fatto di non commettere atti impuri”. Allora perché promettere in modo pubblico? “Perché oggi – risponde – viviamo in un mondo che ogni giorno mina le nostre certezze e attacca la nostra fede. In un mondo in cui continuamente ci viene proposto uno stile di vita lontano dalla Chiesa. Una società in cui la maggior parte dei giovani cresce senza alcuna educazione cattolica e quando invece c’è, spesso non viene spiegata come una Grazia, come una cosa bella, come un dono, bensì è un’imposizione moralistica”.

In questo senso, essere un Cuore Puro “non significa soltanto astenersi dagli atti sessuali, bensì si tratta di un insieme di virtù, di doni e di impegni che ogni giorno mettiamo in atto per essere vicini a Dio”.

Nella presentazione di "Dalle Tenebre alla Luce", monsignor Giovanni d'Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, ricorda che “se pur fra molto fango, la perla della purezza non è scomparsa in questa nostra epoca, ed anzi, in varie parti del mondo, sembra cominciare ad acquistare un non sperato successo per l’umile freschezza che l’accompagna. È come la riscoperta d’un prezioso tesoro”.

La purezza è l’indispensabile purificazione del cuore e della mente per vedere, conoscere e incontrare il volto di Dio.

di Roberta Sciamplicotti

30 settembre 2014

FONTE: Aleteia


Bellissima storia di Fede, di Conversione e di Amore, dopo il dramma della violenza, del sesso e della droga, circolo infernale nella quale Ania era finita ancora giovanissima. E dalle "ceneri" di questo passato turbolento, Ania ha saputo "rinascere" e valorizzare tutto il suo vissuto fondando questa bellissima iniziativa denominata "Cuori puri", nella quale Ania valorizza al massimo la meravigliosa Virtù della "castità", così bella eppure così poco considerata, per non dire bistrattata, nella società d'oggi.
Grazie Ania per ricordarci la bellezza di questa Virtù, così cara agli occhi di Dio, e grazie per il tuo esempio, per la tua testimonianza, per tutto quello che hai fatto di Bello finora e che certamente farai ancora in futuro. Grazie di tutto!

Marco 

lunedì 17 luglio 2017

Bosnia, il piccolo Zejd è sordo: la sua classe impara il linguaggio dei segni


Zejd, sei anni, aveva un po' paura della scuola: adesso non vede l'ora di andarci.
Lo scorso settembre sua madre Mirzana lo ha accompagnato in una classe della prima elementare di Sarajevo, consapevole che per lui non sarebbe stato semplice integrarsi, dal momento che è sordo dalla nascita. Questo anche perché la sua maestra, Sanela Ljumanovic, non conosceva la lingua dei segni. L'insegnante però è andata a sua volta a scuola e ha imparato la lingua per poter comunicare con il piccolo Zejd, ma questo non le bastava. Il passo successivo è stato insegnare a tutta la classe il linguaggio utilizzato dal bimbo bosniaco in modo tale che Zejd potesse "parlare" con tutti. E così è stato. 
Ora è davvero felice e motivato, racconta sua madre Mirzana.
Una favola così positiva da dare vita a un circolo virtuoso: contento per lo sforzo dei suoi compagni, Zejd sta pian piano imparando a leggere le labbra mentre i suoi amici, divertiti da quei gesti con le mani, nel dopo scuola stanno insegnando ai propri genitori tutti i segreti del linguaggio dei segni.

di Giacomo Talignani

8 febbraio 2016

FONTE: Repubblica.it

sabato 10 giugno 2017

Dippold l'ottico

Che cosa vedete adesso?
Nubi di rosso, giallo, porpora.
Un momento! E adesso?
Mio padre e mia madre e le mie sorelle.
Bene! E adesso?
Cavalieri in armi, donne bellissime, visi delicati.
Provate questa lente.
Un campo di grano, una città.
Molto bene! E adesso?
Una giovane donna ed angeli chini su di lei.
Una lente più forte! E ora?
Molte donne dagli occhi vivi e le labbra socchiuse.
Provate questa.
Oh! Soltanto un bicchiere sul un tavolo.
Capisco. Provate questa lente.
Soltanto uno spazio vuoto. Non vedo nulla di particolare.
Bene. E adesso?
Pini, un lago, un cielo d’estate.
Va meglio. E adesso?
Un libro.
Leggetemi qualche pagina.
No, non posso. Gli occhi mi sfuggono aldilà della pagina
Provate questa lente.
Abissi d’aria.
Ottimo. E adesso?
Luce, soltanto luce, che trasforma tutto il mondo sottostante in giocattolo.
Benissimo! Faremo gli occhiali così.


Edgar Lee Masters - Antologia di Spoon River




Ho trovato per caso questo semplice racconto su un libricino che mi è capitato tra le mani, e ho pensato subito di postarlo sulle pagine di questo blog.
Mi piace questo racconto (o, se vogliamo, possiamo anche chiamarla poesia) perchè tocca una dimensione fantastica, da sogno.
Noi uomini dovremmo sempre essere capaci di sognare, non dobbiamo mai perdere di vista la dimensione del "sogno". Come soleva dire don Tonino Bello, sacerdote fervorosissimo e zelante: "C'è tantissima gente che mangia il pane bagnato col sudore della fronte dei sognatori". Ed è bello saper sognare, avere grandi ideali, anche utopici se vogliamo, da inseguire, da combattere, da raggiungere. Facciamolo sempre quindi, sogniamo cose belle, alte, virtuose.... ma sopratutto adoperiamoci con tutto noi stessi perchè i nostri sogni divengano realtà!

Marco

domenica 4 giugno 2017

Semi-nati in terra di Sicilia

In una fattoria sociale nell’entroterra isolano, migranti e palermitani costruiscono assieme una nuova prospettiva lavorativa. Daniela è una delle protagoniste del progetto

Sono ormai come figli adottivi. Per loro nutre un affetto materno, compensando quello che non possono più offrire le madri, distanti migliaia di chilometri. Un legame affettivo che è cresciuto nel tempo e che le ha consentito di apprezzare giorno dopo giorno le qualità di questo gruppo di migranti africani, giunti in Italia a bordo delle carrette del mare e approdati nel giugno 2013 tra le braccia della Caritas di Palermo. Daniela Adelfio, dopo averli accolti, accuditi, seguiti, è diventata con loro protagonista del progetto Semi-nati, fattoria sociale realizzata dalla Caritas a Ciminna, paesino dell’entroterra, a 40 chilometri da Palermo. I sei ragazzi provenienti da Senegal, Costa d’Avorio, Mali, Gambia ne sono diventati un po’ i simboli, oltre che la "forza-motrice".

La “vocazione” per l’accoglienza

Arriva dalla Sicilia questa bella storia di integrazione e di fede, che allontana lo spettro dell’immigrazione "cattiva" e mostra il lato buono di questi giovani che raggiungono le coste italiane nella disperazione più assoluta e con la speranza di poter avere un futuro migliore. Un lato buono che emerge anche grazie all’impegno di volontari come Daniela, 42 anni, insegnante di religione e una vita spesa tra Chiesa e sociale, in particolare nell’accoglienza ai migranti. Una "vocazione", come la definisce lei stessa, che "esplode" a giugno 2014, quando sposa il progetto Semi-nati della Caritas palermitana guidata da don Sergio Mattaliano. “Ero già impegnata nella prima accoglienza dei nostri fratelli provenienti dalle coste africane. Mi occupavo di assistenza, consegna di cibo e vestiti. Poi con il progetto Semi-nati – spiega Daniela – le cose sono cambiate. Perché da quella sorta di assistenzialismo che facevo nei loro confronti, mi sono dedicata a una vera e propria accoglienza anche sotto l’aspetto umano e spirituale. Lavorando con loro nella fattoria sociale ho imparato a conoscerli da vicino, entrando man mano nei meandri delle loro storie personali. Sono ragazzi che quando prendono fiducia si aprono. E sopratutto ti fanno avvertire un senso di gratitudine per quello che stai facendo per loro”.

Sofferenza e speranza

Nelle storie dei migranti, Daniela riesce a trovare un denominatore comune: sofferenza e speranza.

Ho sofferto molto ascoltando il loro passato – ammette la volontaria della Caritas – a volte mi è capitato anche di rivolgermi a Dio per chiedergli il perché avesse riservato loro una vita così complicata, difficile. E la risposta paradossalmente me l’hanno data gli stessi ragazzi. Loro si nutrono di speranza, vivono per la fede. Sanno che Dio è al loro fianco, che siano cristiani o islamici. Così mi sono sempre più convinta che alla radice della loro sofferenza c’è l’agire dell’uomo, che non fa nulla affinché la situazione in quei Paesi africani cambi. E che allo stesso tempo c’è un disegno di Dio che li ha portati fin qui in Italia”. Ed è quella speranza a farle credere fermamente nel progetto Semi-nati, in quella fattoria sociale, nata nel gennaio 2015, dove vivono e rifioriscono “i suoi ragazzi”.
La vita in fattoria inizia alle 7 del mattino – spiega Daniela –. C’è chi si dedica alla raccolta degli ortaggi, chi alla cura del terreno, chi all’allevamento. Il contatto con gli animali per loro è quasi "sacro" perché li proietta mentalmente alla loro terra. Io e gli altri volontari li affianchiamo in queste attività. La convivenza è davvero ideale”.


Rispetto per l’Islam

Molte volte è capitato che il confronto cadesse sulla fede. “È tutt’altro che un argomento tabù – evidenzia la volontaria – c’è Yannick, ivoriano, che presto si battezzerà e diventerà "ufficialmente" cattolico con il nome di Tommaso. Ama Gesù e lo sente vicino in ogni istante della sua vita. Altri sono islamici ma molto rispettosi della fede cattolica. Anzi, forse ero più io a essere diffidente verso quella religione, ma scoprendo loro mi sono ricreduta. Il vero arricchimento è proprio questo: accettare e lasciare le porte aperte all’altro, anche se islamico o di altro credo. La contaminazione, come ci ricorda Papa Francesco, è una strada che ci riserva gradite sorprese”.
Ci sono state occasioni in cui si è addirittura pregato insieme: “A Pasqua o Natale eravamo tutti uniti e loro anteponevano la condivisione alla differenza del credo religioso. Non si appartavano, anzi, faceva loro piacere restare tra noi e pregare con noi. Una vera e propria festa nel segno del Signore!”.
Dunque Semi-nati per Daniela è stata l’esperienza con la quale è riuscita a varcare muri, barriere ideologiche, "bagnandosi" a pieno con le fedi e le culture di questi giovani immigrati. “È per questo che ho tutta l’intenzione di continuare in questo progetto – dice –
voglio accompagnare ancora questi ragazzi per rigenerarmi e rigenerarli. Spesso torno a casa col cuore gonfio di gioia. Ne parlo con la famiglia, in particolare con mia figlia, anche lei impegnata nel volontariato e nell’assistenza ai migranti. Con la preghiera e pensando alla loro tenacia, devo ammettere che affronto con uno spirito diverso anche i miei problemi personali. È una vera vittoria della solidarietà. Basta con i luoghi comuni, apriamo i nostri cuori ai migranti”. 


Obiettivo Integrazione

Immigrati e italiani si attivano per avviare una fattoria solidale, una cooperativa che sorge a Ciminna, a 40 chilometri da Palermo. Sei migranti operano insieme a quattro famiglie italiane, due di Ciminna e due di Palermo con una storia di disoccupazione alle spalle. È il progetto Semi-nati che la Caritas ha portato avanti con i fondi dell’8xmille, rivolto all’inclusione di italiani e stranieri, e che è gestito dalla cooperativa La Carità.

Il giusto supporto per una vita dignitosa

Nella fattoria c’è tanto da fare e la gran parte degli immigrati è molto contenta di potersi dedicare alle attività agricole e di allevamento. Ci sono molti animali, tre cani, pappagalli, galline, conigli, tacchini, lepri, capre e perfino un cavallo. “L’obiettivo – spiega don Sergio Mattaliano, direttore della Caritas – è soprattutto quello di dare risposta alle stesse esigenze che accomunano tanto i migranti arrivati in città quanto i palermitani disoccupati: trovare un lavoro che permetta loro e ai propri cari di avere una vita dignitosa”.

La conversione di Yannick

Yannick è un cristiano evangelico che ha deciso di diventare cattolico. È originario della Costa d’Avorio ed è arrivato a Palermo il 15 giugno 2014. Qui ha sposato il progetto di don Sergio Mattaliano e ora lavora all’interno della fattoria sociale. “Devo ancora battezzarmi – dice – ma mi sento cattolico a tutti gli effetti. Padre Sergio è mio papà e lo chiamo così! Amo pregare per il Signore e desidero incontrarlo. Ho letto la Bibbia, ne sono affascinato e sto seguendo un percorso di fede. Sono arrivato in Sicilia senza niente. È stata la volontà di Dio a condurmi qui e a farmi conoscere la mia nuova "famiglia"”.

di Gelsomino del Guercio

FONTE: A Sua Immagine N. 128
28 giugno 2015

venerdì 19 maggio 2017

Pettino le top model poi corro dai migranti


Esclusivo. un giorno con la parrucchiera che salta dal lusso alla povertà

Sabrina Lefebvre, hair stylist alle sfilate più celebri, lavora gratis nei campi profughi. Per restituire dignità ai disperati

Dalle passerelle al fango dei campi profughi il passo è breve. Ma non fatevi trarre in inganno. Quella che stiamo per raccontarvi non è la triste vicenda di qualcuno che ha perso tutto, ma una bella storia di solidarietà. Una di quelle storie che, ad ascoltarle, fanno bene al cuore.
La protagonista si chiama Sabrina Lefebvre. Francese di stanza a Londra, 29 anni, di professione fa l’hair-stylist: tecnicamente la parrucchiera, ma più trendy. Perché Sabrina lavora nel mondo della moda, pettina le modelle prima delle sfilate. Milano, Parigi, New York: alle fashion week di mezzo mondo la trovate sempre lì, dietro le quinte, armata di spazzola e phon.
Quando si spengono le luci, però, lo scenario cambia. La giovane continua a tagliare capelli e studiare acconciature, ma lo fa all’aperto o sotto una tenda improvvisata, nei campi profughi di Calais e Dunkerque, nel nord della Francia, dove da mesi si riversano i migranti provenienti da Siria, Iraq, Eritrea, Somalia e altri paesi devastati dalla guerra. Disperati in fuga, che hanno lasciato tutto e ora sperano di varcare il confine, di arrivare in Inghilterra per cominciare una nuova vita. Ma intanto restano lì, bloccati, accampati nel fango, al freddo, in balia di un inverno che sembra non voler finire mai. Dimenticati non da tutti, certo, ma da tanti. Non dai volontari. Non da Sabrina, che per dare loro una mano si è inventata quello che ha ribattezzato HairCult Project (lo trovate così su Facebook e Instagram): «Offrire un taglio di capelli è un modo per restituire a queste persone la loro dignità di esseri umani», spiega. Altro che frivolezza.


Appena sentono del suo arrivo, i migranti si mettono in fila, pazienti. Chi in patria faceva il parrucchiere o il barbiere corre ad aiutarla: a loro la Lefebvre affida una forbice e un pettine, assegna una sedia come postazione. I ragazzi la chiamano “boss”, con lei si sentono di nuovo utili, parte di un team. I clienti si siedono e raccontano le loro storie di speranza e disperazione, le donne arrivano con qualcosa di caldo da mangiare, contente – loro che non hanno quasi più niente – di condividere con lei quel poco che possiedono. Preparano il tè, le fanno assaggiare ricette tipiche del loro Paese. Qualcuno suona uno strumento, altri cantano. Sembrano felici. Per un attimo lo sono davvero. Per un attimo tutti si dimenticano di essere così lontani da casa, da una casa che non rivedranno mai più.
Così lei continua, imperterrita, instancabile. Taglia, spazzola, intreccia, sperimenta acconciature esotiche. «Fare il mio lavoro nel mondo della moda o in un campo profughi, in fondo, è la stessa cosa», ci stupisce. «In entrambi i casi ho a che fare con esseri umani di cui prendermi cura». Certo, l’esperienza di Calais e Dunkerque è decisamente più forte: «E’ nei luoghi più poveri che si vivono i momenti più ricchi», afferma. E ai social network affida ricordi, commenti, piccoli reportage quotidiani: “Immaginate una sciarpa rossa trasportata dal vento, dall’Etiopia all’Eritrea, attraverso Sudan, Egitto, Grecia, Serbia, Ungheria, Austria, Germania e Belgio, fino a Calais. E ora immaginate di dover fare questo stesso viaggio a piedi, camminando per chilometri, a bordo di navi e autobus sovraffollati, per ore interminabili, nella direzione opposta a tutto ciò che conoscete. Questo è il viaggio che il mio nuovo gruppo di amici eritrei ha fatto per arrivare qui”, scrive in uno degli ultimi commenti dal campo. Altri ne arriveranno a breve: calato il sipario sulle sfilate di Parigi, Sabrina è già pronta a ripartire, a tornare dai suoi “assistenti”. Sarà bello rivedere Jegr, il barbiere curdo, e gli operosi Shazad, Hawad e Bagzad. Ma sarà ancora più bello non vederli, non trovarli più lì. E saperli al sicuro, lontani. Oltremanica. A vivere, finalmente, la loro nuova vita.

di Federica Capozzi

FONTE: Gente N. 11
22 marzo 2016

venerdì 12 maggio 2017

Preghiera alla Madonna di Fatima

Preghiera alla Madonna di Fatima

 Maria Madre, Maria bella,
Dolce aiuto, cara stella,
Puro giglio, vaga rosa
Senza spina obrobiosa,
Noi con fede e con amore
T'invochiamo in tutto l're.
Il tuo aiuto sol vogliamo,
O Maria, tuoi figli siamo,
Dolce Madre di pietà,
Dacci aiuto e carità.
De! riscalda il nostro cuore
Col tuo aiuto e santo amore.
Dolce Madre di clemenza
Dacci aiuto e provvidenza,
Dona aiuto agli ammalati,
Dona aiuto ai tribolati,
Dona aiuto ai poverelli,
Dona aiuto agli orfanelli.
Il tuo aiuto speciale
Ci sia scudo in ogni male.
O dolcissima Maria,
Dacci aiuto all'agonia
Per godere il tuo bel viso
Col tuo aiuto in Paradiso.



venerdì 5 maggio 2017

Paolo de Rocco, l'architetto dell'accessibilità


Il 5 maggio 2012, esattamente 5 anni fa, è morto l’architetto Paolo de Rocco. Quante persone conoscono quest’uomo, nonché figura professionale di altissimo livello? Forse non sono tantissimi a conoscerlo, se non forse, immagino io, coloro che sono nel ramo dell’architettura o della disabilità, o che comunque si intendono di esse.
Ma proprio a lui ho deciso di dedicare un articolo sulle pagine di questo blog, a 5 anni esatti dalla sua scomparsa, perché Paolo de Rocco non è stato un architetto qualsiasi, ma un vero e proprio pioniere della progettazione accessibile, che lavorò instancabilmente nello studio di soluzioni per l’eliminazione delle barriere architettoniche. E’ stato un uomo che ha fatto emergere una nuova sensibilità nei confronti delle persone con disabilità, e soprattutto su questo punto va ricordato il suo enorme operato, culminato col premio regionale Solidarietà ricevuto nel 2006, a merito della sua costante, fervorosa, intraprendente opera.

Nato nel 1950, è quasi impossibile riassumere in poche righe la mole delle ricerche e dei progetti nel campo dell’architettura dell’accessibile, del paesaggio e non soltanto, da lui operati, alcuni dei quali veramente pioneristici.

Giovane architetto, De Rocco, negli anni immediatamente successivi al sisma che colpì il Friuli nel 1976, assieme alla collega e futura moglie Maria Costanza Del Fabro, elaborò uno studio pubblicato dalla Segreteria Generale Straordinaria per la Ricostruzione delle zone terremotate nel 1979, che rappresentò il primo autorevole e organico manuale italiano in materia di accessibilità. Si trattò di una pubblicazione di respiro europeo, frutto non solo di una solida professionalità, ma anche di numerosi viaggi di studio all’estero e di contatti con i più autorevoli esperti dell’epoca in questa materia. La pionieristica ricerca, che comprendeva ben 259 schede tecniche e che ancor oggi è più valida di molte recenti realizzazioni, rappresentò un contributo fondamentale agli studi sulla fruibilità dell’ambiente costruito.
Paolo de Rocco del resto era così: un uomo di profonda cultura, mai superficiale, attentissimo alle novità e sensibilissimo ai bisogni dei disabili. Aveva un carattere non facile che non di rado lo portava in contrasto con altre persone, ma questo perché non amava mai scendere a compromessi e ciò gli procurò talvolta fraintendimenti e ostacoli. Era anche un grande innovatore, come ricorda sua moglie Maria Costanza: «Era una di quelle persone che precorrono i tempi su tante cose, per le quali non veniva capito subito e per questo ci rimaneva male».
Tra le tante cose fatte si ricorda per esempio come, nel 1981, affiancò l’Associazione assistenza spastici nella prima campagna di sensibilizzazione sui problemi della disabilità e dell’accessibilità. Un progetto che, 5 anni più tardi, segnò il via all’abbattimento, a Udine, davanti alla biblioteca Joppi, di un gradino che diventò il “simbolo” di un nuovo modo di progettare.
Per tutta la sua carriera De Rocco mantenne rapporti stretti con questa, ma anche con molte associazioni di persone con disabilità, come la UILDM di Udine (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), per la quale fu promotore di una delle prime rilevazioni a tappeto della città di Udine, di un laboratorio-percorso accessibile e di una mostra fotografica sulle problematiche in tema di barriere architettoniche del capoluogo friulano, realizzata con la collaborazione di Bruno Cignacco. Suo, tra l’altro, è il progetto della comunità residenziale Piergiorgio di Udine.

De Rocco lavorò instancabilmente anche in materia di architettura del paesaggio, e tra i suoi lavori più rilevanti si ricorda il Sanvitese (lavorò per un periodo anche su palazzo Altan). Un posto particolare nel suo cuore l’ha riservato alla riqualificazione paesaggistica e ambientale del Cimitero degli Ebrei e del Bosco della Mandiferro, a San Vito, ambito che gestiva con l’associazione di cui era ai vertici. Si occupò anche della ricostruzione paesaggistica di luoghi nieviani (Fontana di Venchiaredo) e pasoliniani (Versutta e tomba di Pasolini).

Parte rilevante del suo operato Paolo de Rocco lo ebbe anche con le università, come quella di Udine nella quale insegnò a più riprese e fu invitato a conferenze, corsi e seminari in varie parti d’Italia, in qualità di esperto ai massimi livelli. Si ricorda come, nel 1983, lui assieme a sua moglie organizzarono a Udine, per conto della Facoltà di Ingegneria dell’Ateneo friulano e in collaborazione con il Comitato di Coordinamento delle Associazioni delle Persone Disabili, il primo corso universitario in Italia sulla progettazione accessibile, esperienza che fu replicata anche a Venezia e che ebbe ampio seguito in molte altre università italiane.

Dopo tanti anni di attività nel capoluogo friulano, Paolo aveva aperto assieme alla moglie uno studio a San Vito al Tagliamento, cittadina del Pordenonese dov’era nato e dove viveva.

Tante e significative sono le testimonianze che parlano dell’umanità e della professionalità di Paolo de Rocco, e tra queste menziono quella di Innocentino Chiandetti, consigliere della sezione udinese dell’Unione italiana lotta alla distofia muscolare (Uildm), che di lui ricorda: «Mi legava a lui una grande amicizia e una profonda stima. Era un architetto a tutto tondo, uomo molto colto e figura eclettica. Era una persona generosa e severa, a partire da se stesso, sia sul piano professionale sia su quello umano. Sensibilissimo agli aspetti sociali legati alla sua professione, diventò un pioniere della lotta alle barriere architettoniche e il mondo della disabilità gli deve moltissimo. Basti pensare che girava l’Europa per apprendere nuovi approcci e portarli in Italia e più precisamente in città, facendo diventare Udine la capitale dell’accessibilità di cui oggi possiamo andare fieri. Non possiamo che ringraziarlo ancora una volta per tutto ciò che ha voluto donarci con il suo impegno e il suo insegnamento».

Il mondo della disabilità, e non solo, deve molto a questo innovatore, intraprendente architetto…. e se molti passi in avanti sono stati compiuti in questi ultimi decenni nell’abbattimento delle barriere architettoniche, nonché nella progettazione di strutture a misura di persone diversamente abili, lo si deve anche a lui.
Con molta gioia quindi, ricordo quest’oggi, a 5 anni dalla sua scomparsa, quest’uomo sensibile e colto, serio e professionale, che ha lasciato una grande impronta dietro di sé, e il cui testimone sarà sicuramente preso da altri giovani architetti desiderosi di seguire i suoi passi per creare un mondo e una società migliore, a misura di qualsiasi persona, abile o diversamente abile che sia, ciascuna con le proprie caratteristiche e peculiarità. E quando una persona “lavora” per il bene della società, con serietà, sensibilità, estro e professionalità…. beh, lasciatemelo dire, anche questo per me è “Amore”, Amore nei confronti del prossimo, della società, del mondo intero!
Grazie Paolo!

Marco

FONTI: Il Messaggero Veneto, Superando